Il problema della casa - della mancanza di case a buon prezzo, da affittare o da comprare - è una tematica emergente e nel nostro ambito territoriale ha visto una serie di interventi pubblici, articoli apparsi sui quotidiani, sul web. La crisi economica ha contribuito ad acutizzare questo problema che è diventato tale anche per un numero maggiore di persone.
Anche BandieraGialla ha voluto trattare questo argomento con una serie di interviste rivolte ad amministratori pubblici e rappresentati sindacali.
I dati della crisi vengono ben esposti da Mauro Colombarini, segretario provinciale del Sunia a Bologna secondo cui "il numero di sfratti per morosità nella provincia di Bologna sono passati dai 2245 del 2008 ad una stima di circa 3000 per quest'anno, con un incremento quindi del 30%".
Per Giancarlo Muzzarelli, assessore della regione Emilia Romagna alla programmazione, "il segnale più tangibile dell'aggravamento della situazione è dato dall'aumento del numero di famiglie che vivono in affitto in alloggi in cui pagano un canone di mercato e che hanno ottenuto un contributo monetario per sostenere il pagamento l'affitto... Erano circa 20.000 unità nel 2000, sono più che raddoppiate (quasi triplicate) nel 2008...".
Il problema è aggravato anche dal fatto che mancano le case popolari. "E' necessario attivare politiche ben più ampie - afferma Claudio Mazzanti, presidente del quartiere Navile - che mirano al potenziamento del patrimonio pubblico nel settore edilizio: servono assolutamente nuovi alloggi popolari...".
Particolarmente delicata è la situazione in cui si trovano le famiglie degli immigrati dopo l'approvazione da parte del governo del famoso pacchetto sicurezza che, tra altre conseguenze negative, ha anche quella di rendere più difficile la residenza in una città: "Solo l'1-2% della popolazione immigrata è proprietaria di una casa - dice Bouchaib Khaline, presidente del Consiglio dei cittadini stranieri e apolidi della provincia di Bologna- il restante 98% entra nel mercato degli affitti e nelle liste per gli alloggi popolari. Di questi alloggi, a Bologna, solo il 5% va agli immigrati".
Il SUNIA - CGIL (Sindacato Unitario Nazionale Inquilini e Assegnatari) è la maggiore organizzazione sindacale italiana a tutela degli inquilini. Il suo obiettivo è il riconoscimento del diritto alla casa per ogni cittadino, a condizioni compatibili con le sue esigenze. Abbiamo intervistato il Segretario Provinciale di Bologna, Mauro Colombarini, sul tema dell'emergenza abitativa, sulle conseguenze e le possibili soluzioni.
Come ha influito l'attuale crisi economica e del mercato del lavoro sui problemi delle famiglie che vivono in affitto?
Il dato che emerge dal nostro punto di vista è l'aumento della difficoltà da parte delle famiglie che vivono in affitto. Queste difficoltà esistevano già da tempo ed erano dovute al fatto che, all'aumento dei valori immobiliari, non era corrisposto un aumento dei redditi, degli stipendi e delle pensioni. La crisi del mercato del lavoro ha quindi fatto precipitare una situazione già critica e le famiglie che una volta erano considerate a rischio, ora si trovano in difficoltà concreta e spesso non riescono a far fronte al pagamento degli affitti.
Qual è la vostra percezione del fenomeno? Esistono dati sulla base dei quali è possibile rilevare la difficoltà di queste famiglie?
Questo fenomeno lo rileviamo dal crescente numero di famiglie che si rivolgono al nostro sindacato dicendo che non riescono a pagare l'affitto e chiedendoci aiuto e soluzioni. Ma anche dall'aumento del numero di sfratti per morosità che nella provincia di Bologna sono passati dai 2245 del 2008 ad una stima di circa 3000 per quest'anno, con un incremento quindi del 30%.
Un altro dato che ci fa rilevare questa situazione di difficoltà è l'incremento di domande di aiuto pubblico e in particolare delle richieste di assegnazione di una casa popolare e del contributo per l'affitto. Ormai per entrambi i bandi nella provincia di Bologna siamo a circa 8000 domande, dinnanzi alle quali purtroppo la capacità di risposta dell'amministrazione pubblica è assolutamente ridotta.
Ogni anno, infatti, ottimisticamente, vengono assegnate circa 400 case popolari, soddisfando così solamente il 5% delle richieste; mentre il contributo per l'affitto risulta essere sempre più esiguo in quanto il Fondo Nazionale sulla base del quale viene erogato ha subito ingenti tagli da parte del Governo e i già scarsi stanziamenti vengono divisi tra un numero sempre più alto di richiedenti. Per fare un esempio, se nel 2000 le famiglie ricevevano un contributo che consentiva loro di pagare quattro o cinque canoni d'affitto, oggi riescono a malapena a pagare una mensilità.
Come ha influito invece la crisi sulle problematiche abitative preesistenti, come ad esempio la difficoltà dei giovani di andare a vivere autonomamente?
Purtroppo la crisi fa sì che tanti problemi che rileviamo da molti anni passino in secondo piano e che le possibilità di risolverli si riducano ulteriormente. Pensiamo ad esempio ai problemi di persone anziane o disabili che hanno barriere architettoniche nella propria abitazione, oppure ai tanti giovani che non riescono ad uscire di casa.
Nell'attuale situazione si è talmente proiettati sull'emergenza che i problemi preesistenti tendono ad essere trascurati, invece sono e rimangono questioni molto importanti.
