Gli scenari della consulenza sociale

Premetto che il mio punto di vista, nel tentare di lanciare qualche stimolo per la riflessione su quale sia lo scenario della consulenza sociale oggi, non sia quello del consulente sociale per eccellenza, bensì quello del cooperatore sociale, di chi, quindi, parte da presupposti molto operativi.
Ed è proprio a partire da tali presupposti che cercherò qui di offrire solo degli spunti, delle suggestioni, sulla base delle quali, insieme ai contributi degli altri relatori e del pubblico presente, provare a fare una riflessione congiunta sulla consulenza sociale.

Dalla filantropia all’economia sociale
Come prima cosa vorrei dire che già all’interno di LEGACOOP, che a questo progetto Equal partecipa come soggetto partner, si è avvertito il fabbisogno di consulenza: a Bologna e Provincia esistono 113 cooperative sociali, nelle quali operano 4.500 lavoratori e da moltissime di queste organizzazioni è stato espresso il bisogno di sostegno e supporto consulenziale, soprattutto rispetto alla progettazione sociale. LEGA partecipa anche ad altre piattaforme, quali il Forum del Terzo Settore, è in contatto con i Centri Servizi per il Volontariato e pure da queste realtà emerge la richiesta di consulenza, motivo per cui abbiamo pensato di aderire al progetto Equal, che ha sperimentato e creato ACS un’Agenzia, appunto, di Consulenza Sociale.
A tutt’oggi possiamo dire che ci abbiamo preso, che l’idea è azzeccata, perché l’Agenzia ha realmente aiutato tante organizzazioni del Terzo Settore, favorendo una crescita dell’intero territorio. Dico questo perché negli ultimi 20-30 anni il settore sociale ha via via abbandonato la dimensione puramente assistenziale e filantropica, per andare verso un paradigma di sviluppo del territorio anche in termini economici. E’ ormai unanime infatti l’idea per cui le regioni ove il sociale funziona, ove esistono servizi di assistenza, di prevenzione e di protezione efficaci, tutta la collettività ne risenta in senso positivo, sia in termini di qualità della vita che in termini anche economico-produttivi.
Questa è di fatto una novità degli ultimi 20-30 anni, non solo in termini di incremento del sociale come servizi, ma anche come tipologia di sooggettualità coinvolte; ricordo infatti che fino al 1974 a Bologna non esistevano cooperative sociali e tutti i servizi assistenziali erano di competenza del pubblico. Col tempo invece si è sviluppata in maniera fortissima la presenza di soggetti privati che gestissero servizi sociali. E’ evidente, a mio avviso, che in questo panorama di sviluppo di servizi e di soggetti la consulenza sociale sia una risorsa necessaria.

Dall’informale al formale
Lo scenario pertanto negli ultimi anni è notevolmente cambiato, portando ad inedite configurazioni nel rapporto tra pubblico e privato ed aprendo la strada a nuovi fabbisogni, consulenziali appunto, in termini di strumenti, professionalità, professionisti. Ma quello che è mutato, permettetemi di sottolinearlo, non è solo lo scenario della consulenza sociale ma anche, in un certo senso, il modello di welfare stesso. Prima della Legge 50/92 i servizi sociali che il pubblico affidava al privato venivano concessi attraverso convenzioni dirette tra amministrazione e contraente, discusse e concordate anche in modo informale talvolta.
Dopo l’entrata in vigore della Legge, invece, le cose sono notevolmente cambiate, nel senso che da allora le assegnazioni sono state fatte attraverso gare d’appalto e, soprattutto, previa presentazione scritta di progetti specifici, non più quindi presentati e discussi con gli Assessori di turno in modo informale come un tempo.
Tutte queste procedure e burocrazie – basti pensare solo alle complicate rendicontazioni richieste per esempio per i progetti europei – hanno senza dubbio trovato talora impreparati alcuni soggetti privati, che, ovviamente, hanno dovuto rivolgersi ad esperti esterni – consulenti appunto – per poter concorrere a questi finanziamenti. Magari hanno le idee, le competenze operative, ma non sanno come compilare il formulario e preparare tutta la documentazione per partecipare a qualche bando.

