Si dice che sui quotidiani italiani non si facciano più delle inchieste approfondite, ed è vero. E’ difficile infatti che un giornale dia l’incarico ad un suo redattore di svolgere un lavoro simile a quello fatto da Gabriele Del Grande, un giovane giornalista che per tre anni ha girato da una sponda all’altra del Mediterraneo per raccontare in modo dettagliato la tragedia, perché di questo si tratta, di decine di migliaia di ragazzi che lasciano le sponde a sud del mare di mezzo per raggiungere l’Italia. Dall'inchiesta è nato un libro, Il mare di mezzo al tempo dei respingimenti pubblicato da Infinito Editore.
Nel libro il tema viene affrontato da prospettive diverse, con gli occhi dei padri algerini che hanno perso i loro figli e non si rassegnano e vogliono conoscere la verità anche andando incontro alle minacce di una polizia (algerina, tunisina…) violenta e poco rispettosa dei diritti e di uno stato non democratico. Poi, da una diversa prospettiva, c’é la testimonianza di decine di ragazzi che quella traversata l’hanno fatta o hanno provato a farla, soprattutto i ragazzi eritrei, fuggiti da un paese che li obbliga ad un servizio di leva perenne e che per via degli accordi tra l’Italia e la Libia , una volta catturati, vengono imprigionati nelle disumane carceri libiche alle mercé di poliziotti corrotti e intolleranti (gli Eritrei sono infatti cristiani). Queste testimonianze chiariscono bene le conseguenze degli accordi con Gheddafi: l’internamento di giovani, donne e minori in campi di concentramento, nonostante il ministro dell’Interno Maroni assicuri sulla presenza di osservatori internazionali (ma quali?) e sulle garanzie date dal governo libico.
E poi ci sono le testimonianze dei marinai che hanno tratto in salvo decine di naufraghi anche a scapito della propria vita e che come conseguenza della loro azione di salvataggio hanno visto, come è capitato nel caso dei marinai di due pescherecci tunisini, la rovina della propria impresa economica dovuta ai processi subiti in Italia.
L’analisi va avanti seguendo tutto il percorso dell’immigrato che, una volta giunto in Italia, può finire nei CIE (Centri di Identificazione e Espulsione, i vecchi CPT).
Appare chiaro da questo racconto come un legislazione sbagliata - e che sembra così lontana per un italiano - abbia una conseguenza distruttiva per un immigrato rendendo ancora più pericolosa la traversata del mare e creando delle situazioni di profonda ingiustizia come per quelle persone che, pur vivendo da 10 o 20 anni in Italia, vengono separati dalle loro famiglie perché espulsi.
E in mezzo a tutto questo un mare, che da sempre ha visto il passaggio di merci e persone, la fusione di culture, la migrazione di popoli, il mare di mezzo, anzi un “cimitero chiamato Mediterraneo”.
Gabriele Del Grande, Il mare di mezzo. Al tempo dei respingimenti , Infinito editore