Un'associazione rom rumena per dare un aiuto a donne e bambini

bimbi rom che sorridono


E' nata a Bologna l'associazione di Rom rumeni "Aven amenza", che in italiano significa "venite con noi". Sabato 18 ottobre si è tenuta la prima cena di autofinanziamento. Abbiamo parlato con Constantin Constantin, fondatore dell'associazione. L'avevamo già visto tra i protagonisti del film-documentario di Elisa Mereghetti "La colonna senza fine", che narra le vicende della comunità Rom rumena di Craiova dal 2002 al 2007 a Bologna, dai primi sgomberi dalle baracche sul Lungo Reno alle varie tappe presso L'XM 24, Via Casarini, il Ferrohotel, Villa Salus.

Qual è la situazione attuale della vostra comunità?
La maggioranza, circa il novanta per cento, delle persone che in seguito agli sgomberi sono state ospiti a Villa Salus e Santa Caterina di Quarto, ha ottenuto una casa. Inoltre molti lavorano. Quindi per noi la situazione è migliorata. Ci sono poi altre famiglie accampate sul Lungo Reno, anche se non più organizzate in baraccopoli ma disperse, perché temono ulteriori sgomberi.

Come è nata l'associazione?
L'idea è nata qualche anno fa ma diversi problemi mi hanno impedito di attuarla. Per esempio nel 1996 mi è stato sospeso il permesso di soggiorno e, per la legge Bossi-Fini, per un anno e mezzo sono rimasto senza. C'era poi un problema economico, in quanto mancavano le risorse per aprire l'associazione. Perciò mi sono consultato e ho chiesto aiuto ad alcuni amici italiani. Così è nata l'idea della cena di finanziamento al Vag61.

Quali sono gli obiettivi dell'associazione?
Due sono le priorità. In primo luogo quella di lavorare con i minori, sia quelli non accompagnati che vanno orientati verso la scuola che i più grandi, che svolgono un mestiere o frequentano una scuola professionale.
Il secondo obiettivo è di fornire aiuto alle donne nella ricerca di un lavoro. C'è grande necessità di un secondo stipendio nelle famiglie. Per esempio tra quelli che hanno avuto le case quattro anni fa ad alcuni sta per scadere il contratto e dovranno pagare l'affitto, che a Bologna è molto alto. Parliamo di ottocento, novecento euro o più, dipende dalla zona. Con un solo stipendio, di mille o milleduecento euro, una famiglia non riesce a vivere, soprattutto considerando che molte hanno tre o quattro bambini.

Per quanto riguarda i giovani detti di seconda generazione, c'è un problema per loro a districarsi tra la cultura della famiglia e quella italiana?
I bambini della nostra comunità nati qui non sono molti perché siamo arrivati da poco. In ogni caso, da un lato cerchiamo di trasmettere loro la nostra cultura. Da noi si dice che un bambino che nasce fuori dal suo paese e perde la sua cultura è come se perdesse la mamma. D'altro lato cerchiamo anche d'insegnare ai bambini la lingua, la cultura, le regole italiane. Una cultura non esclude l'altra.

La popolazione rom è particolarmente bersagliata in Italia. Negli ultimi mesi ci sono stati diversi episodi: la proposta delle impronte ai bambini, le accuse di rapimento di bambini da parte dei rom a Catania e Napoli, ora anche le classi separate per i bambini immigrati. Cosa ne pensi?
In questo momento storico siamo discriminati tanto qui in Italia come in Romania. È tipico dei governi manovrare i cittadini come fossero macchine. La questione delle impronte per esempio è assurda. Perché i bambini devono pagare per le eventuali colpe dei padri? Forse quando Provenzano o altri mafiosi hanno commesso crimini lo stato italiano ha punito i loro figli? Chi sbaglia deve pagare, ma i bambini non hanno colpe. Stiamo regredendo pericolosamente al tempo dell'Olocausto, che oltretutto è iniziato in questo stesso modo. Anche in Romania la situazione non è migliore per noi. Il presidente rumeno recentemente ha dato della ‘sporca zingara' a una giornalista.

Al di là del livello politico e mediatico, cosa possono fare le singole persone per avvicinarsi?
Prima di tutto cercare di conoscere le persone. In secondo luogo, dare la possibilità di replica, cioè permettere a chi è accusato di esprimersi. Bisogna prima informarsi e conoscere, poi giudicare. Non sto dicendo che noi rom rumeni siamo tutti santi o virtuosi. Come qualsiasi altro popolo, ci sono tra noi persone oneste così come delinquenti. Ma questo vale per ogni nazione. Bisogna tentare di superare l'immagine stereotipata dell'intero gruppo e conoscere la singola persona. Andando sul concreto, un buon momento sono le feste. Ho invitato amici italiani a feste e ricorrenze rumene e sono rimasti piacevolmente stupiti. Sono momenti in cui si può conoscere realmente la cultura dell'altro: la sua musica, il suo cibo, le usanze.