La presentazione del Rapporto 2009, aperta alle associazioni ha voluto essere anche il momento di un dialogo e di un confronto proficuo. Non la semplice constatazione dello status quo con l’enumerazione dei progetti e delle politiche messi in atto, ma una discussione a più voci in cui chi vive la disabilità possa dare un riscontro positivo di quanto fatto, avvallando l’operato delle istituzioni o sollevare puntuali critiche, indicando le lacune da colmare domani. Gli interventi hanno offerto uno spaccato della vita dei disabili, di chi deve fare i conti tutti i giorni con la difficoltà, senza dimenticare le potenzialità di queste persone, le loro abilità, che esistono in concreto - e non nel linguaggio politically correct - ma che devono trovare un ambiente adeguato per rendersi visibili e svilupparsi.
Danilo Rasia, presidente di Associazione famiglie “Passo passo” e rappresentante della Consulta per il superamento dell’handicap, punta l’attenzione sul mondo della scuola, il cui il lavoro di inclusione sembra perdere di efficacia proprio perché confinato alle ore curriculari e non progettato all’interno di un percorso di vita più complesso, di formazione a tutto campo. Una volta terminata la frequenza scolastica, per i giovani disabili, fra i 18 e i 25 anni, sono stati finanziati progetti formativi, attività che puntano sulla formazione “in situazione”, con cui si valorizzano le competenze dell’allievo e le caratteristiche dell’ambiente. Questi percorsi prevedono una parte significativa in stage con lavori di gruppo, esercitazioni e visite guidate. “Perché non pensare a qualcosa di simile anche per i ragazzi che non hanno ancora compiuto i 18 anni, una specie di doposcuola in cui l’inclusione sia effettivamente creata dai ragazzi, nello stare insieme, prefiggendosi un obiettivo e un progetto comune?”
Quando si parla di inclusione si fa riferimento “all’integrazione sociosanitaria, ma ad oggi un’inversione dei termini – integrazione sanitaria e sociale – sarebbe più aderente a quanto accade, di fatto, all’interno dei servizi. Non voglio dire che un corretto approccio sanitario e diagnostico sia da sottovalutare, anzi la salute sta alla base, per tutti, ma occorre muoversi verso una direzione più attenta ad un approccio globale, impresa più ardua ma sicuramente gratificante. Se pensare in termini di diagnosi e salute sottolinea i limiti del disabile, ragionare in termini più ampi, di vita rovescia lo schema e vede, in primis, le possibilità”.
Un maggior coinvolgimento delle associazione è infine auspicato, partner alla pari e non solo terminali delle decisioni già prese in ambito istituzionale. “Le associazioni non vogliono, e non possono sostituirsi ai servizi, ma possono promuovere o anticipare progetti, poi fatti propri e sostenuti dalle istituzioni”.
Andrea Prantoni, presidente dell'Associazione Ciechi e Ipovedenti di Bologna punta l’attenzione sul tema dell’inserimento lavorativo e dell’accessibilità, nodi per tanti versi ancora irrisolti.
“L’attuale crisi colpisce anche, o forse ancor di più le persone disabili. Le aziende disponibili ad assumere diminuiscono, in aperta violazione della legge 113/85. E quello che colpisce è che le deroghe o i tentativi di eludere la legge non sono solo appannaggio dei privati, ma vedono coinvolti anche gli enti pubblici. Un comune della Provincia di Bologna ha preferito sopprimere il centralino che assumere nuovo personale, un modo sbrigativo per far quadrare i bilanci. Quella di centralinista è un’occupazione tradizionale per gli ipovedenti, ma oggi, che le frontiere della tecnologia aprono nuovi ambiti e diventano accessibili, immaginare nuove modalità di impiego è un desiderio da realizzare al più presto”. Sul versante delle nuove tecnologie la provincia di Bologna si è mossa con tempestività, avviando lo sportello C.i.a.o, ora occorre un passo avanti, da utenti a lavoratori nel mondo del digitale.