E per quanto riguarda le problematiche abitative delle famiglie immigrate?
La componente maggioritaria di "bisogno casa" è oggi rappresentata proprio dai cittadini stranieri. Le famiglie immigrate sono ormai quasi il 50% nelle domande di alloggio pubblico; mentre sono senz'altro in prevalenza per quanto riguarda le richieste del "bando anticrisi", promosso dal Comune di Bologna per fornire un contributo sull'affitto alle famiglie a basso reddito dei lavoratori che hanno perso il posto.
Questa situazione apre problemi dal punto di vista della coesione sociale non indifferenti. Nel senso che, quando c'è da dividere una torta che è sempre più piccola tra un sempre maggior numero di persone, si crea una competizione dalla quale spesso non nascono sentimenti propriamente encomiabili. La crisi non riguarda quindi solo la questione abitativa, ma è un problema più generale, che sta rendendo più difficili processi già di per sé complicati.
Quali sono quindi le risposte che date alle famiglie, migranti e non, che vengono al vostro sindacato dicendo che non riescono più a pagare l'affitto?
Ciò che cerchiamo di fare in questa situazione è spiegare alle persone quali sono le opportunità esistenti: il contributo per affitto, la possibilità di richiedere una casa popolare, il contributo anticrisi di cui ho accennato in precedenza, che è stato attivato dal Comune di Bologna proprio per aiutare i cittadini che a causa della perdita del lavoro sono in difficoltà a pagare l'affitto e rischiano lo sfratto per morosità.
Nei casi più difficili invece proviamo a interessare anche i servizi sociali, anche se la mia preoccupazione è che, siccome i casi difficili iniziano ad essere davvero tanti, i servizi si trovino a ricevere sulle problematiche abitative pressioni troppo forti e difficilmente sostenibili.
E le soluzioni innovative, come il co-housing o la coabitazione, possono servire a far fronte all'attuale situazione? In che misura?
Io non sono per scartare queste strade a priori, alcune meriterebbero anzi un approfondimento. Mi riferisco ad esempio al co-housing, all'autocostruzione o alla coabitazione tra studenti e anziani in cambio di assistenza, che potrebbe essere ad esempio allargata anche ai giovani lavoratori e non solo agli universitari.
Tuttavia, pur non escludendo un approfondimento di questi strumenti, ritengo che l'attuale dimensione del problema alloggiativo richieda interventi di spessore più adeguato. Purtroppo abbiamo un Governo che dal punto di vista delle prospettive abitative non offre nulla e le amministrazioni comunali vengono di fatto vengono lasciate sole davanti al problema dell'emergenza abitativa.
Quali potrebbero essere quindi le adeguate risposte a questa emergenza?
Secondo me quello che servirebbe è un ripensamento complessivo del sistema delle locazioni; penso che pian piano ci si arriverà, ma ci vuole ancora tempo.
Negli anni Novanta la gente affittava poco perché, se aveva soldi, preferiva investirli in borsa più che in appartamenti, per cui i canoni d'affitto sono aumentati. Oggi è l'opposto, perché la borsa ha perso valore e le persone abbienti preferiscono investire in beni immobiliari; ma nessuno prova a ragionare in modo diverso. I locatari dovrebbero essere portati ad affittare gli appartamenti a prezzi inferiori, ma questo non avviene.
In poche parole quando c'era un mercato favorevole all'offerta sono stati alzati prezzi ed ora che è favorevole alla domanda i prezzi non si abbassano. Questa mi sembra una logica a senso unico che dovrebbe essere assolutamente ripensata.
A Bologna si sta realizzando un progetto che consiste nella ristrutturazione, in autorecupero, di circa 40 appartamenti, suddivisi in nove immobili, di proprietà del Comune.
Il Progetto è realizzato da un’Associazione Temporanea di Scopo (ATS) di cui fanno parte l’Associazione Xenia (soggetto capofila), che ha il compito dell’accompagnamento alla casa e della mediazione sociale, il Consorzio ABN di Perugia, che si occupa degli aspetti tecnico-edilizi, sociali e finanziari, la Coop.sociale ABCittà di Milano, che cura i processi partecipativi per un coinvolgimento consapevole dei beneficiari, del futuro vicinato e dei territori.
E’ stato selezionato, attraverso avviso pubblico, un gruppo di circa 40 nuclei familiari che, riuniti in cooperativa, saranno chiamati a partecipare attivamente alla ristrutturazione degli alloggi, mettendo a disposizione il proprio tempo, lavoro e le risorse finanziare necessarie per il recupero.
Abbiamo intervistato Marzia Casolari, presidente dell’associazione Xenia.
Può spiegarci concretamente in cosa consistono il concetto di autorecupero e quello di autocostruzione?
L’autorecupero è una metodologia di lavoro che in qualche modo discende dalla metodologia dell’autocostruzione. Quest’ultima consiste nel fatto che i beneficiari dell’intervento abitativo sono anche coloro che costruiscono la propria casa. Nel primo caso, invece, anziché costruire una casa da zero, completamente nuova, si ristrutturano edifici già esistenti. La ristrutturazione è una tipologia più complessa rispetto all’autocostruzione ex-novo, poiché si va ad intervenire su delle strutture che spesso, trattandosi di vecchi edifici, sono da consolidare. A volte è necessario demolire delle parti e ricostruirle, intervenire sull’impiantisca esistente, e spesso ricostruire completamente anch’essa. Anche la ristrutturazione più semplice prevede un doppio lavoro: la demolizione, la rimozione della parte non recuperabile e la ricostruzione. Inoltre, nella fase di ricostruzione è necessario rispettare alcuni vincoli esistenti relativamente all’uso dei materiali e delle metodologie costruttive, vincoli che non sono previsti per l’autocostruzione.
