Con la prostituzione non si tratta: storie e percorsi d'accoglienza

toulouse-lautrec.preview.jpgNonostante i vari disegni di legge e le proposte per arginare il fenomeno della prostituzione, esso è ancora molto visibile sulle nostre strade, e in estate forse ancora di più. BandieraGialla ha deciso di riprendere un tema già trattato in passato per analizzare la situazione odierna e soprattutto le risorse e i progetti in Emilia-Romagna. L'inchiesta si muove su più piani: "Quando si parla del fenomeno prostituzione - afferma infatti Marco Bruno dell'associazione L'albero di Cirene di Bologna - si parla in realtà di un fenomeno molto più complesso che ha dentro di sé una serie di aspetti diversi. Uno è quello della tratta degli esseri umani, poi quello dell’immigrazione clandestina, della violenza sulle donne, del conflitto sociale. Chi si trova a legiferare in materia di prostituzione deve necessariamente tenere conto di tutti questi aspetti".
L'indagine, attraverso interviste e box informativi, propone una panoramica delle associazioni e delle azioni attuate nel territorio, soprattutto da parte della Casa delle donne per non subire violenza, che insieme a Caritas e associazione Papa Giovanni XXIII si occupa dei centri di prima accoglienza per le prostitute liberate dalla strada. Sul fenomeno prostituzione, si apprende dai vari protagonisti, incidono anche la cultura del paese di provenienza delle donne e l'informazione prodotta dai mass media. Completano il quadro due vissuti di due ex-prostitute nigeriane, che raccontano in prima persona l'epopea dalla Nigeria all'Italia.

"Quando si parla del fenomeno prostituzione si parla in realtà di un fenomeno molto più complesso"

Marco Bruno è stato per dieci anni volontario dell'associazione L'albero di Cirene di Bologna, attualmente si occupa di progettazione sociale per la stessa associazione ed è responsabile del progetto "Non sei sola" che si occupa del fenomeno della tratta degli esseri umani al fine di alimentare lo sfruttamento della prostituzione. Il progetto consiste in un'unità di strada, in una casa di seconda accoglienza che si chiama "Casa Magdala" e in un'attività di formazione e informazione del territorio.


Alla luce della sua attività nel progetto “Non sei sola” dell’associazione “Albero di Cirene” com’è affrontato il fenomeno della prostituzione nel territorio bolognese?
L’attività di assistenza e di aiuto alle ragazze costrette a prostituirsi è coordinata dal progetto di competenza regionale “Oltre la strada” che coordina tre associazioni “La casa delle donne per non subire violenza”, “Giovanni XXIII” e “Caritas” che sono iscritte sul registro dell’albo regionale e che hanno facoltà di prendersi carico delle donne che escono fuori dal giro di prostituzione. Tali associazioni posso quindi attivare dei percorsi di protezione sociale al fine, nel caso di donne immigrate, del rilascio di un permesso di soggiorno alla luce di quanto stabilito nel testo unico sull’immigrazione. 

