Nei giorni scorsi, durante il seminario "La mediazione interculturale nei servizi alla persona", la Regione Emilia-Romagna ha fornito un interessante report sulla mediazione culturale del nostro territorio, un censimento inedito e ancora poco diffuso nel contesto nazionale.
La nostra Regione si conferma uno dei migliori esempi italiani di integrazione culturale, anche grazie alle diverse esperienze di mediazione ben radicate sul territorio. E i numeri danno un'idea concreta di quello che è l'impegno sociale verso una maggiore coesione tra le diverse culture e nazionalità: sono infatti 300 i mediatori interculturali, a cui bisogna aggiungere tutti gli altri operatori che svolgono questa attività in maniera più occasionale, per un totale di 849 mediatori, di cui le presenze più numerose riguardano Modena (226), Bologna (188), Parma (136) e Ferrara (106).
Questo tipo di attività è cruciale per favorire l'integrazione sociale: informando e orientando gli stranieri alla corretta fruizione dei servizi, attraverso l'alfabetizzazione alla lingua italiana e al contrasto alla discriminazione, si evita, ad esempio, il ricorso ai servizi separati tra italiani e stranieri, che indubbiamente favorisce il miglioramento dei rapporti con gli immigrati, così come ha ricordato l’assessore alle politiche sociali della Regione Teresa Marzocchi durante il seminario.
Un dato senza dubbio rilevante è la forte componente femminile tra gli operatori interculturali, che rappresenta oltre l'80% del totale, con ottime capacità nell'ambito dei servizi sanitari nei quali la competenza è quasi esclusivamente "donna": a Bologna (Ausl e Azienda ospedaliera) operano 95 mediatrici, tutte donne; a Ferrara su 87 operatori nel campo della mediazione 74 sono donne, e a Modena (sempre Ausl e Azienda ospedaliera) sono attive 86 donne e un solo uomo.
Se viene considerato l'ambito linguistico culturale, si scopre che riguarda in maggioranza l'arabo (166 mediatori, di cui 122 donne), seguito dal rumeno/moldavo (72), dal cinese (67) e dall’albanese (64); gli operatori di questo contesto hanno un elevato grado di istruzione e la maggior parte di loro (il 60,8%) ha una formazione specifica nel campo della mediazione culturale.
Dati incoraggianti quindi, che non devono però far pensare che le problematiche legate all'integrazione siano state risolte. Se infatti ci sono dei buoni presupposti, con un elevato numero di operatori che svolgono le proprie attività in maniera professionale, strutturata e continuativa, non bisogna dimenticare che, specialmente negli ultimi periodi, ci sono diverse difficoltà anche in relazione a delle linee politiche nazionali che minano continuamente la filosofia di apertura verso l'alterità, che rappresenta un'occasione di arrichimento culturale e non di pericolo dato dal "diverso".
Il Report sulla mediazione interculturale nei servizi alla persona