La scelta tra l’una o l’altra metodologia di intervento è soprattutto legata alla disponibilità di terreni. Generalmente i progetti di autocostruzione e autorecupero vengono realizzati attraverso un partenariato fra un’amministrazione pubblica, che individua i terreni su cui costruire o gli edifici da ristrutturare, e un ente privato, che svolge un lavoro di assistenza, selezionando i beneficiari, fornendo l’assistenza tecnica nei cantieri, quella burocratica necessaria alla creazione della cooperativa di autocostruzione o autorecupero, ed infine quella finanziaria volta a reperire l’istituto bancario che dovrà fornire il credito per l’intervento.
Una volta selezionati i beneficiari, viene fondata la cooperativa, che attiva un mutuo per poter coprire i costi di realizzazione (prevalentemente spese per i materiali e per la manodopera), di cui una parte è affidata a ditte esterne. La creazione di una cooperativa da parte dei beneficiari del progetto, di coloro che andranno ad autocostruirsi o a recuperare la casa, è necessaria per poter svolgere l’attività edilizia.
Quale metodologia di lavoro predilige la vostra associazione?
La nostra associazione, tra le due formule abitative, predilige sempre e comunque l’autorecupero, essendo le aree urbane nelle quali viviamo già estremamente cementificate. Continuare a costruire, a edificare implica un impatto negativo sul territorio. Questo non ha molto senso, se si pensa che esistono edifici in disuso che potrebbero essere recuperati, riqualificando nello stesso tempo delle zone dequalificatesi con l’abbandono degli edifici stessi. Quindi l’autorecupero offre la doppia possibilità di riqualificare dal punto di vista edilizio gli edifici e nello stesso tempo di riqualificare le zone circostanti che, con l’abbandono degli stessi, tendono a degradarsi.
Qual è il compito che svolge la vostra associazione, peraltro associazione capofila, all’interno del progetto portato avanti dal Comune di Bologna?
Il nostro è prevalentemente un compito di coordinamento. L’intervento è svolto attraverso un’ATS (Associazione Temporanea di Scopo), ovvero l’ente privato che svolge il lavoro di assistenza di cui sopra. Si tratta di una forma societaria attraverso la quale si aggregano diversi soggetti, ciascuno con competenze specifiche, che vengono messe in campo e condivise. Questo tipo di interventi, infatti, è molto articolato, e richiede una molteplicità di competenze di vario tipo. Difatti, l’attività di autorecupero o autocostruzione di un edificio, avendo anche un impatto sociale, poiché coinvolge delle persone, che saranno i beneficiari del progetto, non prevede soltanto attività di tipo tecnico ma anche di tipo sociale. Il ruolo dell’ATS è dunque anche quello di facilitare tutti i processi che coinvolgono i beneficiari: la selezione degli stessi, l’accompagnamento nei cantieri, l’assistenza sia tecnica, relativa all’autocostruzione/autorecupero, sia burocratica, sia di facilitazione dei rapporti all’interno dei vari gruppi di autocostruzione/autorecupero.
Qual è principalmente la tipologia di soggetti che si è rivolta a voi?
Durante le fasi di individuazione e selezione dei beneficiari, coloro che si sono rivolti all’associazione sono stati per il 70% italiani e per il restante 30% stranieri. Si tratta in gran parte di famiglie con figli e persone singole. Queste sono le due categorie principali. Poi c’è una piccola percentuale costituita da giovani coppie senza figli.
Considerato il numero elevato di persone che affrontano serie difficoltà nell’acquisto di una casa di proprietà o nel pagamento di un affitto, accresciutosi negli ultimi mesi a seguito della crisi economica, non pensate che questo progetto costituisca una “goccia nel mare” rispetto al reale fabbisogno abitativo, in particolare tenendo in considerazione il numero molto ridotto di nuclei familiari cui il bando è rivolto e i requisiti richiesti per parteciparvi?
Evidentemente si. Siamo assolutamente consapevoli di questo. Tuttavia pensiamo anche che vi sia la necessità di sperimentare soluzioni abitative nuove, innovative, che non sia più sufficiente costruire alloggi da destinare e far gestire all’ERP (Edilizia Residenziale Pubblica), anche perché i soldi destinati all’edilizia pubblica da parte dello Stato vanno via via riducendosi ed è drammaticamente evidente l’aumento esponenziale di domanda di alloggi a costi sostenibili, soprattutto in locazione. Tuttavia, affitti sostenibili sul libero mercato sostanzialmente non esistono e per quanto riguarda quelli dell’edilizia pubblica, la disponibilità è molto limitata rispetto al numero delle domande. Nel 2009 il comune di Bologna ha ricevuto oltre 8000 domande ma il numero delle assegnazioni effettuate dall’ERP è di 400 all’anno. Quindi, esiste una notevole sproporzione tra domanda e offerta di alloggi pubblici.
