La città della coesione sociale, tra accoglienza e diversità

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Volantini razzisti affissi sulle porte di alcune botteghe pachistane, un phone center gestito da stranieri totalmente bruciato e un controllore Atc sospeso dal servizio - grazie alla denuncia di una passeggera - per aver insultato, durante la verifica dei biglietti su un autobus, una coppia rom con bambino. Tre episodi accaduti a Bologna nel giro di pochi giorni e che si sommano ai gravi fatti di violenza nei confronti di cittadini stranieri succedutisi nelle scorse settimane, da Parma a Milano sino a Castelvolturno. "Vai via dal nostro paese", dicono i volantini ritrovati dai proprietari di negozi e internet point della città, come se il diritto di appartenere a un paese e di viverci liberamente fosse un pregorativa conseguita per nascita e che non può essere in alcun modo acquisita.

Slogan come questi, commenti sotto voce che capita di ascoltare alla fermata dell'autobus, in fila a uno sportello, sguardi diffidenti e impauriti, se ne sentono e se ne vedono molti, ma non rappresentano - per fortuna - il pensiero di un'intera comunità. Tuttavia "i muri continuano a essere innalzati" e le notizie inutilmente allarmistiche diffuse dai media con il benestare di chi al momento governa il nostro paese non aiutano certo a creare un clima favorevole a una convivenza pacifica.
Da dove cominciare allora? Cosa fare per evitare che il conflitto si inasprisca ancora? "Partiamo dalla città" - ci suggerisce un convegno organizzato da Cgil Bologna ed Emilia Romagna e tenutosi proprio in questi giorni a Bologna - iniziamo ad osservare i luoghi, i passi, i gesti di chi li attraversa e li vive quotidianamente. Dai progetti di pianificazione urbanistica sino ad arrivare alle pratiche e alle relazioni che animano lo spazio e lo trasformano, cominciamo a immaginarci la città come il riflesso delle nostre con-divisioni, delle diseguaglianze e dei conflitti, dei processi di inclusione o di marginalizzazione. Guardiamoci intorno e domandiamoci dove e come vivono i poveri, gli immigrati, una frangia di popolazione che cresce - secondo il rapporto Caritas 2007, in Emilia Romagna sono 317.888 i cittadini stranieri residenti - ma che continua a rimanere ai margini delle città, nei centri urbani come nei casermoni delle periferie, lontani dai servizi e dai luoghi d'incontro.

Nel convegno "Migranti, città, periferie" si abbandona il termine sin troppo abusato "integrazione", che spesso - spiga Tiziana Caponio, docente all'Università di Torino - "si utilizza in senso unilaterale" (come se fossero solo gli immigrati a dover imparare a vivere con gli altri) o in chiave prettamente economica, a favore di un'espressione che rende il senso dell'insieme, dello scambio: la coesione sociale. Una coesione che è il risultato di relazioni comunitarie, "di interazioni tra residenti e immigrati" - spiega la docente - e che passa innanzitutto attraverso l'accesso alla casa. "Grazie a progetti di inserimento a canone agevolato e di azioni di mediazione tra pubblico e privato si potrebbero aiutare gli immigrati a trovare una casa", perchè - al contrario di ciò che pensano in molti - in Emilia Romagna solo il 10,6 % degli allogi popolari va agli stranieri.  Ma le politiche di coesione vanno anche sviluppate partendo dal locale, dai quartieri dove si creano maggiormente legami, micro-città in cui continuamente sorgono incontri e scontri. In questo senso non basta la riqualificazione estetica degli spazi ma bisogna favorire il prolificare di luoghi di socializzazione, ipotizzando magari la nascita di agenzie di mediazione sociale dove tutti i residenti - commercianti, cittadini italiani e stranieri - possano  trovare un luogo dove confrontarsi e risolvere problemi e conflitti. Un ruolo ancora più importante ha la scuola dove circa il 10% degli studenti sono stranieri: un luogo di contagio e di contaminazione creativa e linguistica - lontano anni luce dalle classi ponte istituite dalla Lega - uno spazio dell'uguaglianza in grado di accogliere e di insegnare ai futuri cittadini a vivere in piena libertà, rispettando ogni diversità.

Cittadini e urbanisti insieme dovranno allora impegnarsi a costruire una nuova città pubblica che appartenga a tutti, "sostenibile e accessibile" - come afferma Guido Leoni, consigliere Inu (Istituto nazionale di urbanistica) -   non solo economicamente ma anche socialmente, con spazi verdi, trasporti che funzionano e in cui sia anche prevista la costruzione di luoghi di culto per tutti. Una pianificazione partecipata che tenga conto delle diversità sociali, dei bisogni e degli innumerevoli modi di vivere e usare lo spazio. Senza razzismo nè discriminazioni.




 


 

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