Quanto è efficace e quanto supporta l’attività delle associazioni l’apparato legislativo nazionale in materia di prostituzione?
L’Italia possiede delle buone leggi alle quali potrebbero essere aggiunti degli interventi che sono molto discutibili. Per il momento le leggi di riferimento che fanno da base alle attività di recupero sono la legge Merlin, il testo unico sull’immigrazione e una serie di altri articoli che prevedono pene severe non solo per le organizzazioni criminali che sfruttano la prostituzione ma anche per coloro che acquistano prestazioni sessuali soprattutto da minorenni. In linea di massima esistono buone leggi, il problema è nella loro applicazione. Da questo punto di vista si può fare molto di più, sia nell’inasprimento delle pene per gli sfruttatori, sia per quanto riguarda la complicità da chi acquista le prestazioni sessuali. Per quanto riguarda il testo unico sull’immigrazione esso prevede sia un discorso giudiziario sia un percorso sociale importante per dare la possibilità alle donne che vogliono uscire dalla prostituzione e che vogliono tutelare comunque l’incolumità propria e dei propri familiari di poterlo fare anche senza sporgere denuncia ma semplicemente dando voce alla propria testimonianza. Questo è un aspetto fondamentale in quanto sottrarre le donne al racket vuol dire sottrarre risorse economiche e quindi contrastare queste organizzazioni criminali.Quando si parla del fenomeno prostituzione si parla in realtà di un fenomeno molto più complesso che ha dentro di sé una serie di aspetti diversi. Uno è quello della tratta degli esseri umani, quello dell’immigrazione clandestina, la violenza sulle donne, il conflitto sociale. Chi si trova a legiferare in materia di prostituzione deve necessariamente tenere conto di tutti questi aspetti. Prima di tutto la critica che è stata fatta all’ultimo disegno di legge Carfagna è quella di non aver convocato il tavolo delle associazioni e di tutti gli esperti che avevano già fatto un percorso nel governo precedente. Il disegno di legge è stato fatto sulla spinta di quello che era il malumore dell’opinione pubblica di fronte a situazioni di disagio e di disordine che il fenomeno prostituzione genera. Per chi conosce questo fenomeno vede però delle contraddizioni. Anche se si paventa delle pari responsabilità tra il cliente e la ragazza che è in strada è comunque in atto una criminalizzazione della donna generando un paradosso secondo il quale la ragazza viene presa, multata o al limite messa in carcere se reticente. Il cliente sarà sicuramente meno identificabile e potrà cavasela con una multa. Se il tema da affrontare è il conflitto sociale, il degrado urbano chi deve pagare è senz’altro il cliente e non la ragazza che è costretta a prostituirsi. Altro problema è la visibilità del fenomeno e se si tenta di spostare il fenomeno nelle case per dare risposta al problema dell’ordine pubblico lo si renderà invisibile ma  facilmente accessibile.  

A Bologna esistono realtà che sfruttano questo tipo di prostituzione invisibile?
A Bologna questo fenomeno è presente nei night che si appoggiano magari anche ad alberghi, ed è presente anche negli appartamenti.  Essendo un fenomeno tollerato in quanto invisibile è molto sparso nel territorio e quindi in questo modo più giustificato da parte della popolazione. 

A questo punto qual è la percezione della gente comune su questo fenomeno? E’ legata solo ad un problema di visibilità da risolvere magari con quartieri dedicati?
I cosiddetti quartieri a luci rosse non sono la soluzione al problema ed anzi in particolare aumentano la distanza con la normalità e ghettizzano le donne costrette a prostituirsi accettando l’idea che le donne diventino degli oggetti sessuali. Le donne che hanno a che fare con questo problema sicuramente sperano e desiderano una situazione temporanea e quindi non vogliono essere rinchiuse in gabbie ed etichettate. Chi si prostituisce lo fa per risolvere determinati problemi che sono soprattutto di natura economica, se guardiamo la provenienza delle donne capiamo bene come mai la maggior parte provengono dalla Nigeria e dalla Romania e non dalla Francia. Esse hanno a che fare con un disagio sociale ed economico di partenza peggiorato dal radicamento nel loro paese d’origine di organizzazioni criminali che vedono nella possibilità di sfruttare il loro corpo una fonte di guadagno.   

Come i mass media raccontano il problema della prostituzione? Che percezione suscitano nell’opinione pubblica?
La questione mass media è di grande responsabilità in questo problema. La prostituzione può essere vista come un problema di ordine pubblico o come una questione di conflitto sociale. Per noi associazioni è una questione sociale, esiste un problema di donne che per una serie di motivi sono costrette a prostituirsi, la prostituta in strada non è per noi un problema di ordine pubblico, non è un pericolo per la società, il pericolo vero è per la vita di queste donne. I mezzi di comunicazione non riescono a dare una visione di tipo sociale perché naturalmente si rincorre l’audience, sbattere le persone in prima pagina, mostrare le spettacolari azioni di polizia nel ripulire le strade. Nella realtà non avviene certamente questo, le forze dell’ordine ad esempio sono in prima linea nell’assistere le ragazze, nell’arrestare i criminali ed è questo che si dovrebbe far vedere. Si dovrebbe dare un’informazione corretta sul fatto che non serve ripulire le strade, frase spesso pronunciata dai mezzi di comunicazione, le strade si ripuliscono dai rifiuti non dalle persone, ma si deve dare un messaggio forte che esiste un impegno sociale e civico per combattere questo fenomeno, quindi che questo fenomeno può essere sconfitto solo con un aiuto comune e congiunto.  

