di Fabian Nji Lang
Perché si parte
Chi parte spesso ha sentito raccontare delle grandi difficoltà di chi è partito ed è ritornato. Purtroppo, però, esistono forze maggiori che ci spingono a partire. I venditori ambulanti, i cosiddetti “vu cumprà”, abitano in quindici in una stanza, non pagando l’affitto e conducendo una vita durissima, ma accumulando soldi. Credendo che prima o poi andranno via non si affezionano a questa terra, non richiedono il permesso di soggiorno, non ambiscono a comprare una casa, ma cercano solo di accumulare denaro il più possibile per poi ripartire. Per questo si ritrovano qui dopo moltissimi anni senza niente.
Di quelli che tornano in Africa nessuno racconta di quanto sia difficile, per esempio, ottenere i documenti in Italia, sopravvivere in generale, perché per loro significherebbe raccontare il proprio fallimento o apparirebbe agli occhi degli altri come un tentativo per impedirgli di arrivare dove loro sono arrivati. E’ difficile far capire e la gente non crede a quello che racconti. Quello che vedono e solo il “vu cumprà” che ce la fa, che riesce a superare le difficoltà, non tutti gli altri, che probabilmente lavoreranno per 15 anni come “vu cumprà” e alla fine non avranno neanche modo di tornare a casa. Le famiglie di queste persone e le loro comunità non sapranno mai niente della loro vita qui in Italia.
La situazione degli stranieri oggi a Bologna
Penso che in generale la situazione sia cambiata molto, poiché oggi esiste molta più integrazione di quanta ne esistesse nel ’94, quando sono arrivato. Tuttavia anche oggi mi capita di incontrare un bolognese che mi parla a monosillabi, come se non capissi, e per certi versi le cose sono peggiorate. Quando sono arrivato in Italia era da poco stata emanata la legge “Martelli” sull’immigrazione, che regolarizzava gli immigrati clandestini, dando loro la possibilità di lavorare qui in Italia. Con questa legge si riconosceva che il presupposto per l’integrazione era la regolarizzazione e quindi l’entrata nel mondo del lavoro.
In seguito è subentrata la legge “Turco-Napolitano”, in base alla quale uno straniero per regolarizzare la sua posizione aveva bisogno di un datore di lavoro. Ancora dopo è subentrata la legge “Bossi-Fini”.
Con tutte questi cambiamenti legislativi, alla fine è scattata una sorta di odio da parte degli italiani nei confronti degli stranieri, di catalogazione dello straniero come nemico. Per questo credo che le cose siano cambiate. Molti degli stranieri che oggi arrivano vorrebbero accedere al mondo del lavoro, integrarsi nella società, hanno delle aspettative, ma di fronte alla chiusura della società, si chiudono anch’essi, iniziano ad odiarla, non sentendosene parte. Molti di loro hanno scelto così la seconda opzione, quella di rimanere qui in Italia per un po’ di tempo, mettere da parte dei soldi e tornare nel proprio paese, perché c’è sempre qualcuno che ti ricorda che devi andare via. Molte delle persone che incontro ancora oggi mi chiedono “Di dove sei? Da quanto tempo sei in Italia? Quando intendi tornare a casa?”. Potete immaginare il fastidio che può dare ad uno straniero che ha scelto di vivere in questo paese e che da il suo contributo a questa società il fatto che qualcuno gli ricordi costantemente di venire da un altro paese.
Ad ogni modo, non posso dire che adesso le condizioni degli stranieri non siano anche migliorate sotto certi aspetti. Le persone sono più aperte. Per esempio, poco dopo il mio arrivo mi sono fidanzato con una ragazza italiana che non poteva dire ai suoi genitori di avere un fidanzato nero. Invece la ragazza con la quale oggi convivo dopo una settimana dal nostro fidanzamento mi ha portato a casa sua per farmi conoscere i suoi genitori e per loro il fatto che stiamo insieme è una cosa normale. Oppure, solo adesso si vedono in giro ragazzini stranieri con ragazzine italiane. Quindi qualcosa sta cambiando in senso positivo nella società. L’unica cosa che cambia in senso negativo sono le scelte dei nostri legislatori, che sembrano vivere in un altro mondo, non riconoscere le trasformazioni cui si assiste nella società.
