Michele Zani, della cooperativa La Carovana, da oltre dieci anni lavora a contatto coi ragazzi di Casteldebole organizzando attività per il tempo libero, uscite e sport. Dal suo punto di vista oggi questo lato della periferia di Bologna non sembra più degradato di altri. I problemi esistenti, dice, sono semplicemente frutto della mancanza di una strategia di lungo periodo e di scarsa attenzione per le politiche giovanili.
Da oltre dieci anni la cooperativa La Carovana è presente a Casteldebole. E' cambiato molto il territorio in questo arco di tempo?
Casteldebole era un paese vero e proprio alle porte di Bologna. Questo luogo è stato un nucleo anarchico importante durante la Resistenza e adesso, come zona, conserva una forte identità e una radicata memoria storica. In tempi recenti, però, è stato interessato da una massiccia inurbazione. In altre parole è stato designato per diventare una zona puramente residenziale, perlopiù di case popolari. L'inevitabile conseguenza originata dall'aver costruito case che non fossero accompagnate a servizi sul territorio, quali scuole, parchi e strutture ricreative, si è tradotta in una serie di problemi.
Questi problemi come si manifestano oggi?
Oggi si tende verso due approcci estremi: o si nega il problema, o al contrario si pensa Casteldebole come un territorio estremamente problematico. Banalmente basterebbe essere meno drastici e ragionare sul fatto che tra questi due poli passano molte situazioni intermedie, che meglio descrivono la situazione di qui. I giovani vivono un frangente delicato e difficile a causa del lavoro scarso, della povertà crescente e di tutte le situazioni spiacevoli conseguenti a queste premesse. Perciò il problema non è solo a Casteldebole, possiamo dire invece che nelle periferie come Casteldebole questo problema è più accentuato perché gli adolescenti hanno meno punti di riferimento.
Di cosa si occupa attualmente La Carovana?
La Carovana, come le altre associazioni sul territorio, come ad esempio Hip Hop, si occupa proprio di aiutare i ragazzi attraverso attività formative. Ma certamente questo impegno non basta se non viene supportato da sinergie e da un lavoro congiunto, se non vengono messi a disposizione degli spazi e delle strutture adeguate ai bisogni dei più giovani.
Cooperative sul campo: Hip Hop e La Carovana, c'è una connessione?
In realtà c'è una connessione informale, scaturita dal fatto che da anni noi educatori lavoriamo su tanti territori e finiamo per incontrarci e condividere esperienze e impressioni. Ad esempio per Casteldebole la cooperativa Hip Hop si occupa di orientamento al lavoro e percorsi di formazione, mentre la Carovana punta sulle attività connesse al tempo libero e di aggregazione direttamente in strada. E comunque i ragazzi coi quali veniamo in contatto sono gli stessi e vivono bene pure questa divisione, nel senso che sapendo che ci occupiamo di ambiti diversi chiedono ora all'uno ora all'altro, sfruttando le nostre competenze specifiche.
Come si articola, a livello pratico, l'attività che svolgete sulla strada?
Due giorni la settimana ci incontriamo coi ragazzi e organizziamo uscite, oppure rispondiamo alle loro richieste senza però presentarci come educatori, ma cercando di entrare in sintonia con loro da amici, sebbene adulti. All'atto pratico lo scopo è diventare dei punti di riferimento per loro in un territorio che non gliene offre o nel quale gli esempi di riferimento potrebbero essere negativi.
E quella per il tempo libero?
Per il tempo libero, che è uno dei principali obiettivi del nostro contratto, offriamo attività di free climbing, campeggio, trekking, arrampicata sportiva all'Alpe di Monghidoro ecc. Insomma dipende dalle occasioni. In realtà privilegiamo le uscite, quindi le attività all'aperto, perché è un ambito per forza di cose più coinvolgente rispetto al contesto della routine urbana. Senza trascurare che si tratta di fatto di praticare sport completi dal punto di vista fisico immersi nella natura.
Come cooperativa riuscite ad avere degli spazi dalle istituzioni?
Al momento siamo un po' arrangiati. Proprio l'assenza di spazi non disgiunta dalla nostra esperienza pregressa (La Carovana inizialmente si occupava di turismo sociale ndr) ci ha portato ad organizzare escursioni e uscite piuttosto che restare nel quartiere. A Casteldebole mancherebbero gli spazi per motivare i ragazzi e per condividere esperienze in grado di far leva dal punto di vista educativo, che in sintesi è la missione del nostro lavoro.
Poi, da parte delle istituzioni a dire la verità manca un pensiero strategico; nel senso che dall'alto giungono unicamente provvedimenti spot e ciò comporta un'assenza pressoché totale di percorsi con un punto di inizio ed uno di arrivo, in modo da potersi prefiggere obiettivi raggiungibili anche nel lungo periodo. Questo cozza palesemente con la possibilità di risolvere qualsiasi disagio giovanile o educativo. In ogni caso - è bene sottolinearlo - lavorando anche in altre zone, mi sono reso conto che è un problema comune e non dipende dal quartiere, bensì a risentirne è l'intera città.
