E’ già dal 1984 che l’AIDS è malattia a notifica obbligatoria, ma è solo dal 2008 che – grazie al decreto emanato dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali - si è avviato in Italia un sistema di sorveglianza a livello nazionale anche del contagio Hiv. La prima Regione a rispondere e l’unica sinora a farlo in modo organico, è stata l’Emilia-Romagna, che grazie ad un complesso lavoro di coordinamento tra i territori, è stata in grado di offrire dati in prospettiva e in retrospettiva dal 2006 a oggi. I dati relativi al 2009 sono in fase di elaborazione e verranno presto pubblicati, mentre sono disponibili i dati aggiornati al biennio 2007-2008.
Per fotografare il contagio Hiv in Emilia-Romagna e comprendere i dati che ne delineano il volto abbiamo intervistato il Dott. Vanni Borghi, infettivologo e responsabile dell’Osservatorio Provinciale Hiv di Modena, punto cardine del neonato sistema di sorveglianza regionale.
In linea generale qual è il trend epidemico del contagio da Hiv in Emilia-Romagna?
Dai dati che abbiamo raccolto possiamo parlare di un andamento costante del contagio. Se negli anni '90 eravamo in grado di contrastare l’infezione agendo su quelle che allora erano le categorie a rischio, tossicodipendenti in primis, oggi non lo siamo perché siamo di fronte a una malattia sessualmente trasmessa in quasi il 90% dei casi. Il fatto che si continui ad avere circa 400 nuove diagnosi di Hiv ogni anno vale a dire un tasso medio di circa 9 casi ogni 100 mila persone residenti (13.5 per gli uomini, 4.8 per le donne) - superiore alla media italiana che si attesta a 6 su 100 mila – deve preoccuparci perché significa che non siamo in grado di agire in modo significativo sull’infezione.
Come si distribuiscono le nuove diagnosi sul territorio regionale?
Al di là di qualche differenza, credo che per l’Emilia-Romagna si possa parlare di una distribuzione tutto sommato uniforme del contagio. Nello specifico abbiamo un blocco abbastanza omogeneo che comprende anche le provincie di Modena, Bologna, Reggio Emilia, Ravenna. Il fatto che a Ferrara abbiamo un tasso di incidenza più basso è probabilmente dovuto alla minor presenza di stranieri, mentre suppongo che il tasso ridotto relativo a Piacenza sia specchio del fatto che da qui in molti si sottopongono al test a Milano. L’unica anomalia è Parma che ha un tasso di incidenza di oltre 11 diagnosi su 100 mila persone, un valore per altro in aumento che andrebbe analizzato anche rispetto ai paesi di provenienza di chi si scopre sieropositivo.
Quanto incide la presenza sul territorio di cittadini stranieri sulla diffusione del contagio?
Negli ultimi dieci anni in media il 30% delle nuove diagnosi si riferisce a cittadini stranieri, numero quasi equamente ripartito tra uomini (45%) e donne (55%), poiché si tratta quasi sempre di contagio per via eterosessuale. Questo dato – che nonostante qualche oscillazione rimane sostanzialmente stabile - va letto in relazione alla geografia dei flussi migratori: se si prendono in considerazione gli stranieri provenienti dai paesi sub sahariani allora avremo un tasso di nuove diagnosi maggiore rispetto a ciò che accade per i cittadini comunitari. Non sono gli stranieri a rappresentare il cuore dell’infezione, anche se su questo 30% sarebbe facile agire perché basterebbe sottoporre gli stranieri in entrata ad uno screening che riveli le malattie infettive di cui sono portatori, o anche soltanto richiedere che le donne in gravidanza si sottopongano al test Hiv come accade per malattie come la rosolia.
Considerando i dati messi a disposizione dall’Osservatorio di Modena e da quello Regionale, cosa sappiamo dei residenti in regione che scoprono di essere sieropositivi?
Se consideriamo i dati relativi all’intera regione relativi al biennio 2007-08, confermati dalle ultime indagini, sappiamo che l’età media di chi si scopre sieropositivo corrisponde a 39 anni, 41 per gli uomini e 35 per le donne. Diminuiscono i giovani con meno di 25 anni e aumentano gli adulti che hanno superato i 50. Dall’inizio dell’epidemia abbiamo assistito ad un progressivo aumento dell’età di chi si scopre positivo, questo perché il contagio avviene quasi esclusivamente per via sessuale.
Dal report aggiornato al 2008 si evince che il 53% dei nuovi casi deriva da rapporti eterosessuali mentre il 28% da rapporti omo e bisessuali…
Esatto, e a questo bisogna aggiungere il fatto che è molto più difficile individuare i sieropositivi tra gli eterosessuali rispetto a ciò che avviene tra gli omosessuali. I primi infatti sono quasi sempre inconsapevoli del rischio, mentre gli altri lo sono maggiormente e spesso accade che ad una diagnosi ne seguano altre, cosa che non avviene nel mondo etero in cui il contagio resta sommerso e si rivela solo dopo diverso tempo portando con sé purtroppo altri contagi. Abbiamo la prova di questo ritardo nel momento in cui notiamo che al momento della diagnosi il 50% dei pazienti ha già sviluppato la malattia o ha bisogno di terapie.
In base a questi dati come bisognerebbe agire per contrastare il contagio?
Fermo restando che le campagne informative hanno la loro importanza e che i giovani hanno il diritto di essere educati anche in ambito scolastico ad una sessualità sicura, occorre pensare a un’informazione che si rivolga anche a chi ha tra i 30 e i 50 anni, che affronti la questione in modo più globale mettendo in guardia le persone non solo dall’Hiv ma in generale dalle malattie sessualmente trasmissibili come sifilide, epatite, condilomi… E soprattutto bisogna dare avvio ad azioni efficaci in campo sanitario.
Può spiegarsi meglio?
Intendo dire che devono aumentare coloro che si sottopongono ai test con regolarità. Bisogna iniziare a ragionare sull'Hiv come si fa per le altre malattie infettive, ed è necessario che ognuno si sottoponga con regolarità ai controlli, in modo da incidere su quel ritardo di diagnosi che rappresenta a tutt’oggi il nocciolo della questione. Sarebbe sufficiente che i medici di base consigliassero ai propri pazienti di fare il test Hiv insieme ai consueti esami del sangue.
L’esperienza di paesi come gli Stati Uniti - dove a chi ha tra i 13 e i 65 anni viene consigliato di sottoporsi al test Hiv - dimostra che all’aumento dei test corrisponde una diminuzione delle nuove diagnosi. Se individuiamo i sieropositivi possiamo curarli poiché oggi l’Hiv può essere tenuto sotto controllo, possiamo evitare nuovi contagi da marito a moglie, da madre a figlio e così via, contrastando in modo efficace l’epidemia.
Per saperne di più:
www.helpAIDS.it