Io credo che tutti gli attori coinvolti, le pubbliche amministrazioni come i soggetti privati che lavorano nell’ambito del sociale, e nello specifico dell’housing, siano consapevoli del fatto che la risposta pubblica in questo momento non basta e che vada integrata con risposte e percorsi alternativi. L’autocostruzione e l’autorecupero sono delle formule che consentono di abbattere in modo anche netto i costi di costruzione o di recupero delle case. In Italia rappresentano ancora un’esperienza pilota, da tutti i punti di vista, da quello strettamente tecnico a quello organizzativo. Tuttavia, se questo sistema dovesse entrare a regime ed essere adottato come modello da utilizzare nella riqualificazione di edifici urbani o di aree più estese nelle realtà cittadine, probabilmente, integrandola con altre risposte, si potrebbero raggiungere risultati soddisfacenti.
Per quanto vi riguarda, come associazione, avete adottato altre strategie o strumenti alternativi a questo progetto per aiutare le persone che si sono rivolte e si rivolgono a voi? Se si, quali?
Uno dei settori su cui abbiamo lavorato e stiamo lavorando è quello della facilitazione nell’accesso agli alloggi in affitto. Infatti, il problema principale affrontato dagli affittuari è quello dei costi elevati degli affitti e di conseguenza la necessità di trovare degli alloggi in affitto a costi sostenibili. Purtroppo in Italia manca del tutto la cultura per la quale la casa è un bene sociale, che invece esiste per esempio nei paesi del nord Europa: la casa in Italia è solo un bene economico, un investimento. Il proprietario che acquista una seconda casa fa un investimento esclusivamente di tipo economico.
Io credo che si debba lavorare anche in questa direzione, anche se l’impegno andrebbe rafforzato. Uno dei modi per farlo potrebbe essere la creazione di agenzie per l’affitto. Nella città di Bologna è stata creata l’AMA (Agenzia Metropolitana per l’Affitto), completamente a partecipazione pubblica, realizzata dal comune di Bologna in collaborazione con i sindacati degli inquilini e dei proprietari. Esistono altri esperimenti di questo tipo, come quello realizzato a Verona con la Fondazione La Casa. Questa fondazione, appositamente creata, a partecipazione pubblica e privata, con un ampio contributo finanziario delle banche, ha messo a disposizione delle risorse allo scopo di facilitare l’accesso agli alloggi in locazione. Per quanto riguarda l’AMA, l’esperimento non è andato esattamente come avrebbe dovuto, a mio parere a causa della scarsa sensibilizzazione operata nei confronti dei proprietari delle case affittate. Questi ultimi avrebbero dovuto essere sensibilizzati non tanto attraverso campagne pubblicitarie, come invece è stato fatto, quanto attraverso la creazione di rapporti di fiducia tra loro e gli affittuari. Tale operazione di sensibilizzazione, svolta esclusivamente dal settore pubblico, non è andata a buon fine. Probabilmente il coinvolgimento di enti privati operanti nel settore sociale avrebbe contribuito a raggiungere questo obiettivo. Uno strumento come questo, magari costruito con un maggior grado di flessibilità e realizzato anche con la partecipazione del settore privato (associazioni, cooperative, ecc.), in grado di facilitare l’incontro fra i proprietari e gli inquilini, credo possa contribuire a dare una risposta, seppur parziale, al problema abitativo. Un intervento del genere messo a sistema insieme agli altri tipi di intervento potrebbe contribuire ad alleviare la drammaticità di questo problema.
Per informazioni:
Xenia - Associazione per lo studio e l'azione sulle migrazioni e lo sviluppo
Via Marco Polo, 21/23 - 40131 Bologna
tel: 051/635.07.74
www.xeniabo.org
e-mail: info@xeniabo.org
Come ci ricorda Federico Orlandini, che abbiamo intervistato sul tema della emergenza abitativa, As.i.a. (Associazione Inquilini e Assegnatari) è un'associazione di inquilini federata alle rappresentanze sindacali di base. Opera da diversi anni sia su base nazionale che a Bologna. Di fatto si occupa della difesa del diritto alla casa su due livelli: attraverso consulenze gratuite offerte dagli sportelli informativi nelle varie città e in quanto sindacato di conflitto organizzando la difesa dei lavoratori secondo il motto per cui "la solidarietà è un'arma".
Certamente l'attuale crisi economica e del mercato del lavoro sta influenzando negativamente le possibilità delle famiglie in affitto. As.i.a. ha registrato una tendenza di crescita anche nel numero degli sfratti? Come pensate si evolverà la situazione?
Il numero di sfrattati sta aumentando su tutto il territorio nazionale. A Bologna in ottobre erano in formula esecutiva quasi 3000 sfratti (dati UNEP). Questa fascia di persone non sono solo più soggetti emergenziali, ma lavoratori che fino a poco fa si ritenevano sicuri economicamente, tanto che sono aumentate anche le insolvenze dei mutui per acquistare la casa. Ma questa è la punta di un iceberg che sta emergendo. L'assenza di politiche abitative adeguate ai redditi di chi ha bisogno di casa, il caro affitti e la deregolamentazione del mercato delle abitazioni sono processi in atto da anni che ora mostrano le loro conseguenze.
La crisi sta aggravando anche altri problemi pre-esistenti circa le dinamiche abitative, come ad esempio le difficoltà che hanno i giovani ad andare a vivere autonomamente?
Le nuove tipologie di contratto non permettono di affrontare affitti per un appartamento singolo, soprattutto nelle grandi città. L'ultimo anno di licenziamenti e cassa integrazione ha esteso il fenomeno del sovraffollamento degli appartamenti (che sia lo stesso nucleo o più nuclei famigliari). Non basta uno stipendio di un lavoratore part-time, ad esempio, per tirare avanti.
Quali sono le vostre risposte e le possibili soluzioni ai problemi delle famiglie che non riescono più a pagare l'affitto? Cohousing, cooperative abitative, coabitazione di studenti e anziani sono ancora alternative valide?