I rapporti tra le comunità di stranieri
Tra le diverse comunità di stranieri che oggi vivono a Bologna esistono rapporti cordiali, anche perché siamo nella stessa condizione e in linea generale ci sentiamo fratelli. Tuttavia, se andiamo un po’ più in là, tra di noi ci sentiamo diversi: la comunità cinese è chiusa in se stessa, i pakistani vivono tra di loro, anche gli africani, per esempio i nigeriani con i camerunensi, non è detto che vadano d’accordo. Questo perché c’è una lotta fra poveri e ognuno vuole dimostrare di essere arrivato prima. Da parte di alcune popolazioni dell’est, poi, noto addirittura un certo disprezzo nei confronti di noi africani.
Tuttavia c’è anche una forma di solidarietà tra di esse. Faccio un esempio. Ho lavorato anch’io nei campi nomadi, insieme agli altri volontari dell’associazione “Harambe”. La prima volta che sono arrivato a Villa “Salus”, una struttura che ospita una comunità di rumeni, le donne pensavano che fossi l’uomo delle pulizie mandato dal comune. In un altro campo nomade, quando i bambini mi vedevano, scappavano e si nascondevano, gridando “L’uomo nero! L’uomo nero!” Ad ogni modo, per me entrare in questi campi nomadi, a contatto con questa gente, è stato più semplice di quanto avrebbe potuto essere per un italiano, perché i nomadi capiscono che io e loro, essendo stranieri, siamo nella stessa condizione, c’è tra noi qualcosa in comune e per questo possiamo intenderci.
Il problema più grande delle comunità di stranieri è dunque il fatto di non essere uniti. Credo però che a lungo andare questa divisione possa trasformarsi in un’occasione, perché in qualche modo faciliterà l’integrazione. Le varie comunità di stranieri possono essere unite attorno ad un’idea e l’idea che in questo momento può tenerle unite è quella della lotta contro le discriminazioni. Nel momento in cui queste comunità troveranno nelle forme di discriminazione qualcosa che le accomuna, la fase successiva sarà quella della ribellione. Il fatto di essere divisi farà si che l’integrazione avvenga più facilmente.
L’informazione e la comunicazione sull’immigrazione
La comunicazione che oggi viene fatta a Bologna e in tutta Italia su questi temi è pilotata dal clima in cui si vive. Spesso si parla degli immigrati quando c’è un problema: va di moda, quando si parla di immigrati, sottolineare il problema, va di moda parlare degli immigrati come fossero un elemento estraneo, non come un elemento parte della società.
Se un immigrato commette un crimine, quando se ne da notizia, viene sottolineato il fatto che è stato commesso da un immigrato, non da una persona che fa parte della società e che solo per caso è un immigrato. Quindi la comunicazione sugli immigrati è assolutamente di parte, nel senso che si tende a sottolineare solo le cose che non vanno, generalizzando, non considerando che nel mondo degli immigrati ci sono singole persone e che ogni singola persona ha un suo percorso di vita e che c’è chi sceglie di essere delinquente e chi no.
Quando un solo immigrato fa qualcosa di eclatante, è tutta la comunità ad essere colpita, però sempre e solo quando si tratta di qualcosa di negativo, mai di positivo.
L’errore più grave che si commette è quello di fare una comunicazione esclusivamente per gli immigrati e sugli immigrati. Essa andrebbe invece integrata all’interno di un sistema di comunicazione più generale.
Non servono nuovi strumenti di comunicazione per facilitare l’integrazione degli stranieri bensì l’adeguamento degli strumenti che già esistono. Creare un nuovo strumento significa per certi versi creare una nuova forma di ghettizzazione. Se si crea un nuovo strumento deve trattarsi necessariamente di uno strumento che pone l’accento sugli stranieri ma non può avere la risonanza che ha uno strumento tradizionale. Chi lo utilizza è già interessato ai problemi che vivono gli stranieri, quindi non avrebbe bisogno di utilizzarlo. Perciò io credo che siano gli organi di comunicazione che già esistono a dover capire che la società si è allargata e trasformata e che bisogna riconoscere le trasformazioni di cui è protagonista. Noi biasimiamo chi fa comunicazione solo per gli autoctoni e parla degli stranieri solo quando c’è un problema ma guai a chi si limita a fare solo comunicazione per stranieri.
Bisognerebbe rivedere la comunicazione in generale e riadattarla alla società di oggi, perché la società si è trasformata ma la comunicazione sembra essersi fermata al passato e accontentarsi di raccontare le cose in modo parziale.