"Fallo!": torna Gender Bender

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Dal 28 ottobre al 2 novembre Bologna ospita la sesta edizione di Gender Bender, il festival internazionale che presenta al pubblico gli immaginari prodotti dalla cultura contemporanea legati alle nuove rappresentazioni del corpo, delle identità di genere e di orientamento sessuale. Attraverso arti visive, cinema, teatro, danza, letteratura, performance.

di Paolo Salerno

Gli uomini di Jukka Korkeila sfidano la gravità e la terza dimensione: appiattiti e svuotati come sagome gommose, si espandono galleggiando lungo le pareti o giocano a rincorrersi dietro gli angoli delle porte. La loro è una danza morbida e ipnotica, all’inseguimento di genitali ipertrofici, ora idoli benevoli, ora inquietanti totem pop, escrescenze ossessive che, come scomode appendici, nascono nei posti più impensati, occupando un’ascella o un cranio, in barba all’anatomia ma seguendo un oscuro alfabeto visivo.

Il regista di The Complete History of My Sexual Failures si interroga su cosa non abbia funzionato nelle sue relazioni: perché la maggior parte delle ragazze con cui è stato lo ha, invariabilmente, lasciato? Chris Waitt, regista e protagonista del film, decide di intervistarle una ad una, cercando di capire cos'è veramente successo: è lui che non riesce a comprendere le donne o sono loro che, di volta in volta, non lo apprezzano? Il risultato è un affresco tragicomico e colmo d’ironia della propria vita sentimentale e, soprattutto, una ricerca bizzarra sull'identità maschile - sessuale e affettiva - di oggi.

Peter Ampe e Guilherme Garrido, rispettivamente danzatore e coreografo, si sono incontrati grazie alla loro professione e a progetti comuni. Affascinati l’uno dall’altro, hanno dato vita a un sodalizio artistico che, inizialmente felice, è col tempo sfumato in una relazione più complessa e accidentata. Still Difficult Duet è uno spettacolo che porta in scena questo “duetto complicato”: su coreografie di Guilherme Garrido e grazie alla formidabile presenza scenica di Peter Ampe, la pièce mostra, con divertito compiacimento, alcuni esempi di relazione al maschile, evidenziando gli aspetti più banali dei modelli imposti dagli stereotipi di virilità.

Questi alcuni dei protagonisti di Gender Bender Festival, la vetrina internazionale che il Cassero - gay lesbian center - dedica ai generi e alle identità “leggendo tra le righe”, abbandonando gli sterotipi più rigidi legati al maschile e al femminile e cercando, invece, i luoghi culturali in cui le identità, slittando e sovrapponendosi, diano origine a nuovi, stimolanti immaginari. Con uno sguardo trasversale e multidisciplinare, e con una selezione dal respiro internazionale, il festival alterna danza e arti visive, performance e cinema, teatro e letteratura, raccontando un universo in cui i confini tra generi e orientamenti sessuali appaiono sempre più sfumati e incerti, in nome di una più autentica e complessa lettura del reale.

Al centro della sesta edizione del festival (dal 28 ottobre al 2 novembre) c’è l’identità maschile, una delle costruzioni culturali più solide e allo stesso tempo più discusse della nostra contemporaneità. “Viviamo un’epoca di continui e rapidi mutamenti” dice Daniele Del Pozzo, direttore del festival, “le profonde trasformazioni sociali e culturali, avvenute a partire dalla metà del secolo scorso, fanno in modo che quotidianamente ci si interroghi su uno dei temi fondanti della nostra epoca: l’identità nel cambiamento. Ecco perchè la sesta edizione del festival pone un’attenzione particolare al maschio del futuro: quale sarà il maschio di domani?”.

È la stessa domanda che sembrano porsi i protagonisti di 13, uno spettacolo della coreografa inglese Beth Cassani. Dedicato all’adolescenza e al passaggio all’età adulta, 13 presenta due giovanissimi balllerini, non ancora adolescenti, che metteranno in scena un rito di passaggio: la costruzione della propria futura identità. Danzando, i due fratelli (figli della coreografa) lottano tra loro, a volte complici e a volte rivali, interrogandosi su cosa significhi diventare un uomo nella nostra epoca. Lo spettacolo è, per sua stessa natura, irripetibile: cattura, infatti, quel particolare momento di grazia in cui l’infanzia lascia il posto all’età adulta. Una volta cresciuti, i protagonisti – le cui intuizioni sull’identità in divenire sono la struttura decisiva della pièce – non potranno più metterlo in scena.

