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Intervista a Raza Asif, presidente del Consiglio degli stranieri

Raza Asif è attualmente il presidente del Consiglio dei cittadini stranieri e apolidi della Provincia di Bologna, eletto per la prima volta il 2 dicembre 2007.

In un documento comune firmato da tutto il Consiglio degli stranieri, viene espresso il totale dissenso nei confronti della mozione avanzata dalla Lega. Quali sono le vostre ragioni?
Credo che oggi la classe dirigente italiana debba cominciare a fare delle politiche serie sull'immigrazione a livello nazionale e locale: basta con le politiche di emergenza come finora è stato fatto. L'immigrazione di massa si è verificata negli anni '90 in Italia, oggi siamo nel 2009: quasi 20 anni, in cui molte cose sono cambiate. Le seconde generazioni, i figli degli immigrati arrivati in questo paese proprio negli anni '90, sono nate e cresciute qui e frequentano le scuole italiane. Nonostante questo, si continua a parlare di classi ponte, di politiche d'emergenza e di breve durata, come se l'immigrazione fosse un fenomeno da combattere. Questa è la linea del governo attuale che non crea niente e produce solo caos sociale, favorendo conflitti sul territorio.
Noi riteniamo che l'identità di un paese si formi a partire dalla scuola, proprio perché lì varie realtà e identità si incontrano, si confrontano e imparano a convivere nella società. E' importante quindi che i bambini stranieri imparino a sentirsi parte dell'Italia e questo non può avvenire se vengono separati dai propri coetanei italiani. Una politica lungimirante, che guarda al futuro di questo paese, multiculturale e multietnico, non può proporre una cosa del genere. Dalla mia esperienza di mediatore interculturale posso dire che il miglior metodo per insegnare la lingua e la cultura italiana ai bambini stranieri e per favorire l'integrazione sia quello delle classi miste non l'isolamento.

All'interno del Consiglio avete avanzato delle soluzioni alternative?
I problemi sorgono quando i ragazzi arrivano in Italia – grazie a un ricongiungimento familiare, ad esempio – e ovviamente non conoscono affatto l'italiano, specialmente se appartengono alle comunità asiatiche che non hanno dimestichezza con le lingue latine. In questo caso bisogna intervenire organizzando corsi intensivi d'italiano e attività nel dopo scuola. Ma si potrebbero anche realizzare progetti di cooperazione internazionale, favorendo la nascita di scuole di cultura italiana e corsi obbligatori d'italiano nei paesi di origine come già succede in altri paesi. Tutte queste proposte potranno essere discusse e realizzate a livello nazionale solo quando i politici decideranno di guardare a ciò che sarà nei prossimi anni il nostro paese e cominceranno ad avanzare proposte innovative, senza farsi influenzare dalle emergenze o dagli allarmismi diffusi spesso dai media.

Spesso non si tratta di un problema di apprendimento della lingua italiana dal momento che i figli degli immigrati sono nati in Italia e parlano perfettamente l'italiano. Anzi può capitare che siano i figli ad assumere il ruolo di mediatore tra genitori e insegnanti.
Il problema è che quando uno straniero arriva in Italia, in base alla legge Bossi Fini, ha solo un obbligo ed è quello di trovare un lavoro. Senza lavoro non si può ottenere il permesso di soggiorno e quindi l'obiettivo primario è quello di cercare un'occupazione non di imparare l'italiano. La vita di molti genitori di bambini stranieri è dura, assillata dal problema del permesso di soggiorno. Inoltre capita spesso che le donne – parlo soprattutto di quelle pachistane – siano già incinte quando arrivano in questo paese o lo diventano dopo poco e questo le costringe a rimanere spesso a casa; non frequentano corsi di lingua e fanno poca vita sociale. A questo proposito un altro problema è rappresentato dai luoghi di socializzazione per gli immigrati: ci sono tanti centri sociali per anziani ma pochi per gli stranieri e per le donne immigrate.
Per affrontare queste criticità i politici, le istituzioni dovrebbero fare lo sforzo di consultare gli stranieri prima di fare una legge sull'immigrazione rendendoli così partecipi della vita sociale; ma soprattutto dovrebbero imparare a conoscere gli immigrati che desiderano le stesse cose di un italiano, hanno le stesse esigenze, hanno bisogno di vivere e di condividere. In Emilia Romagna la situazione è più favorevole: c'è un coinvolgimento forte degli stranieri nella vita della città e la Regione ha tentato – in base alla proprie competenze in materia – di migliorare la legge Bossi-Fini facilitando la vita degli immigrati. E poi c'è questo Consiglio che cerca di dare massima voce agli stranieri: le loro sofferenze, le loro richieste diventano grazie al consiglio un atto pubblico e questo per dimostrare che noi siamo oggi in grado di assumerci le nostre responsabilità. 

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