Come considera la norma secondo la quale viene data facoltà ai medici di denunciare l’eventuale clandestinità del paziente? Come si ripercuote sull’assistenza alle prostitute che sono in maggioranza immigrate spesso clandestine?
Questa norma ci è stata venduta precisando che il medico non è costretto a denunciare la clandestinità dell’immigrato ma può scegliere di farlo. Questa discrezionalità da parte del medico può rendere pericolosa questa norma. Naturalmente se le ragazze hanno la percezione di questo pericolo finiranno per non rivolgersi più ai servizi sanitari e sociali, succederà quindi che andranno meno dal medico e quindi crescerà il rischio di epidemie ed infezioni. Ci sarà inoltre il rischio di sviluppare servizi sanitari paralleli organizzati direttamente dalle organizzazioni criminali. Siamo completamente contrari ad un provvedimento di questo tipo, la salute pubblica è una necessità per tutti i cittadini. 

Quali sono i pericoli e le difficoltà che deve affrontare un’associazione che si batte contro la prostituzione?
Parto dal presupposto che chi sfrutta le donne per guadagni personali è sicuramente una persona codarda, che non ha trovato altro modo di arricchirsi se non il fare violenza su una persona più debole, più indifesa. Il pericolo che ne scaturisce è molto meno grave di quello che si può pensare. Siamo di fronte comunque ad organizzazioni criminali violente, che sono un rischio se non c’è una risposta pronta da parte della società italiana in materia di forze dell’ordine ma ance di certezza delle pene nei confronti di queste persone. Fortunatamente esiste un’ottima collaborazione con le forze dell’ordine. Quello che è molto più impegnativo è la fatica nell’affermare la verità di questo fenomeno, nel far capire all’opinione pubblica cosa c’è dietro questo problema, la fatica poi di trovare un ambiente non discriminatorio per le donne che ne escono fuori. E’ contro la difficoltà di coinvolgere la società italiana rispetto a questo fenomeno, contro il silenzio sulla reale considerazione di questo problema che si compiono gli sforzi e le fatiche maggiori.

Per informazioni:
www.alberodicirene.org/

Il ruolo delle operatrici nei centri di accoglienza: l'esperienza della Casa delle Donne

Elsa Antonioni è un'operatrice dell'associazione Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna. La Casa delle Donne, insieme alla Caritas e all'associazione Papa Giovanni XXIII rientra tra i centri di prima accoglienza per le prostitute liberate dalla strada.

Dal 1990 l'associazione Casa delle Donne di Bologna nell'ambito del progetto "Oltre la Strada" ha accolto tante ragazze di diverse nazionalità. Da quali paesi soprattutto?
Nella nostra struttura residenziale hanno vissuto e convissuto giovani donne di quasi tutti i paesi dell'ex Unione Sovietica e dell'ex Jugoslavia, dall'Albania, Romania, Camerun, Cina, Marocco e Nigeria. Prima dell'entrata della Romania in Europa le rumene erano prevalenti, da qualche anno a questa parte invece prevale il numero delle donne nigeriane.

Rispetto al loro reinserimento la Casa delle Donne adotta percorsi differenti per ragazze di diversa nazionalità?
Le principali differenze riscontrate sono legate ad alcuni fattori principali: il percorso legale (la qualità della denuncia e quanto interferisce con la vita precedente della donna), i tempi di attesa per il primo permesso, il livello culturale e lo status di provenienza della donna, la struttura sociale e anche statale di provenienza, la durata del tempo trascorso come prostituta e il tipo di vittimizzazione che la donna ha subìto, fattore peraltro legato sovente alla tipologia di sfruttamento subìto.