L'As.i.a. ritiene che la soluzione sia il riconoscimento del diritto alla casa, ossia un affitto legato al reddito. Questo implicherebbe un'inversione di tendenza rispetto alla liberalizzazione del mercato dell'affitto (legge 431/98) e del nuovo progetto di housing sociale. Bisogna iniziare piani di investimento pubblico per avere maggiori disponibilità di case popolari (non solo nuove cementificazioni), sanzioni a chi specula, requisizioni di case sfitte. Quello che viene chiamato housing sociale è un rischio enorme: l'edilizia popolare non avrà come criterio il reddito ma un leggero abbattimento del valore di mercato.
Rispetto agli interventi in difesa dei soggetti in difficoltà quali sono e di che qualità le risposte delle istituzioni locali?
Noi riteniamo le risposte locali all'emergenza abitativa inadeguate. Esiste un regolamento comunale che va ad individuare un soggetto sociale che non presenta solo problemi abitativi, ma socio-sanitari gravi. E' necessario mettere case a disposizione a chi non riesce più a sostenere l'affitto. Soltanto adesso, dopo diverso tempo che il nostro sindacato denunciava l'emergenza sfratti, è passata una delibera che mette a disposizione case a chi è sfrattato. Perciò si può dire che il problema principale resta il carente patrimonio pubblico.
Qual è la situazione abitativa delle famiglie immigrate? Esistono situazioni di discriminazione particolare?
Gli immigrati subiscono la difficoltà abitativa in modo uguale agli italiani. Stesso caro affitti, stessi bassi redditi, senza soluzione per nessuno. Gli immigrati inoltre se non hanno il permesso di soggiorno di lunga durata hanno oggi problemi legati alla necessità di residenza. Naturalmente, ne derivano conseguenze in termini sociali che sfociano in fenomeni di discriminazione e tensione verso gli extracomunitari perché sovente la loro posizione viene assimilata a quella di usurpatori del lavoro e delle case degli altri cittadini. Quando invece, si sa, i problemi sono strutturali. Tuttavia, nel nostro sindacato, italiani e immigrati si organizzano assieme, consapevoli di avere le stesse necessità.
Intervista a Bouchaib Khaline, presidente del Consiglio dei cittadini stranieri e apolidi della provincia di Bologna.
Qual è la situazione abitativa degli immigrati a Bologna?
Per descrivere la situazione abitativa degli immigrati a Bologna non possiamo non parlare del Pacchetto Sicurezza che complica ogni cosa.
Prendendo come riferimento il decreto del ministero della Sanità del 5 luglio 1975 - in cui erano fissati alcuni parametri di abitabilità - la legge 94 approvata da questo Governo prevede che per il ricongiungimento familiare ma anche per la richiesta di residenza lo straniero debba avere "un alloggio conforme ai requisiti igienico sanitari, nonché di idoneità abitativa, accertati dai competenti uffici comunali".
Il rispetto di questi requisiti da parte degli stranieri diventa sempre più difficile, se non impossibile, e molti si ritrovano già a vivere in una condizione di illegalità. Questo accade innanzitutto perché le famiglie straniere sono nuclei numerosi e abitano spesso in case piccole - perché meno costose - mentre la legge 94 pone un vincolo ancora più restrittivo al numero di occupanti in relazione alla metratura dell'abitazione. Si sa inoltre che a Bologna, soprattutto nel centro storico, le case sono spesso vecchie e in condizioni precarie, capita a volte che non abbiano tutti gli impianti a norma e quindi diventa ancora più facile per un Comune negare la residenza a un cittadino immigrato. Non avere la residenza per un immigrato significa non poter avere accesso agli aiuti previsti dai Comuni per la crisi e soprattutto perdere la speranza di ottenere un giorno la cittadinanza. Stessa sorte spetta ai figli degli immigrati che, vivendo in un alloggio non idoneo, non potranno neanche loro beneficiare del diritto di residenza.
Tutte queste restrizioni non serviranno certo a espellere i clandestini dall'Italia ma soltanto a rendere la vita impossibile ai lavoratori stranieri che vivono in questo paese. Per non parlare del potere discriminatorio che queste norme portano con sé; basti pensare all'operazione "White Christmas" che la Lega sta conducendo in questi giorni in una città del Nord (nel Bresciano e precisamente a Coccaglio, ndr). L'obiettivo è ripulire la cittadina dagli extracomunitari entro il 25 dicembre e per raggiungere lo scopo i vigili urbani si recheranno casa per casa: gli extracomunitari con un permesso di soggiorno scaduto vedranno la propria residenza cancellata.
Molti italiani si lamentano che non ci sia disponibilità di alloggi popolari perché sono per lo più assegnati agli immigrati.
C'è chi vuole fomentare una guerra tra poveri e usa questa spiegazione per giustificare la mancanza di risorse e di investimenti per gli alloggi popolari. La verità è un'altra ed è sufficiente leggere in modo corretto le statistiche per svelarla: in Italia circa l'80% degli italiani possiede una casa di proprietà, una percentuale ch scende all'1-2% se ci si riferisce alla popolazione immigrata; il restante 98% entra nel mercato degli affitti e nelle liste per gli alloggi popolari. Di questi alloggi, a Bologna, solo il 5% va agli immigrati; in altri Comuni non viene assegnato neanche una casa agli stranieri e quindi direi che siamo proprio sotto la norma rispetto ad altri Paesi.