Prospettive di miglioramento?
E' difficile dirlo, attualmente prevale l'incertezza. Infatti, istituzionalmente si stanno affrontando questioni di centralizzazione e decentralizzazione dei poteri e quindi è quasi impossibile prevedere quel che accadrà anche di qui a breve. Quel ch'è certo è che a Bologna manca un assessorato alle politiche giovanili e questo dovrebbe dirla lunga...
Qual è la situazione dei ragazzi di Casteldebole, vista da un educatore che lavora a stretto contatto con loro?
In questo momento credo non sia peggiore o migliore di molte altre realtà periferiche italiane. Il problema principale, come ho detto, è la mancanza di servizi di base per i giovani. A causa di alcuni interventi tesi a ridurre il disagio sociale ora sono presenti servizi per situazioni problematiche e tuttavia in quest'area non si trova niente per il tempo libero, oppure per l'aggregazione, l'istruzione, il lavoro ecc.
Era cominciata la sperimentazione del Centro Bacchelli, che poi però fallì e dunque venne riformulata, com'è adesso. Prima ad esempio era un centro dedicato ai ragazzi, di varia età senza distinzioni.
In questo momento come funziona il Centro Bacchelli?
Dopo l'incendio del 1994 è stato ricostruito e dato in gestione agli anziani. Pertanto in questo momento è di fatto un centro anziani. Ciò significa che non è un luogo di aggregazione pensato per il pubblico dei più giovani e non c'è apertura in tal senso da parte di chi lo gestisce. E temo resterà così ancora per molto: neanche una stanzetta per i ragazzi e poche attività didattiche peraltro a pagamento, che di conseguenza escludono i soggetti già in condizione di difficoltà economica e di scarsa inclusione.
La verità è che gli anziani sono la via più semplice e meno dispendiosa, perché offrire lo spazio ai ragazzi determinerebbe dei costi aggiuntivi, in educatori, corsi e attività. Dunque emerge ancora una volta che da parte delle istituzioni si preferisce spendere meno oggi, evitando investimenti di questo tipo, e poi magari si finisce per dover pagare un prezzo più alto a livello sociale ed economico nel momento in cui si creano delle emergenze e si devono varare piani e progetti di risposta, magari retti da ampi stanziamenti di fondi. Quando basterebbe riconoscere che le emergenze derivano dalla mancanza di investimenti iniziali anche minimi e dall'assenza di un piano strategico per le politiche giovanili.
In altre occasioni è emerso che nel territorio di Casteldebole ci sia una netta suddivisione tra la zona ricca delle villette, e quella più povera che vive nelle case popolari. Tu avverti questa distinzione?
Sì, sicuramente ci sono delle divisioni tra i ragazzi, ma io non le avverto perché molto probabilmente ho a che fare soltanto con una parte di essi. Però c'è anche da dire che siamo in un momento in cui queste divisioni tendono a scomparire e vedo che tra i ragazzi la conoscenza diventa trasversale e sono più forti i contatti delle divisioni. Inoltre, data la natura del territorio, essendo soltanto la baracchina dei gelati (vicino alla Torretta ndr) il punto di aggregazione più importante e frequentato, finisce anche per esserci un unico ritrovo e un contatto tra entrambe le parti.
Vuoi e puoi raccontare qualche storia legata ai ragazzi?
In generale occorre dire che questo luogo ha ospitato storie per molti versi differenti e per tanti altri incredibilmente simili. Chi era più vulnerabile a causa della facilità del contatto con le droghe, che qui per ragioni di vicinanza è facile procurarsi, è rimasto coinvolto. In altre occasioni invece la maggior parte dei ragazzi ha condotto vite assolutamente normalissime, se non per il disagio dato dalla mancanza dei servizi che avrebbe permesso loro di vivere una vita qualitativamente migliore.
C'è una parte di comunicazione che un educatore dovrebbe portare dai giovani alle istituzioni?
Credo di sì e noi in passato l'abbiamo fatto attraverso lo strumento video. Per circa dieci anni abbiamo deciso di sfatare alcuni luoghi comuni da parte del mondo adulto filmando la situazione e i ragazzi affinché potessero essere loro stessi a spiegarsi, a individuare e rendere chiare le loro esigenze, i loro disagi, la loro volontà. Il video poi offre un'opportunità rara sul piano del confronto generazionale, essendo uno strumento comprensibile per tutti. Ora, poiché a Casteldebole regna una forte identità comunitaria che altrove mi pare assente, ritengo sarebbe positivo ripartire da questa identità, o dal percorso della memoria storica, ed usare di nuovo il video per innescare questo dialogo interrotto sia tra le generazioni che con le istituzioni.