Facciamo un esempio?
In generale si può dire che, ad esempio, le donne nigeriane seguono percorsi lunghissimi anche oltre l'anno solo per avere il primo permesso, dal momento che spesso arrivano quando hanno già pagato interamente il debito. In tal caso infatti la denuncia verso gli sfruttatori offre pochi elementi di indagine e si determina quindi una conseguenza duplice: da una parte un lungo tempo morto che aumenta le aspettative su ciò che si potrà fare una volta ottenuto il permesso, in seconda istanza grandi delusioni sulle difficoltà a trovare lavoro. Ma quelle burocratiche non sono le sole difficoltà riscontrate da queste donne. Esse debbono affrontare lo scoglio dato dal percorso di scolarizzazione e formazione, poi quello ulteriore dato dal comprendere e adeguarsi alle nostre maniere di organizzazione sociale. Insomma, la differenza culturale con un paese di origine così lontano come la Nigeria si avverte molto.

E invece per le donne dell'Europa orientale?
Le donne diciamo dell'ex est-Europa nella maggior parte dei casi sono molto giovani, o come si sente dire "le cattive ragazze che vanno dappertutto". Esse quindi richiedono un intervento anche educativo, ma pur sempre con la concessione di tante libertà. Il più delle volte queste ottengono il permesso più velocemente, per una questione culturale imparano prima le regole di comportamento e hanno fretta di autonomizzarsi, tuttavia anch'esse spesso incontrano problemi nel conseguimento di competenze scolastiche.
Naturalmente fra le une e le altre vi sono ragazze mature e motivate capaci di usare il nostro sostegno e di seguire da subito un progetto proprio.
Noi operatrici stiamo a un passo da loro: le responsabilizziamo e cerchiamo il rapporto di fiducia e di sostegno nello sperimentare le loro esperienze di vita. Il problema di essere state prostitute, nella relazione interna con le operatrici o fra di loro, non esiste. Al contrario si acuisce parecchio fino a diventare un ostacolo vero e proprio quando si devono relazionare con l'esterno. Per queste ragioni la scelta dell'associazione è di non chiedere mai a nessuna di raccontare la propria storia attraverso i media o sui giornali.

In particolare, quali sono le attività di recupero che prevedete?
Riteniamo fondamentale innanzitutto garantire loro di trovare un ambiente di convivenza che le accetti interamente e le faccia sentire protette specie dal punto di vista psicologico. Noi come operatrici dovendo assolvere questo compito cerchiamo di essere loro vicine in primo luogo come donne e subito dopo cercando di trasmettere un messaggio di relazione e accoglienza che non sia in nessun modo vincolato da qualsivoglia giudizio nei loro riguardi.
Poi, è naturale, esistono accordi e regole per disciplinare la convivenza e la loro libertà di movimento. Questo comporta l'aspetto della loro responsabilizzazione. E tuttavia non si tratta di aspetti semplicemente normativi, infatti per esempio la responsabilità del doversi cucinare il cibo può servire e serve per mantenere un legame con la propria cultura.
Per quanto concerne l'attività di recupero in senso stretto ovviamente si comincia con la conversazione e le lezioni di italiano e non appena sia possibile con l'obbligo di frequenza di scuole di italiano. Questo, di fatto, costituisce il primo livello su cui misurare la capacità di autogestione e affidabilità della donna. Poi un secondo passo, altrettanto essenziale, consiste nell'avviarle al lavoro tramite borse lavoro, esperienze lavorative anche brevi e propedeutiche alla ricerca di una occupazione possibilmente più stabile, sebbene questo oggi sia sempre più difficile per vari motivi.
Noi comunque siamo sempre presenti nella convivenza e nei numerosi accompagnamenti legali, sanitari e sociali. Per l'alloggio, dopo l'accoglienza, si verificano insieme con ciascuna donna le sue possibilità, anche vagliando le sue relazioni, al fine di trovare un altro alloggio.