Bisogna poi considerare le composizioni di nuclei familiari: in linea di massima, infatti, le famiglie italiane sono composte da 2/3 persone, marito e moglie lavorano e necessitano di case piccole; le famiglie immigrate, invece, sono più numerose e solo ultimamente le donne cominciano a lavorare mentre gli uomini sono spesso precari e hanno un reddito molto basso.
Non dimentichiamoci infine che un immigrato per avere diritto a una casa popolare deve essere cittadino italiano e questo significa attendere 10 anni; di conseguenza sono molti di più gli stranieri che si riversano nel mercato dell'affitto, soggetto a una forte speculazione da parte dei proprietari.
Proprio in questi giorni un'inchiesta del sito di giornalismo CityLab denuncia le condizioni abitative umilianti in cui vivono molti immigrati in alcune palazzine di via Barbieri. Ci può descrivere la situazione in città?
Sono tantissimi a Bologna gli immigrati che vivono in seminterrati, scantinati, case fatiscenti. Può capitare che alcuni non trattino bene la casa in cui vivono, che non paghino ma la maggiorparte degli affittuari stranieri paga ogni mese per vivere in condizioni disumane. E questo non gli permetterà di ottenere una certificazione di idoneità abitativa. Invece di porre dei paletti agli stranieri il Governo farebbe bene a battersi contro il mercato nero degli affitti.
C'è poi un ultimo fattore da tenere in considerazione: Bologna è una città storica, come ho già detto le abitazioni in centro sono spesso vecchie, piccole e quindi non adatte alle famiglie immigrate che vengono allontanate sempre più dal centro verso la periferia. In questo modo si rischia di creare dei veri e propri ghetti dove far sparire di notte gli immigrati che di giorno lavorano.
Per approfondimenti:
Idoneità abitativa: i nuovi requisiti
Intervista a Gian Carlo Muzzarelli, assessore alla programmazione e sviluppo territoriale, cooperazione col sistema delle autonomie e organizzazione.
Ci può descrivere qual è al momento la situazione abitativa in Regione?
La crisi economica, che si è inserita in un periodo già non facile e di grandi cambiamenti sociali, ha decisamente aggravato la questione abitativa. In particolare, anche a causa di un esecutivo nazionale che ha anno dopo anno diminuito le risorse per l'affitto, sono cresciute in misura esponenziale le famiglie che faticano a pagare l'affitto e le rate dei mutui.Questo è un fenomeno sempre più diffuso, che colpisce prima di tutte quelle famiglie in cui un componente ha perso il lavoro, è finito in cassa integrazione, o comunque ha perso una quota consistente del proprio reddito.
Il segnale più tangibile dell'aggravamento della situazione è dato dall'aumento del numero di famiglie che vivono in affitto in alloggi in cui pagano un canone di mercato e che hanno ottenuto un contributo monetario per sostenere il pagamento l'affitto (fondo per l'affitto istituito con la legge 431 del 1998). Erano circa 20.000 unità nel 2000, sono più che raddoppiate (quasi triplicate) nel 2008. Nel 2008, infatti, sono state ammesse a ricevere un contribuito circa 52 mila famiglie, mentre nell'anno precedente erano state poco più di 48 mila, con un incremento di circa 4 mila unità.
Tra le categorie maggiormente colpite dall'emergenza abitativa ci sono gli immigrati. Può fornirci dei dati al riguardo?
Nel 2008 gli alloggi sono stati assegnati per circa il 70% a famiglie di cittadini italiani, e per il restante 30% a cittadini stranieri di origine comunitaria ed extracomunitaria. La percentuale di alloggi in cui vivono famiglie di origine straniera (poco più del 10%) corrisponde alla percentuale di cittadini stranieri presenti in Emilia-Romagna.
A Bologna, in particolare, sono state assegnati nel 2008 532 alloggi a cittadini italiani (il 70,28%) e 225 alloggi a cittadini stranieri (il 29,72%).
Anche per i giovani diventa sempre più difficile possedere una casa. A questo proposito la Regione ha realizzato il progetto "Una casa alle giovani coppie" e ha indetto un bando tuttora aperto. E' possibile fare già un primo bilancio?
Il programma prevede lo stanziamento di 13,3 milioni di euro per sostenere l'acquisto della prima casa di proprietà da parte delle giovani coppie, che potranno comprarla dopo un periodo di locazione di massimo quattro anni, a canone inferiore a quello di mercato e comunque non superiore ai 400 euro mensili. Il provvedimento consentirà a molte giovani coppie dell'Emilia-Romagna, sino a 1.300, di acquistare finalmente la prima abitazione. Potranno ricevere il contributo (tra i 10.000 ed i 13.000 euro a seconda della qualità energetica dell'abitazione) le coppie sposate al momento della presentazione della richiesta, o conviventi da almeno due anni, con un reddito complessivo non superiore ai 40.000 euro secondo il calcolo Isee. Per noi è un provvedimento molto importante, che assicura semplicità, assenza di burocrazia e responsabilizzazione delle giovani coppie. La Regione mette un contributo importante, pari a 13,3 milioni di euro; le imprese individuate attraverso Intercent-er assicurano abitazioni di qualità e moderne, della dimensione non superiore ai 95 metri quadrati; le giovani coppie, entro due mesi dall'ormai imminente pubblicazione della lista degli alloggi disponibili, faranno il giro delle imprese e sceglieranno liberamente l'alloggio preferito e ritenuto più adatto per loro. In un momento di crisi dell'edilizia, con tante coppie senza casa, abbiamo voluto rispondere alle difficoltà con nuove opportunità.