Ma non mancano le note negative, efficacemente documentate dal video, “Liberi di non muoversi in città”, sceneggiato da Tonino Daga. Il video, come sintetizza il titolo, è una testimonianza amara e puntuale delle difficoltà incontrate dai ciechi a spostarsi a Bologna. Interventi sulla mobilità sono stati fatti ma le mancanze sono ancora molte: quanti i semafori privi di un segnalatore acustico, o quelli, a chiamata, in cui la piastrella tattilo-plantare, che segnala il pulsante da premere, è assente o individuabile a fatica? E che dire della progettazione della nuova banchina per la fermata degli autobus che taglia longitudinalmente in due via Marconi? Un cieco che attraversi lungo le strisce e, una volta giunto nel mezzo della strada colpisca la ringhiera metallica che delimita il bordo della banchina, è indotto a pensare di aver raggiunto il marciapiede opposto. Rischia così di incamminarsi lungo il percorso automobilistico ed essere investito, ignaro che la banchina su cui sostare sta al di là, e non al di qua, del parapetto che aveva rilevato. Un caso su cui soffermarsi, vista la recente progettazione, ma non certo l’unico. Altro esempio è la fermata Togliatti dell’autobus 19, priva di un attraversamento pedonale nelle vicinanze. La persona ipovedente che prosegua lungo la strada, in direzione angolo con Battindarno, per raggiungere il semaforo del più vicino attraversamento pedonale, si trova completamente priva di riferimenti, lasciata nella precarietà della propria condizione o all’aiuto di un passante.
Negligenze che finiscono per negare l’indipendenza di questa persone, ne violano i diritti e ne offendono il morale nel momento in cui costruiscono il loro handicap. Scorrettezze pubbliche che si sommano a quelle dei privati cittadini che parcheggiano fuori dagli spazi, appoggiano la bicicletta dove capita, perché la segnaletica la si vede e, immediatamente, la si dimentica. Atti stupidi, commessi con superficialità, che limitano o negano, il diritto di muoversi a quanti non possono contare sulla vista.
Mary Andreoli, presidente Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, ci dice che il titolo del filmato non vuole provocare, ma registrare la realtà che quotidianamente vive chi è cieco. L’indipendenza, l’autonomia di progettare da sé parte della vita è quanto cerca un disabile, così come qualsiasi altra persona. Ma per un disabile questo desiderio può essere calpestato con facilità, dall’inefficienza del pubblico o dalla superficialità dei privati. La mobilità deve essere un punto cruciale per non discriminare: in strada, in casa, di fronte ad un ufficio postale o ad una banca.
Grazia Minelli, del Coordinamento genitori ragazzi con Sindrome di Down non risparmia critiche alla politica: dai tagli effettuati a livello nazionale con le ovvie ripercussioni sul livello dei servizi, alla moltiplicazione degli organismi a livello locale, con scarso potere di incidere sulla realtà. “La Consulta provinciale per il superamento dell’handicap è coinvolta sempre più raramente; ad oggi, se non si autoconvocasse potrebbe sospendere le proprie attività”. Un discorso analogo vale per il Gruppo Tecnico e il Collegio di Vigilanza che rischiano di rimanere “risorse normative e legislative svuotate di sostanza. Il Collegio di Vigilanza, a dispetto del nome, non ha effettivi poteri di intervento e il gruppo tecnico è di fatto escluso dalla progettazione e pianificazione delle risorse. Molto resta da fare per dare piena applicazione alle Legge 68/99, che promuove l’inclusione lavorativa dei soggetti svantaggiati. Per un ragazzo Down l’attività lavorativa è centrale per lo sviluppo delle proprie competenze, servono dunque tutor qualificati che affianchino il disabile nell’inserimento professionale, una collocazione lavorativa rispondente alle abilità e maggiore continuità nel tempo”.
Fiammetta Colapaoli, del Coordinamento Associazioni Disabili si chiede con rammarico “come sarà possibile proseguire le politiche inclusive avviate negli anni Settanta, visti gli attuali tagli che colpiscono pesantemente i servizi. Come garantire l’inclusione scolastica, quando a livello nazionale si è deciso il blocco delle assunzioni degli insegnanti di sostegno? Questi tagli costringeranno ad aumentare il numero di disabili per classe, con l’ovvia conseguenza che progettare percorsi personalizzati per valorizzare le competenze del singolo sarà sempre più difficile”. La Colapaoli, sottolinea poi la necessità di dare completa applicazione alla Legge 328/2000 che prevede un sistema integrato degli interventi e dei servizi sociali, “ad oggi sono ancora poche le famiglie che a Bologna hanno sottoscritto un ‘Progetto di vita’. Occorre poi consolidare i percorsi legati al tema del Dopo di Noi”. Per la famiglie non sapere quale sarà il destino del proprio figlio o di un altro componente del nucleo familiare è drammatico: le istituzioni hanno il compito di garantire non solo una vita dignitosa, ma puntare alla realizzazione di queste persone, secondo i loro punti di forza”.