Vi è un qualche grado di pericolosità nel vostro lavoro? Magari il prendere in carico certe ragazze, può scontrarsi direttamente con le ritorsioni del gruppo criminale che la sfruttava?
La Casa delle Donne per non subire violenza gestisce percorsi di reinserimento sociale, dalla fuga alla regolarizzazione e non il contatto diretto in strada.
Il grado di pericolosità che può esistere per la donna viene valutato di volta in volta sulla base di come giunge al nostro centro e delle informazioni che traiamo da lei stessa o da chi la invia. Sulla base di queste informazioni ci incarichiamo di verificare l'eventualità di rischi, anche attraverso i nostri contatti di rete o la nostra esperienza. Se riteniamo che la donna sia troppo esposta a pericoli in questo territorio chiediamo e otteniamo accoglienza da altre associazioni della rete nazionale e del numero verde. Il criterio basilare è che le donne devono potersi muovere nel territorio per poter seguire un percorso di inserimento sociale che sia il migliore possibile.
Le donne giungono presso il centro o mediante le forze dell'ordine o tramite clienti, conoscenti e fidanzati conosciuti in strada o, ancora, a partire da informazioni da altre donne e/o organizzazioni di aiuto. Le verifiche di cui dicevo poc'anzi vengono svolte in base ad un'analisi della pericolosità a cui è esposta la donna per le modalità di arrivo, oppure a seconda delle persone che la sfruttavano e secondo i rapporti affettivi o familiari che intratteneva con loro, dei contatti che la donna aveva con l'ambiente di strada, ecc.

Avete qualche collaborazione particolare con le associazioni che si occupano di prostituzione a Bologna?
Siamo in collaborazione con le altre associazioni di accoglienza e l'unità di strada che fanno parte con noi del progetto "Oltre la strada" (Caritas e Centro Giovanni XXIII ndr) convenzionato tramite Comune, Regione e Ministero. Generalmente per la seconda fase di accoglienza collaboriamo con "L'albero di Cirene".

Sul vostro sito si fa riferimento alle leggi in merito al reinserimento delle donne vittime di tratta. Quali sono gli aspetti positivi della legislazione italiana in materia?
Positivo è sicuramente il riconoscimento dello status di vittima e la possibilità di regolarizzazione con l'art. 18 e con l'affidamento dei percorsi ad associazioni. A differenza di un permesso premiale, l'art. 18 consente di seguire nel tempo il percorso di regolarizzazione e inserimento: è un esempio di regolarizzazione controllata a misura individuale.
Sarebbe anche uno strumento in più per le forze dell'ordine per ottenere collaborazione ma questo aspetto nella nostra esperienza è stato molto attenuato dal resto della legge Bossi-Fini e ancora di più con le ultime restrizioni sulla clandestinità che di fatto (a detta anche degli agenti di polizia) ha ridotto le possibilità di aggancio a fini di indagine delle donne in strada nel caso siano clandestine. Infatti le forze dell'ordine hanno l'obbligo di identificazione ed espulsione degli immigrati clandestini e inoltre questo tipo di crimini, nella nostra esperienza, sembra riscuotere poco interesse per le procure, sicché per semplicità si predilige la pratica di politiche repressive.

E quelli negativi?
Di negativo c'è il fatto che spesso la celebrazione dei processi avviene dopo molti anni - qualche volta è capitato anche dopo 10 anni - cosa che penalizza assai più la vittima che gli imputati. Senza menzionare il fatto che in molti casi costoro vengono rilasciati prima del processo, con la tragica conseguenza di deludere il senso di giustizia delle donne e invece contribuendo ad accrescere il senso di impunità degli imputati e le ovvie speculazioni da parte di avvocati privi di scrupoli.
Inoltre difficilmente viene contestato il reato di tratta perché risulta complesso da identificare processualmente (un po' come i reati di maltrattamento e di violenza sessuale dove la possibilità di scelta e di reazione della vittima è spesso controversa in quanto è difficilmente riproducibile la condizione psicofisica reale della vittima stessa).