Ci sono altri interventi attuati dalla Regione per rispondere all'emergenza casa? O interventi in via di attuazione?
Per accrescere l'offerta di alloggi pubblici abbiamo finanziato con 35 milioni un programma per il recupero di circa 1830 alloggi che erano sfitti perché necessitanti di interventi di ripristino.
Recentemente si va diffondendo in Italia il tema del Co-housing sociale, dell'autorecupero e dell'autocostruzione. In che modo possono essere inquadrate queste soluzioni all'interno della grande crisi abitativa?
Sono forme che possono avere una qualche validità, anche se il loro contributo in termini quantitativi non potrà forse essere rilevante. Abbiamo finanziato con 400 mila euro alcuni interventi di autocostruzione per la realizzazione di 40 alloggi in vari comuni del parmense.
Al fine di delineare un quadro più preciso della situazione in città e di comprendere quali siano le risposte delle istituzioni alle richieste di aiuto, abbiamo intervistato Claudio Mazzanti, Presidente del Quartiere Navile.
La difficoltà di trovare casa e garantirsi uno spazio confortevole in cui abitare con la propria famiglia non è un problema nuovo, ma la crisi ha avuto sicuramente un impatto sulla situazione. Che volto ha l’emergenza abitativa con cui gli sportelli sociali e più in generale i servizi di quartiere hanno a che fare?
L’emergenza abitativa è una realtà, e la crisi ha aggravato la situazione poiché i redditi dei lavoratori sono sempre più spesso incompatibili con i prezzi delle case stabiliti dal mercato immobiliare. Le abitazioni non mancano, ma ciò che manca sempre più spesso, è la capacità da parte delle persone, di sostenere i costi di un affitto o di un mutuo. Se a questo si aggiungono le politiche inefficaci e i mancati interventi a livello centrale degli ultimi anni, la carenza cronica di alloggi pubblici e la cessazione degli investimenti statali in questo settore, si intuisce che la situazione è sempre più grave.
Ci troviamo di fronte a 8000 richieste di alloggio e a circa 3000 domande di contributo per l’affitto nella città di Bologna, e ad un infoltirsi dell’utenza dei servizi. Persone che fino a ieri erano autonome, oggi non ce la fanno e vengono a chiederci aiuto. E’ ciò che accade per esempio a quegli anziani che vivono soli e che con la sola pensione non possono pagare le bollette…
Come rispondono gli Sportelli Sociali alle richieste di aiuto dei cittadini?
Prima di tutto cerchiamo di individuare quali siano i bisogni degli utenti, poi diamo loro ogni informazione e indicazione necessaria per avere un sostegno. Il nostro è un lavoro di rete, nel quale cerchiamo non solo di informare ma anche di accompagnare i cittadini nella ricerca di una soluzione al proprio bisogno. Spesso aiutiamo gli utenti a compilare le richieste di sussidio o di alloggio, ma siamo chiamati anche in casi ben più gravi: non molto tempo fa i Servizi del nostro quartiere sono intervenuti per impedire lo sgombero di inquilini di alloggi privati che erano ancora in attesa di una nuova destinazione e che senza il nostro intervento sarebbero finiti in strada. Grazie ad accordi stipulati con i proprietari degli immobili abbiamo fatto in modo che venisse rimandato lo sfratto almeno fino a quando non si fosse prospettata alla famiglia in questione una soluzione abitativa che non coincidesse con la strada.
Il decentramento territoriale dei Servizi ha influito sulla capacità di risposta dei Servizi stessi?
Il decentramento dei servizi ha migliorato il nostro lavoro. Oggi si crea un contatto molto più stretto tra gli utenti e gli operatori, per cui diventa anche più agevole per noi comprendere i bisogni delle persone e rispondervi adeguatamente.
Quali azioni di risposta pensate si debbano mettere in campo per risolvere il problema?
La prima cosa da fare, a Bologna come altrove, è procedere alla ristrutturazione degli immobili che per incuria oggi risultano inagibili: in questo modo già si tamponerebbe in modo efficace l’emergenza. Resta poi l’urgenza e la necessità di attivare politiche ben più ampie che mirano al potenziamento del patrimonio pubblico nel settore edilizio: servono assolutamente nuovi alloggi popolari. Sono necessarie programmazioni decennali articolate in piani d’azione biennali che funzionino in base a regolamenti sufficientemente stringenti da garantire la trasparenza e l’efficacia degli interventi. In particolare si dovrebbero predisporre e potenziare incentivi e sgravi per quei proprietari di immobili che decidono di affittare le case a canone concordato.
Concentriamo l’attenzione sulla popolazione migrante che vive nel quartiere Navile e più in generale in città: l’emergenza abitativa è più grave per la popolazione straniera? A suo parere la presenza di stranieri è connessa ad una maggiore conflittualità sociale?
Facciamo attenzione: l’emergenza abitativa è una realtà che colpisce indistintamente italiani e stranieri. Certamente per questi ultimi la questione si fa più complessa perché il bisogno di una casa si aggiunge a tutte le altre problematiche connesse alla propria situazione, e al dato di fatto che in alcuni casi i proprietari non vogliono affittare le abitazioni agli immigrati.
La conflittualità che può evidenziarsi in un quartiere come il Navile è data da campagne di comunicazione che vorrebbero far credere ai cittadini che l’alloggio pubblico venga concesso di preferenza agli stranieri, quando non è così. Attualmente solo il 10% dei 18 mila alloggi pubblici di Bologna ospita famiglie straniere, l’80% delle quali è composta da persone che risiedono in Italia da molti anni e sono ad ogni effetto nostri concittadini.