L’universo maschile, dunque, come metafora del cambiamento e della rielaborazione del sé, alla luce di un complesso sistema culturale anch’esso sempre più incerto e confuso, ma allo stesso tempo stimolante e in continua evoluzione. Ad essere ugualmente in discussione sono, secondo le linee di ricerca del festival, i corpi, soggetti privilegiati in cui identità, generi e orientamenti sessuali si incrociano dando spesso origine di nuovi, sorprendenti immaginari. Un corpo che può essere, ad esempio, luogo di ricezione emotiva, puro ente sensibile da stimolare solo attraverso il tatto: Placebo Treatment, del coreografo tedesco Felix Ruckert (ospite della Biennale di Venezia con il suo discusso Messiah Game) a Gender Bender in prima nazionale, fa esattamente questo, sottoponendo gli spettatori presi dal pubblico a una “cura illusoria” fatta di pressioni e diverse texture sensoriali. Nella performance, in cui tre ballerini interpretano il ruolo di terapeuti/demiurghi, gli spettatori/pazienti vengono trasformati in vere e proprie sculture viventi, attori passivi di una coreografia in divenire e improvvisata, attraverso la quale però mettere in discussione codici sociali e rompere tabù precostituiti.

Codici e tabù culturali che possono, di fatto, costringere a ripensare (e dunque a modificare radicalmente) il corpo in base al proprio orientamento sessuale. È quello che succede in Be Like Others, un documentario che Gender Bender presenta in prima nazionale, testimonianza delle dolorose contraddizioni dovute alla legge islamica vigente in Iran, che punisce l’omosessualità con la morte e che, invece, accetta e favorisce il cambio chirurgico del sesso in nome di un “necessario ordine” tra maschile e femminile. Costretti, così, alla negazione del proprio orientamento sessuale, giovani gay e lesbiche ricorrono alla drastica misura dell’intervento di riassegnazione chirurgica del sesso, senza tener conto della propria identità di genere. Un corpo, dunque, su cui tabù e rigidi assunti culturali sono intervenuti materialmente, modificandone la natura nel tentativo di ristabilire un equilibrio tra percezione del sé e accettazione sociale.

Il corpo è, inoltre, intelligente ed efficace motore politico, in grado di fornire nuove e stimolanti chiavi di lettura ad un universo sociale e culturale sempre relativo e solo apparentemente definito e concluso. In Darling! – the Pieter Dirk Story, documentario del giovanissimo regista australiano Julian Shaw, incontriamo l’attore comico Pieter Dirk - Uys, famoso oppositore dell’apartheid e tra i più conosciuti attivisti per le campagne di informazione e prevenzione sull’Aids. Nei suoi spettacoli Pieter Dirk - Uys assume le fattezze della “più famosa donna bianca del Sudafrica, Evita Bezuidenhout”. Personaggio che, rileggendo in chiave camp generi e identità, riesce ad intrecciare il livello politico a quello spettacolare utilizzando il proprio corpo come punto di forza. Ad oggi lo show, di cui vedremo degli sketch nel documentario, è stato presentato a milioni di studenti africani, ricevendo il plauso di Nelson Mandela e dell’arcivescovo Desmond Tutu, premi Nobel per la pace.

Il corpo, dunque, come schermo culturale su cui riflettere le diverse sfumature di generi, è anche al centro della ricerca di Heidi Lunabba, in residenza artistica a Bologna presso gli spazi di Nosadella.due. Artista finlandese legata all’espressione artistica di stampo femminista, la sua produzione, che identifica l’arte come uno strumento concreto d’azione in campo politico e sociale, riflette sulla necessità di un’uguaglianza prima di tutto individuale, tra le persone, al di là delle differenze tra uomo e donna. Le sue opere (in genere installazioni e performance) coinvolgono direttamente il pubblico, facendone allo stesso tempo attore e soggetto dell’esperienza artistica.