La legge Carfagna può cambiare qualcosa?
Il dl Carfagna legittima le politiche repressive e non farà altro che favorire nuove e vecchie ghettizzazioni: luoghi più lontani dalla città per la prostituzione in strada che continuerà ad essere praticata dalle nazionalità e categorie di protituzione più basse esponendo le donne e gli uomini che si prostituiscono a più stretti controlli da chi li sfrutta e a maggiori rischi di violenza sia da uomini violenti/falsi clienti che da sfruttatori. Essa reintroduce il reato di prostituzione e non necessariamente favorisce chi si prostituisce in casa liberamente mentre agevolerà quelle situazioni di sfruttamento (per esempio a mezzo internet) che già si effettuano in casa dove le donne sfruttate sono maggiormente sotto controllo

E quali influenze potrà avere l'abrogazione della discrezionalità dei medici sulla denuncia dei clandestini?
Già sono state pubblicate le dichiarazioni da parte di vari enti sanitari e non solo sulle ragioni umanitarie, mediche e di opportunità rispetto a sicurezza e società per cui il rischio di essere denunciate come clandestine per quanti abbiano bisogno di cure è soprattutto un danno. Certamente sono misure che vanno contro la possibilità di selezionare e affrontare correttamente le situazioni critiche connesse all'immigrazione. Ma sembra che le soluzioni semplici anche se aberranti siano quelle più di moda, rimandando a un futuro remoto gli eventuali nodi al pettine.

I media locali e di massa secondo voi hanno una qualche responsabilità riguardo al tema della prostituzione?
I media si muovono entro stereotipi e sono attenti più a stimolare interesse nel pubblico attraverso storie e azioni eclatanti pittosto che entrare nella sostanza: non esistono storie con vittime perfette, e solo buoni e cattivi, si tratta bensì di un mondo con tanti grigi e tante sfumature. Inoltre esistono tanti tipi di prostituzione con altrettanti tipi di prostitute, clienti, sfruttatori, organizzazioni, salvatori ecc. Quello che viene fuori ultimamente alimenta principalmente le distanze e la paura del fenomeno, ma allora verrebbe da domandarsi: chi sono i clienti e quanti sono i fruitori nascosti?

Dalla Nigeria all'Italia: il viaggio raccontato da un'ex prostituta

Il mio nome non è importante, perché il destino che mi è capitato racconta la storia di tante donne, nate come me in Nigeria.
Vengo da Benin City e ho vissuto in una famiglia numerosa: mio padre ha sposato due mogli e ho otto fratelli. Stavo bene in Nigeria ma poi è morto mio padre e le cose sono cambiate. Avevo 19 anni quando ho conosciuto una donna; faceva la parrucchiera e mi ha chiesto se volevo andare in Italia dove lei mi avrebbe aiutato a trovare un lavoro. Io ho accettato. E' stata lei ad accompagnare me ed altre ragazze fino ad Abidjan per poi abbandonarci. Non sapevamo cosa fare per vivere, per mangiare. Così ho trovato un uomo che è diventato il mio fidanzato con la promessa che mi avrebbe aiutato a raggiungere l'Italia. E' stato un lungo viaggio: Abidjan-Marocco in aereo; Marocco-Spagna a piedi e poi fino a Torino in macchina. Era il 1999.

Arrivata a Torino l'uomo mi ha lasciata in casa di una donna, una sua collega, ed è tornato in Austria dove viveva. Ho cominciato a lavorare in strada per guadagnare i soldi che servivano a pagare il viaggio. L'uomo ogni tanto veniva a riscuotere, mentre io continuavo a stare in quell'appartamento con la donna e altre sette ragazze.
Quando a volte arrivava la polizia non cercavo di scappare, volevo che mi prendessero e mi portassero via. Ma la polizia mi lasciava di nuovo libera, senza mai dirmi che c'erano dei posti dove avrebbero potuto aiutarmi. Quando tornavo a casa la donna che ci controllava mi picchiava perché aveva paura che mi riportassero in Nigeria e non pagassi più. Un giorno mi ha dato un documento falso che ho dovuto pagare, e proprio allora ho deciso di scappare. Sono arrivata a Pescara e per due settimane ho vissuto in albergo poi i soldi sono finiti. Sono tornata in strada e lì ho incontrato un uomo che diceva che per me era troppo rischioso lavorare in giro e mi ha trovato lavoro in un locale. Anche lì è arrivata la polizia ma questa volta, dopo avermi accompagnata in caserma, ha scoperto che il mio permesso era falso e mi hanno portato nel CPT di Lecce. Dopo 31 giorni mi hanno lasciato libera. Sono tornata a Pescara e ho cominciato a lavorare in strada di nuovo, ma solo quando avevo bisogno di soldi, quando dovevo mangiare o pagare l'affitto.

