Mentre il Vaticano, proprio in questi giorni, prende in considerazione l'idea di ammettere in casi eccezionali, di malattia o pandemia, l'utilizzo del preservativo, commissionando uno studio scientifico, etico e religioso, oggi a Ginevra viene pubblicato il rapporto "Aids Epidemic Update" stilato da Unaids e dall'Organizzazione mondiale della Sanità.
I dati emersi appaiono allarmanti se si pensa che risulta in aumento il tasso di infezione e che addirittura il virus sembra ricomparire anche laddove sembrava essere stato ridotto, come nel caso dell'Uganda, in cui negli scorsi anni si erano tuttavia registrati dei successi.
Ma vediamo i numeri: si stima che circa 3,5 milioni di persone siano oggi affette dall'Hiv, che nel 2006 ha ucciso 2,9 milioni di uomini e donne; 4,3 milioni sono i nuovi casi di infezione registrati lo scorso anno, di cui 2,8 (pari al 65%) nell'Africa sub-Sahariana. Ma un notevole incremento si è registrato anche nell'Europa orientale e nell'Asia Centrale, dove si registra una crescita superiore al 50% dal 2004.
Risulta evidente dalla lettura di queste cifre che laddove i programmi di prevenzione messi in atto sono stati inadeguati o del tutto assenti, non raggiungendo le fasce maggiormente a rischio, il contagio è notevolmente aumentato, cosa che non è invece accaduta nel Nord America, nell'Europa occidentale e in molti paesi in via di sviluppo dove il tasso di infezioni è rimasto invariato.
"I Paesi non si stanno muovendo alla stessa velocità della pandemia", afferma Peter Piot, direttore esecutivo di Unaids, "dobbiamo incrementare notevolmente gli sforzi di prevenzione, nel momento in cui implementiamo i programmi di cura dell'HIV".
Emerge infatti dal rapporto un dato fondamentale: l'educazione delle fasce più a rischio, e lo stimolo al cambiamento dei costumi sessuali tra i giovani (uso del preservativo, denuncia degli abusi sessuali e riduzione del numero di partner) hanno provocato tra il 2001 e il 2005 una riduzione evidente del tasso d'infezione presso la popolazione giovanile in Botswana, Burundi, Costa d'Avorio e in molti altri paesi. In Cina, ad esempio, dove pure sono state destinate poche risorse alla lotta contro l'AIDS, alcuni efficaci programmi destinati alle prostitute e ai tossicodipendenti hanno favorito una riduzione del tasso d'infezione.
La situazione appare però drammatica e fuori controllo in molte altre zone, dove spesso la gente non ha neanche la percezione del rischio in cui incorre. Nell'Africa sub-Sahariana, ad esempio, in cui le donne continuano ad essere colpite dal virus più degli uomini e allo stesso tempo sono proprio loro a prendersi più spesso cura dei malati di AIDS; o in molti paesi asiatici dove risultano in aumento i contagi tra omosessuali, spesso non compresi nei programmi di prevenzione.
Le campagne di informazione rivelano così il loro ruolo fondamentale: "Conoscere la malattia", continua Piot, "e comprendere i fattori di trasmissione come la diseguaglianza tra uomo e donna e l'omofobia è assolutamente fondamentale per dare una risposta a lungo termine all'Aids. L'azione deve essere strategica, concentrata e sostenibile per assicurare che il denaro investito raggiunga coloro che ne hanno più bisogno".
Per informazioni
www.unaids.org