''Droga, razzismo e minoranze sono fenomeni strettamente intrecciati''

Se ne è parlato a Bologna in un convegno sulle tossicodipendenze

Doppiamente stigmatizzati. Perché stranieri e perché spesso soggetti a rischio, per quanto riguarda le tossicodipendenze. Di “Europa, droghe e migranti” ha parlato Kazim Khan, direttore del progetto europeo “Race, Drugs and Prevalence”, nel corso del convegno “Europa senza confini – le politiche sulle droghe e l’ampliamento dei diritti”, organizzato dal Cartello nazionale “Non incarcerate il nostro crescere”, con la collaborazione della Regione Emilia-Romagna e tenutosi a Bologna l'8 giugno. “Droga, razzismo e minoranze sono fenomeni strettamente intrecciati – ha esordito Khan, nella Sala Auditorium della Regione, in viale Aldo Moro – , in modo direi inesorabile. ‘Minoranze’ e ‘droghe’ vuol dire l’altro, e l’altro è l’inferiore, l’ostile”.

I clandestini, soprattutto, sono ormai una significativa quota dei tossicodipendenti che non entrano in contatto con i servizi, sociali e sanitari. “E ciò – ha detto Khan – fa sì che gli immigrati portino le stigmate non solo dell’appartenenza a un gruppo etnico, ma anche della tossicodipendenza. Cosa si sta facendo per loro, oggi? Poco, molto poco”. Khan ha dapprima coordinato un gruppo di lavoro che ha studiato la situazione migranti-tossicodipendenze negli ex Paesi possessori di colonie (Portogallo, Francia, Paesi Bassi, Inghilterra), per poi analizzare Belgio, Germania e Italia. “Il risultato, come già anticipavo, è che per gli immigrati si fa poco. E poiché hanno questa grossa difficoltà di accesso ai servizi, nella maggior parte dei casi finiscono poi con l’avere problemi con la giustizia, e finire in carcere. Laddove sono state prese iniziative – continua Khan – , che comunque non sono mancate, e sono state buone, è stato più per volontà del singolo operatore, spesso anche lui straniero. Ma si è trattato di iniziative non strutturate, il cui valore andava perso quando l’operatore, per qualche motivo, se ne andava”.

Kazim Khan sta lavorando attualmente a un progetto insieme al Dipartimento delle dipendenze patologiche Azienda Usl di Reggio Emilia, di cui è responsabile Umbero Nizzoli (presidente onorario Erit). “Chi emigra è in genere una persona ‘sana’ – ha detto Nizzoli nel suo intervento – , il cui patrimonio di salute, però, una volta giunto nel nuovo Paese, rischia di essere messo a repentaglio per tutte le difficoltà incontrate: casa, lavoro, inserimento, mancanza della famiglia d’origine. Il fallimento del progetto migratorio può portare alla droga; per questo bisogna impegnarsi molto sul fronte della prevenzione”. E’ dimostrato come, per problemi di tossicodipendenza, “gli stranieri vanno più spesso in prigione, ci stanno di più e rischiano maggiormente, una volta usciti, la morte per overdose. Bisogna fornire loro continuità assistenziale: è un obiettivo primario”. Nizzoli ha ricordato l’impegno, sul fronte dell’inclusione e delle strategie sociali a favore dei migranti, di Regioni quali Toscana ed Emilia-Romagna, e dell’impegno, da parte dell’Azienda Usl di Reggio Emilia, nell’integrazione sociale a partire dalla costruzione di una rete d’aiuto e intervento per contrastare la marginalità dei cittadini stranieri.