Giocando sul ribaltamento dei ruoli di uomo/donna e sulla possibilità di generare una presa di coscienza delle diversità, che conduca soprattutto allo sviluppo di una coscienza della propria individualità, l’artista lavorerà insieme ai cittadini, offrendo loro servizi da beauty farm che nasconderanno però curiosi segreti: saloni da barbiere per sole donne, make up per uomini e così via… Esito del lavoro sarà un video in cui ogni partecipante potrà ritrovarsi sotto nuova identità. Ogni “trattamento” verrà documentato, così da realizzare un video che riassumerà, in una confusione programmata delle identità, l’intero progetto artistico.


L’immaginario femminile viene inoltre riproposto, con una chiave politica molto più netta e rivolta soprattutto al panorama culturale lesbico, dalla terza edizione di Soggettiva. Rassegna a cura di ArciLesbica Bologna, all’interno di Gender Bender, Soggettiva  presenterà una retrospettiva dedicata alla regista indiana Pratibha Parmar, da anni impegnata nella lotta alle discriminazioni culturali e sociali, una selezione di lungometraggi lesbici scelti dai principali festival glbt internazionali e un convegno che, partendo dall’analisi della famosa serie televisiva The L word, esplorerà le trasformazioni culturali e sociali che la fiction, filone pop per eccellenza, produce rispetto alla rappresentazione  del genere, della razza e dell’orientamento sessuale.

Un universo interamente al maschile, invece, per With Gilbert & George, del regista inglese Julian Cole. Amico e collaboratore degli artisti, il suo documentario è un ritratto toccante, girato in diciasette anni, che rivela per la prima volta gli individui dietro le sculture viventi. Il film ripercorre la loro vita e la loro relazione, dalle umili origini al palcoscenico artistico mondiale, dove hanno recitato un’enigmatica e controversa “azione a due” per quattro decenni. Allo stesso modo Derek, il documentario del regista Isaac Julien, è un commosso omaggio ad uno dei più grandi tesori del cinema indipendente: Derek Jarman. Il documentario mette insieme un movimentato collage di rari filmati domestici, preview di film e interviste, nonché una lettera d’amore in video dell’attrice Tilda Swinton, in cui racconta poeticamente la verità sulla vita che Jarman condusse, sottolineando il profondo vuoto culturale lasciato dalla sua assenza.

A chiudere la rosa di appuntamenti che Gender Bender offrirà al suo pubblico, lo spettacolo che forse più degli altri riassume lo spirito del festival: J’ai gravé le nom de ma grenouille dans ton foie (Ho scritto il nome della mia ranocchia nel tuo fegato), spettacolo che utilizza i linguaggi della danza, del teatro e del cinema per raccontare una storia in cui generi, ruoli e identità si interrogano a vicenda, mettendo in discussione il loro stesso statuto.

Rapppresentazione di una favola classica, la pièce, divisa nettamente in due parti, ribalta i ruoli tradizionali dei personaggi da fiaba per eccellenza: il principe e la principessa. Il racconto emerge sotto l’occhio di una telecamera: gli attori dialogano con quelli che credevano essere i fondamenti della loro mascolinità e femminilità, in una catena di azioni apparentemente prive di significato: “Il mio corpo mi appartiene ancora? Che cos’è maschile? Femminile? Se non sono un principe, che cos’è che fa di me un uomo? Se non sono una principessa, che cos’è che fa di me una donna?”.

La prima parte dello spettacolo, interamente registrata, verrà in seguito proiettata al contrario sul fondo della stessa scena: un lungo piano-sequenza rovesciato sul quale gli attori iniziano a narrare una favola, ben diversa da quelle che ci sono state raccontate da bambini, a proposito di due personaggi che cercano di reinventare il desiderio e della ribellione di una principessa il cui destino sembra essere già segnato. Le immagini proiettate al contrario corrispondono perfettamente al racconto degli attori, e tutto quello che avevano fatto fino a questo momento assume un altro senso, più tragico e insieme più divertente. La prima e la seconda parte dello spettacolo sono dunque simmetriche, una l’inverso dell’altra, come un guanto rovesciato. O come le dimensioni opposte al di qua e al di là di uno specchio: una volta superate consuetudini e tabù, il confine si assottiglia fino a spezzarsi e permettere di passare oltre lo specchio stesso. Realtà e desiderio diventano così tutt’uno, dando corpo a quell’idea di felicità che ognuno di noi insegue, restituendoci la cifra esatta della nostra autentica identità.

Per tutte le informazioni sugli spettacoli, i protagonisti e gli aggiornamenti del festival visitate il sito: www.genderbender.it.