Antonio Genovese è professore presso l’Università di Bologna, dove insegna Pedagogia interculturale in diversi corsi di laurea. Si è occupato, tra le altre cose, anche dei percorsi di educazione interculturale e interetnica.
Ha letto la mozione della Lega sulle classi separate per bambini immigrati. Qual è la sua valutazione?
La trovo una pessima mozione, carica di valori ideologici separazionisti e discriminatori, mascherati da una finta pedagogia compensativa e umanitaria.
Qual è la legislazione vigente in Italia in materia di inserimento degli allievi stranieri? La ritiene buona?
E’ buona, perché si tratta di indicazioni e norme che si sono accumulate in quindici anni di esperienza e che hanno saputo fare i conti con la specificità dell’immigrazione in Italia.
Nel 2006 è stato istituito l’Osservatorio per l’integrazione degli alunni stranieri e l’educazione interculturale, composto da esperti, associazioni ed enti di ricerca, per individuare soluzioni organizzative efficaci e utili orientamenti per il lavoro delle scuole. L’Osservatorio ha prodotto nel 2007 un ottimo documento orientativo.
La Lega propone una separazione tra gli alunni italiani e quelli stranieri che non superano il test di valutazione. Al contrario, altri soggetti che si occupano di minori e di multiculturalità ritengono che l’inserimento nelle classi ordinarie dei bambini sia il miglior metodo per il loro apprendimento e inserimento. Qual è la sua opinione?
Sono decisamente favorevole all’inserimento degli allievi stranieri nelle classi “normali”, in quanto un buon apprendimento linguistico avviene in situazione di socialità e di pieno uso dei diversi registri linguistici. Invece che di “classi ponte”, si dovrebbe parlare di laboratori linguistici cui si accede periodicamente, dopo il lavoro svolto in classe, per un rinforzo e un affinamento. Per un bambino/a straniero che vive nel nostro paese, l’italiano non è una lingua straniera, ma una vera e propria “lingua 2” (L2), cioè una lingua che si affianca a quella materna e lo rende bilingue. Dunque, è una lingua che veicola emozioni, sentimenti, paure, simpatie, antipatie, conflitti, relazioni, e non solo una lingua di informazioni e di regole.
Secondo la Lega la maggior parte dei paesi europei ha attuato classi separate, con buoni risultati. Altri sostengono invece esattamente il contrario. Qual è la reale situazione nei paesi occidentali? Quali sono gli esempi più efficienti e virtuosi?
A questo proposito la storia dell’immigrazione italiana all’estero insegna. In Germania, i bambini italiani e turchi frequentavano classi speciali proprio a causa della loro scarsa conoscenza linguistica. I risultati erano disastrosi. I giovani finivano per non imparare il tedesco e fare percorsi scolastici di scarsa qualità formativa. Inoltre, poiché a casa, spesso, si parlava il dialetto, i ragazzi italiani non imparavano bene nemmeno la lingua madre.
In genere le esperienze più positive sono quelle in cui, accanto alla lingua e alla cultura italiana, si studiano e valorizzano anche quelle del paese di provenienza.
In che ambito i bambini stranieri trovano maggiori difficoltà?
Personalmente, ritengo che le difficoltà più grosse siano di tipo relazionale: fare amicizie stabili, partecipare attivamente a gruppi amicali non di soli stranieri, non essere soggetti a sguardi “pesanti” e ad atteggiamenti discriminatori per il colore della propria pelle, per la religione professata, per la cultura di cui si è portatori...
In Italia sono presenti diverse comunità. I bambini che hanno più difficoltà a inserirsi da quali paesi provengono generalmente? Qual è il motivo?
Secondo molti insegnanti, anche oggi, come nella prima fase dell’immigrazione (anni ’90), l’apprendimento linguistico varia in base al paese di provenienza. In genere i minori provenienti dall’Est europeo hanno una più rapida acquisizione e padronanza linguistica.
Il problema delle difficoltà linguistiche e relazionali riguarda una parte quantitativamente ridotta dei minori immigrati. In questi casi i veri scogli da superare sono le lungaggini amministrative per rendere effettivo l’ingresso, considerato che molto spesso il minore arriva ad anno scolastico già iniziato. Tuttavia si possono utilizzare altri strumenti al posto delle classi separate: per esempio, da anni le associazioni degli immigrati chiedono di poter programmare in tempo l’arrivo della propria famiglia.
Le cito un passo dalla mozione Cota: "La scuola italiana deve essere in grado di supportare una politica di ‘discriminazione transitoria positiva’, a favore dei minori immigrati, avente come obiettivo la riduzione dei rischi di esclusione”. Può una discriminazione essere definita positiva ed evitare i rischi di esclusione?
Una “discriminazione transitoria e positiva” potrebbero essere considerati i laboratori linguistici “paralleli” all’attività di classe, e le attività di sostegno e recupero, che sono rivolte però sia a italiani che stranieri.
Consiglio di leggere con attenzione il discorso di presentazione della mozione alla Camera dei Deputati della leghista Paola Goisis. In esso appare evidente il significato che la Lega assegna alla categoria “integrazione”: separare per omologare dal punto linguistico, culturale e religioso, per difendere la “nostra” civiltà.