Anno 2018: verrà la morte

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Si intitola "Anno 2018: verrà la morte" ed è un documentario sociale che racconta la strage dell'amianto, per molti anni lavorato nelle fabbriche e impiegato nei modi più svariati, senza che i lavoratori e la società civile fossero a conoscenza della nocività di questo materiale. Attraverso le voci delle vittime dell'amianto, dei parenti di coloro che sono già morti, dei medici e di chi lotta in un'aula di tribunale perchè i diritti dei lavoratori esposti vengano riconosciuti, il documentario racconta la memoria di ciò che è avvenuto lasciando al pubblico il presagio di un triste futuro. Il lavoro d'inchiesta, realizzato da Giuliano Bugani e Salvo Luchesse - che a BandieraGialla hanno rilasciato l'intervista che segue - con le fotografie di Massimiliano Valentini, verrà presentato in prima nazionale giovedì 4 dicembre alle ore 21.15, presso la Mediateca di San Lazzaro di Savena, in via Caselle 22.  

Il vostro è stato un viaggio attraverso le fabbriche – ancora attive o dismesse, come quella di Casaralta a Bologna – che hanno lavorato l'amianto in Italia sino al 1992, data in cui il suo utilizzo è stato definitivamente vietato. Ci potrebbe fare una sorta di mappatura di questo percorso? Quante e quali fabbriche avete visitato durante la preparazione del documentario?
Giuliano Bugani: La sceneggiatura o la storia di questo documentario comincia proprio da un contatto con uno degli ultimi lavoratori della Casaralta, Guido Canova, tra i promotori di ALBEA, Ass. Lavoratori, Bologna, Esposti, Amianto. Per motivi di registrazione, l’intervista a Guido venne rinviata di mesi. E proprio mentre stavamo registrando altre fabbriche, come la Fincantieri di Monfalcone, o i casi di malati di Casale Monferrato, o Genova o la Breda a Sesto San Giovanni a Milano, mi rimisi in contatto con Guido e mi disse che i medici avevano trovato ‘ qualcosa’ nei suoi polmoni. L’ultima volta che l’ho sentito stava facendo la chemioterapia e respirava con l’ossigeno. Non so più niente di lui. Spero di trovare qualche suo amico che mi dica come sta Guido.”

Attraverso quali voci e quali testimonianze è stato costruito il documentario?
Salvo Lucchese: Il documentario affronta la questione dell'amianto a partire dai racconti dei lavoratori e dei cittadini esposti e dei parenti delle vittime da esposizione.
A queste testimonianze si aggiungono i pareri tecnici dei sindacalisti e delle associazioni dei lavoratori che hanno raccolto la documentazione necessaria per presentare esposti e denunce.
Altri contributi fondamentali sono quello del  giudice Guariniello, che ci ha permesso di ricostruire l'iter giudiziario delle indagini sull'amianto e quello del dottor Soffritti, dell'istituto Ramazzini, che descrive quali malattie si possono contrarre con l'esposizione all'amianto  e quali effetti possono avere sull'uomo.

Perchè, nonostante la nocività dell'amianto sia stata assodata ormai da tempo, è così difficile far valere ancora oggi i diritti dei lavoratori esposti?
Giuliano Bugani: Semplicemente perché sia nelle fabbriche private sia nelle fabbriche dello Stato, si è fatto uso di amianto. E sempre, dico sempre, tutti i dirigenti sapevano cosa stavano rischiando quei lavoratori. Tutti però, dai medici agli imprenditori privati e di Stato, a molti sindacalisti, tutti hanno taciuto. Perché? Mi viene da pensare, per denaro. Altre risposte non le ho trovate. Un operaio di Sesto San Giovanni, un ex fresatore alto due metri, apparentemente il ritratto di un gigante, si è ammalato di tumore alla laringe. Completamente asportata. Parla e respira attraverso un meccanismo meccanico all’altezza del diaframma. Al termine dell’intervista registrata nel documentario, afferma, con un grande sforzo dettato dalla rabbia e insieme dalla disperazione: ‘ Viviamo in un paese di bande armate. Ma abbiamo i documenti che dimostrano la loro colpevolezza’. Vedere questo gigante distrutto dall’amianto, dovere ancora oggi, con la traccia della malattia sul corpo, combattere per avere giustizia, mi fa credere che nessun uomo vincerà mai la battaglia più infame: quella di dovere combattere un altro uomo che ti porta alla morte con il silenzio dei tribunali.

Il documentario si intitola “Anno 2018: verrà la morte”. Perché questa data?
Giuliano Bugani: Attraverso i miei calcoli, essendosi verificata la massima esposizione di lavoratori all’amianto negli anni ’80, e potendo restare, il tumore da amianto, circa 40 anni in incubazione nel corpo prima di manifestarsi e uccidere in pochi mesi, sono arrivato a concludere che i 40 anni, dalla massima esposizione, arriverebbero appunto tra il 2015 e il 2020. E poiché in Europa i lavoratori esposti all’amianto sono stati centinaia di migliaia, il problema riguarda non solo l’Italia.  Il titolo, forse anche troppo ad effetto, vuole comunque catturare l’attenzione di tutte le istituzioni affinché la ricerca e la medicina arrivino a quell’ appuntamento con la morte, con la massima difesa possibile. “

Dal video emerge una verità sconcertante e forse da molti sconosciuta: l'amianto è stato utilizzato per molto tempo per la costruzione di edifici, impianti, tubazioni e non è stato ancora del tutto eliminato. Dove si può trovare oggi l'amianto?
Giuliano Bugani: Questa è una bella domanda. Il documentario è una scheda, forse, storica di quanto è avvenuto nel passato. Come ho già detto, sulle responsabilità del silenzio. Dalla data del divieto per legge, 1992, dell’uso dell’amianto, verrebbe da pensare che dal 1992 tutto è stato risolto. E invece si è solo chiusa una parentesi storica. E cioè quella che aveva colpito i lavoratori venuti a contatto in quel periodo. Basta pensare che le Torri Gemelle dell’11 Settembre, erano in amianto, e tutta la polvere che si vede nei filmati quando crollano, è polvere di amianto. Le navi, gli aerei, i tetti di molte case, e oltre a 350 prodotti ad uso civile attuale, hanno l’amianto. Dal 1992, nasce un altro silenzio: quello che tace la presenza attuale dell’amianto. Quello che tace le prossime vittime dell’amianto. Quello che tace i nuovi responsabile delle future morti per amianto. Il documentario, al termine del filmato, svela grande parte della presenza attuale. Una presenza alla quale nessuno o quasi nessuno può sfuggire. Quindi l’ultima cosa che mi chiedo è: cos’è che costruisce il silenzio e l’omertà davanti alla morte degli altri? Il denaro? E se questa dovesse ancora essere la risposta, forse avrei dovuto dare un titolo diverso al documentario: ‘ La vita non ha valore’. Nel senso peggiore.

Con quali risorse è stato prodotto e realizzato questo lavoro?
Salvo Lucchese: Per diverse ragioni è' difficile trovare un editore o un produttore disposti ad investire in un progetto di inchiesta come il nostro. “Anno 2018: verrà la morte” credo sia una testimonianza di come sia possibile realizzare un video di buona qualità con un piccolo budget o attraverso l'autoproduzione. A mio parere, quando alla base di un inchiesta c'è un'idea forte e una certa onesta nell'esposizione, i limiti tecnici passano in secondo piano. Siamo comunque alla ricerca di altri partner per cercare di distribuire e diffondere il documentario in modo ampio sul territorio.