Nuovi profili occupazionali
Direi quindi che lo scenario entro il quale ci muoviamo è questo, ove il sociale da un paradigma assistenziale e filantropico è passato ad un paradigma di sviluppo anche socio-economico, che dà grande riconoscimento al soggetto privato come risorsa territoriale; scenario che, come appena detto, è anche fortemente contraddistinto dalla transizione nel rapporto pubblico-privato da modalità informali a sistemi e procedure formali e burocratizzate. In tale contesto è cresciuto esponenzialmente il fabbisogno di consulenza, ma non solo; sicuramente è aumentato pure il numero di professionalità che, alle realtà attive nel sociale, possono offrire supporto in termini di strumenti, assistenza alla progettazione e così via.
Ed è proprio questa la sfida che il nostro progetto Equal ha raccolto, andando a sperimentare un’Agenzia che non solo potesse offrire supporto ai soggetti che a vario titolo operano nel sociale, ma che tentasse pure di sviluppare nuovi bacini occupazionali.
Siamo però in ricerca di professionalizzazione. Esistono già molte agenzie che fanno in un certo senso consulenza sociale; se si naviga su Internet troviamo molti portali di grande utilità e che, dal mio punto di vista fanno di fatto consulenza: mi riferisco per esempio a VITA o a BANDIERA GIALLA. Ma poi ci sono tutti i Centri Servizi per il Volontariato, le stesse Centrali cooperative; ciononostante il bisogno di consulenza è sentito ovunque, seppur, nel prossimo futuro, a mio avviso debba essere sempre più qualificata e specializzata.

Il fenomeno delle “badanti”
Ma esistono altri bacini ove la consulenza sociale potrebbe essere di grande aiuto in futuro; penso al problema delle assistenti sanitarie straniere, le cosiddette “badanti”, fenomeno rispetto al quale a Bologna si è messa la testa sotto la sabbia da oltre tre anni. E’ solo con la Legge Bossi Fini, che ha visto la regolarizzazione di oltre 6.500 donne nella nostra Provincia, che il fenomeno è diventato più visibile, ma ancora si tiene la testa sotto la sabbia, la politica dorme, forse perché di fatto che non si faccia fronte a tale questione fa comodo a molti: può far comodo alle donne, che senza un regolare contratto prendono di più e può far comodo alle famiglie, che non regolarizzando le straniere che hanno in casa non devono pagare le tasse.
Ciononostante tale fenomeno ha stravolto il settore sociale; basti pensare che se ci sono 6.500 straniere regolari che fanno le “badanti”, a Bologna i cooperatori sociali sono solo 4.500. Per fortuna le cose stanno cambiando: dal 2006 queste persone potranno entrare nel nostro Paese con la sola carta d’identità, senza più aver bisogno del permesso di soggiorno e questo senz’altro creerà nuovi bacini occupazionali per i consulenti sociali, che saranno chiamati dal pubblico e dal privato sociale non solo per tentare vie innovative di incrocio tra domanda e offerta, che migliorino cioè l’incontro tra le famiglie e le assistenti straniere, ma anche per rispondere a questioni quali le leggi sull’immigrazione, la contrattualistica che riguarderà gli stranieri e così via.

“Bambini handicappati all’asta!”
Rimangono tuttavia aperte altre problematiche di non facile soluzione: per esempio il lavoro dell’operatore sociale non è più appetibile; con un contratto medio mensile di 700-800 Euro, seppur regolare, non è certo facile pensare oggi di mettere su famiglia.
E poi c’è la situazione veramente barbarica degli appalti al massimo ribasso: noi siamo l’unico Paese in Europa che, permettetemi la provocazione, mette all’asta i bisogni dei bambini handicappati. Anche se la nostra Regione sta tentando di misurarsi su nuove forme di accreditamento, è ormai da troppo tempo che vige questo sistema che, da un lato fa molto comodo agli amministratori, perché attraverso le gare d’appalto non devono assumersi alcuna responsabilità politica, dall’altro riduce enormemente la qualità dei servizi erogati. Allora anche qui, credo, che il consulente sociale possa essere molto d’aiuto, nel tentare di trovare nuove vie di relazione tra ente pubblico e privato sociale, affinché si

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