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AIDS e mass media: chi decide quando accendere i riflettori?

Guglielmo Pepe è fra i più noti giornalisti medico-scientifici, oltre che fondatore del supplemento “Salute”, magazine del quotidiano "la Repubblica", di cui è stato direttore per oltre 15 anni. Con lui abbiamo parlato di AIDS, informazione e prevenzione. Dal nostro dialogo è emerso un panorama fra luci e ombre, in cui chi fa informazione e deve decidere cos’è una notizia è costretto a confrontarsi non solo con i dati dell’attualità, ma anche con logiche altre, interne a questo mestiere.
Questa la testimonianza che ci ha lasciato.

“Il calo dell'attenzione nei confronti dell'AIDS c'è perché si tratta di una malattia che solo marginalmente riguarda i paesi occidentali e ad economia avanzata. Il virus, come sappiamo, è tragicamente attuale nei paesi più poveri del Pianeta - e non solo - e così come avviene su altri grandi temi, saltuariamente puntiamo i riflettori dell'attenzione sui problemi delle popolazioni più deboli della Terra. Da noi (non solo in Italia) ormai il tasso di mortalità si è fortunatamente abbassato e i vari cocktail di farmaci garantiscono una buona sopravvivenza a lungo termine per le persone colpite da Hiv.
Ciò non toglie che sia importante la prevenzione, sulla quale si focalizza l'attenzione solo quando c'è la giornata  mondiale contro l'AIDS. Invece le campagne d’informazione, soprattutto quelle mirate ai più giovani e ai comportamenti a rischio, dovrebbero avere maggiore continuità. L'attenzione alle novità mediche, alla ricerca scientifica è comunque sempre alta, mentre si è attenuata quella nei confronti del vaccino, sui quali  molti centri hanno risposto speranze per il futuro.

D’altra parte dobbiamo constatare che negli ultimi dieci anni l'informazione sulla salute si è modificata. In passato era molto "farmaco-centrica": ora c'è una visione più ampia del rapporto con la medicina. Al centro oggi c'è la persona che può essere malata, o non, e che comunque non ha bisogno soltanto di farmaci e di terapie mirate,  personalizzate, ma anche di un percorso di vita che da un lato prevenga i disturbi, dall'altro curi, con l'obiettivo di migliorare la qualità e lo stile di vita.
Quindi non solo per ragioni editoriali, bensì, e secondo me in primo luogo, per ragioni culturali, un’informazione corretta deve mettere insieme la medicina ufficiale, la ricerca, il benessere, i comportamenti  quotidiani, l'alimentazione, l'ambiente, le terapie non convenzionali, la sanità. Quest'ultima voce è tra le più importanti perché le strutture efficienti, i bravi medici, una buona assistenza, rappresentano le variabili dalle quali dipende la salute  e il benessere di un'intera collettività.

Non dimentichiamo, poi, le logiche interne alla stessa informazione. Può accadere che i mass media, in determinati periodi, si concentrino su fenomeni che vengono 'gonfiati' dall’informazione stessa, alimentando nelle popolazioni un allarmismo che spesso non ha giustificazioni. Si è visto negli ultimi anni con una serie di pandemie, più annunciate che vere. E' chiaro che in questi casi molto dipende dalle decisioni prese dalle organizzazioni sanitarie mondiali (Oms innanzitutto) e nazionali, però anche i mass media piuttosto che seguire a ruota, dovrebbero essere più attenti ad informare in modo equilibrato.
Ma sappiamo che il 'grande fratello' quando viene acceso, diventa difficile, se non impossibile, spegnerlo.”

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