Lavorare insieme per vincere la mafia: intervista a Dino Paternostro

dino paternostro

Durante il Campo di Lavoro organizzato nell'ambito del progetto Liberarci dalle Spine presso la cooperativa Lavoro e Non Solo di Corleone, i volontari hanno incontrato anche Dino Paternostro, Segretario della Camera del Lavoro locale, direttore della rivista on line Città Nuove Corleone  e autore di diverse opere che raccontano di una Corleone e una Sicilia visceralmente impegnate nel contrastare il sistema mafioso. Paternostro evidenzia l'impatto della mafia su economia e società, sottolinea il valore delle cooperative sociali che coltivano le terre confiscate e ricorda l'importanza della società civile nel contrasto al potentato mafioso.

Cosa significa in termini di sfide, essere il segretario della Camera del Lavoro di Corleone oggi?
Significa sentirsi addosso la grande responsabilità di guidare la Cgil di Placido Rizzotto nel comune che è stato e continua ad essere la patria dei “Corleonesi”. Rizzotto, formatosi nella lotta partigiana sui monti della Carnia, negli anni ’40 testimoniò il suo amore per la giustizia sociale e la solidarietà, guidando coraggiosamente i contadini nella lotta per la  terra, contro gli agrari e contro la mafia. E pagò questa testimonianza con la sua vita. Un modello che non è facile imitare, mentre continua ad essere necessario battersi per i diritti individuali e collettivi delle persone, specie in una terra di mafia come la nostra. Contemporaneamente, però, considero un grande onore e un motivo di orgoglio essere il segretario di un’organizzazione sindacale che ha saputo esprimere dirigenti e movimenti di lotta, capaci di scrivere importanti pezzi di storia contemporanea della Sicilia.

Come condiziona il mondo del lavoro e i rapporti di lavoro la presenza mafiosa?
Il primo condizionamento è rappresentato dalla drastica riduzione di ogni forma di lavoro produttivo. Alla mafia interessa la tangente su un’opera pubblica, non la sua corretta realizzazione; interessa il “pizzo” su un’attività commerciale o industriale, non la produttività. Condizionata dalle tangenti e dal “pizzo”, l’economia di una regione come la Sicilia e di una città come Corleone non decollano. Con la sua forza intimidatrice la mafia  limita fortemente anche i lavoratori nel rivendicare i loro diritti. Il Sud, nel suo complesso, a tutte le difficoltà legate alla globalizzazione selvaggia dell’economia, deve aggiungere anche la presenza inquinante e condizionante delle mafie. Non è cosa da poco…   

In tempi di crisi il lavoro manca e spesso i giovani pagano caro il prezzo dell'oggi. La disoccupazione e l'incertezza possono avvicinare i giovani alla mafia o comunque rendere più difficile il contrasto ad essa?
La disoccupazione e il dilagare del lavoro precario stanno distruggendo intere generazioni di giovani, che non riescono e non possono costruire il loro futuro. Le attuali classi dirigenti (politiche, industriali, finanziarie) hanno la gravissima responsabilità di rubare futuro ai giovani. Ancora più drammatica la situazione in Sicilia, a Corleone, dove esiste la “variante” non di poco conto costituita dalla mafia. Un giovane disperato può più facilmente cadere nella rete della criminalità. Un giovane disperato si chiude nel suo individualismo ed è difficile che scelga di partecipare alle lotte sociali per cambiare le cose. 

In un contesto e in un momento come questo, l'opera delle cooperative che coltivano i terreni confiscati alle mafie assume un significato forse ancora più grande...
Sì, è così. Oggi i soci lavoratori delle cooperative che coltivano i terreni confiscati alla mafia rappresentano gli eredi ideali e politici di quei contadini che, negli anni ’40 e ’50, hanno condotto epiche lotte per la terra e per liberare la Sicilia dalla mafia. Questi giovani sono i nipoti dei contadini di allora. Oggi coltivano i terreni di cui si erano appropriati con la violenza e col sangue i gabelloti mafiosi. Questi terreni sono stati strappati ai mafiosi grazie alla legge voluta da Pio La Torre, che ha consentito di espropriarli e confiscarli. Con la Legge di iniziativa popolare n. 109/96 (furono raccolte più di un milione di firme dall’Associazione Libera), è stato possibile un uso sociale di questi beni confiscati, che oggi danno lavoro e sviluppo a interi territori. La formula cooperativistica e la filiera produttiva rappresentano un modello ed uno stimolo etico ed economico molto forte. Si vuole affermare il concetto del lavorare “insieme” rispetto all’individualismo sfrenato; si vuole indicare la necessità di competere sul piano della qualità (prodotti biologici, trasformazione della materia prima, ecc.) piuttosto che sulla quantità. Certamente, le dimensioni di queste cooperative sono ancora molto ridotte e non riescono oggi a modificare il tessuto produttivo dei nostri territori. L’obiettivo, però, è quello di riuscirci, attraverso l’alleanza con i piccoli e medi produttori agricoli e la nascita di altre cooperative “normali” che facciano “rete”. Già qualcosa si muove in questa direzione. Il Consorzio “Libera Mediterraneo”, che raggruppa la quasi totalità delle cooperative sociali antimafia, ha cominciato a stipulare appositi protocolli di produzione con i piccoli produttori di grano. Quest’ultimi s’impegnano a fare produzione biologica e in cambio ottengono contratti di compra-vendita del grano a prezzo più remunerativo di quello del libero mercato. A Corleone, infine, si è costituita una cooperativa “normale”, che sta realizzando un pastificio, dove si trasformerà in pasta tutto il grano prodotto dalle cooperative che coltivano i terreni confiscati alla mafia.

Quello delle cooperative però non è sempre un percorso facile...
Gli ostacoli e i ritardi non mancano. Dipendono dalla mentalità assistenzialistica ormai assimilata da tanti contadini siciliani. Dipendono dalla diffidenza e dalle incomprensioni. Dipendono dalla volontà dei mafiosi di contrastare il processo di liberazione delle forze produttive e dei territori. E questo provoca anche preoccupazioni e paure tra i soci lavoratori delle cooperative. Però, se è vero che la mafia esiste e cerca di bloccare la crescita e la liberazione dei nostri territori, è pure vero che ci siamo pure noi: le cooperative sociali, la Cgil, Libera, l’Arci, la Legacoop, gli scout e le tante altre associazioni della società civile. E ci sono anche i tantissimi giovani volontari, che ormai da diversi anni e per diversi mesi l’anno, vengono a lavorare sui terreni confiscati alle mafie in Sicilia, in Calabria e in Campania. Questa “rete” politico-sociale certamente aiuta e protegge i soci lavoratori e fa avanzare l’idea dello sviluppo nella legalità.

Leggi anche:
 Lotta alla mafia: i giovani, la rete, l'Europa. Intervista a Rita Borsellino

Telejato: la TV che combatte la mafia