Progetto di autorecupero a Bologna
L'Associazione Xenia, in qualità di capofila dell'Associazione Temporanea di Scopo (ATS), costituita con il Consorzio Abn di Perugia e la Cooperativa Sociale Abcittà di Milano, sta realizzando un progetto di autorecupero su nove immobili di proprietà del Comune di Bologna finalizzato alla ristrutturazione di circa 50 alloggi.
L'intervento consiste nel selezionare, attraverso un avviso pubblico, un gruppo di 50 nuclei familiari che, riuniti in cooperativa, saranno chiamati a partecipare attivamente alla ristrutturazione degli alloggi mettendo a disposizione il proprio tempo, il proprio lavoro e le risorse finanziare necessarie per il recupero.
Al termine dei lavori gli alloggi saranno assegnati in concessione per la durata minima di 30 anni, trascorsi i quali l’assegnatario ha diritto a rimanere nell’alloggio con contratto di locazione ordinaria, corrispondente all’attuale contratto di locazione agevolata.
Per i partecipanti non è necessario il possesso di competenze tecniche specifiche. La costituzione della cooperativa e tutte le attività tecniche e amministrative necessarie, nonché la formazione dei partecipanti per realizzare i lavori di autorecupero, sono assicurate dalle attività dei soggetti dell'ATS.
Progetti di co-housing a Bologna
Nella provincia di Bologna l’associazione E'/Co-Housing, nata a marzo del 2009, ha dato impulso ai primi progetti di co-housing. Il termine co-housing è utilizzato per definire degli insediamenti abitativi composti da abitazioni private corredate da ampi spazi (coperti e scoperti) destinati all'uso comune e alla condivisione tra i cohousers. Tra i servizi di uso comune vi possono essere ampie cucine, spazi per gli ospiti, laboratori per il fai da te, spazi gioco per i bambini, palestra, piscina, internet-cafè, biblioteca e altro. L’associazione ha riunito diverse decine di nuclei familiari: uomini e donne, bambini e anziani, di tutte le provenienze e professioni, desiderosi di trovare nuovi modi di abitare insieme. Essa promuove un modello abitativo eco-sostenibile da destinare alla coabitazione residenziale, con servizi da condividere e da gestire insieme.
La costruzione, la restrutturazione, gli spazi comuni e il sistema di regole sono decisi dalle famiglie che vanno a convivere. E'/Co-Housing ha chiesto alla Pubblica Amministrazione un supporto nell'attività di ricerca e individuazione di aree libere o di aree edilizie dismesse nelle quali sviluppare nuovi interventi costruttivi o il restauro di edifici esistenti, con opportune convenzioni o accordi.
E'/Co-Housing porta avanti questi progetti con la convinzione che realizzare insediamenti abitativi all’interno delle aree urbane in ex-fabbricati artigianali, caserme o altri edifici di proprietà pubblica non utilizzati, o in zone o edifici rurali, in cui avvenga e si sperimenti la coabitazione, possa costituire per il territorio una opportunità preziosa. Questi progetti contribuirebbero infatti a rivalutare e ridare senso ad aree che rischiano di rimanere inutilizzate e contemporaneamente a creare una socialità trangenerazionale, oltre che accrescere l’attenzione nei confronti dell'ambiente e di tutte quelle tecniche che possano preservarlo (casa passiva, dispositivi di risparmio energetico, trasporti condivisi ecocompatibili).
Nel territorio bolognese esistono cooperative sociali che si occupano dei problemi abitativi delle persone in difficoltà economiche.
Queste cooperative assegnano ai loro soci, in base all'anzianità, delle abitazioni ad affitto agevolato.
L'unico problema riguarda il fatto che i richiedenti, al momento dell'assegnazione degli appartamenti, devono avere a disposizione un'alta cifra da pagare immediatamente per poter usufruire dell'agevolazione.
Prendiamo in considerazione due cooperative sociali attive da molti anni a Bologna: la Cooperativa Sociale Dozza e la Cooperativa Sociale Risanamento.
La Cooperativa Sociale Dozza rientra nell'alveo delle cooperative a larga base sociale.
Per diventare socio della cooperativa è necessario versare, all'atto dell'iscrizione, l'ammontare di 70 €.
L'assegnazione dell'alloggio avviene tramite bando mensile e la dimensione e il numero di vani di questo dipende dal numero dei componenti il nucleo familiare.
L'attribuzione degli alloggi dipenderà dall'anzianità di iscrizione nel libro dei soci.
La Cooperativa Sociale Risanamento è una cooperativa a proprietà indivisa, cioè una cooperativa di abitazione i cui appartamenti di proprietà non vengono mai venduti ma esclusivamente assegnati in godimento (locazione) ai soci mediante bandi di concorso emessi con cadenza mensile.
Le condizioni necessarie per diventare socio sono: avere almeno 18 anni di età e almeno 5 anni di residenza in Italia.
Dopo l'approvazione da parte del Consiglio d'Amministrazione, il richiedente dovrà versare la somma di 300 €. Da quel momento decorre l'anzianità di iscrizione nel libro dei soci.
In entrambe le cooperative, l'assegnazione dell'alloggio avviene dopo il versamento di un apporto finanziario infruttifero determinato in base alla superficie dell'alloggio attribuito.
(Fabiana Trungadi)