Ma il magnaccia mi ha ritrovata e mi ha minacciato dicendomi che avrebbe mandato la mafia ad ammazzare me e la mia famiglia in Nigeria. Gli chiedevo: - quanti soldi devo ancora pagare? E lui mi rispondeva: - quando mi bastano te lo dirò. Ho continuato a pagarlo ma non finiva mai, fino a quando mi ha chiesto 2000 euro per saldare il debito del viaggio dalla Nigeria all'Italia. Ero disperata, ho chiamato mia madre e le ho detto che ero stanca di pagare, che avevo bisogno di aiuto. Ero ancora giovane, avevo 28 anni e volevo stare bene. Poi ho detto al magnaccia: - fai quello che vuoi, minaccia me e la mia famiglia ma io non ce la faccio più.

Così nel 2007 sono scappata e sono arrivata a Genova, dove avevo un'amica che viveva in una comunità. Sono rimasta lì 9 mesi però nessuno mi ha aiutato. Non si può stare in comunità se non sei niente, se non hai un permesso di soggiorno. Allora sono scappata di nuovo e sono arrivata a Bologna. Stavo in stazione e nel frattempo cercavo un numero, l'indirizzo di una comunità o di un centro che mi potesse aiutare. Poi ho trovato il numero di Nico (Associazione Papa Giovanni XXIII, ndr). Sono stata in dormitorio per un paio di giorni e poi ci siamo incontrati e gli ho raccontato tutto. Lui mi ha portato in una casa famiglia. Ora ringrazio Dio per la mia vita, perché sono tranquilla, ho sempre da mangiare, adesso ho anche il permesso di soggiorno.
Oggi vivo in un appartamento con altre due nigeriane e un'italiana. Sono passati già sei mesi e ogni giorno mi sveglio, sistemo la camera, mangio e poi vado a scuola dove sto imparando l'italiano. Nel pomeriggio faccio i compiti e anche un corso di cucito.
Il venerdì andiamo in strada per parlare con le ragazze e convincerle a lasciare. A loro non piace la vita che fanno però hanno paura del voodoo. Non so se esiste in Italia ma in Nigeria ci credono in molti ed è un modo che ha il magnaccia per spaventarti dicendoti che ammazzerà te e la tua famiglia se scappi o non paghi. Ci sono tanti nigeriani qui che come me non ci credono, ma chi lavora in strada ha paura. Alle donne che incontriamo dico che c'è qualcuno che ti può far vivere meglio, che questo lavoro provoca malattie e anche la morte. Invece noi dobbiamo pensare al futuro, a cosa potrebbe esserci dopo, alla fine di questo lavoro; pensare avanti e non solo a quello che hai lasciato dietro di te, alla famiglia, ai soldi da pagare. Dico loro di venire da Papà Giovanni - io così lo chiamo - poi lasciamo il numero di telefono del centro e un rosario a ognuna, perché noi siamo cristiane e andiamo in Chiesa ogni mercoledì quando fanno la messa in inglese.

Il mio sogno adesso è di rimanere in Italia e di trovare un lavoro. Potrei lavorare come donna delle pulizie o aiuto-cuoco ma a me piacerebbe fare la baby-sitter perché amo i bambini.

 

La storia di Jennifer

Mi chiamo Jennifer, non è il mio vero nome, ma è quello che ti dò. Ho 23 anni e sono nata in Nigeria a Benin City. Là ho conosciuto una donna che mi ha proposto di partire per l'Italia dove avrei potuto fare la babysitter e guadagnare bene: non sapevo proprio quello che poi ho fatto.

Questa donna mi ha organizzato il viaggio dalla Nigeria alla Libia, dove dovevo imbarcarmi per l'Italia. La madame mi ha dato i soldi per fare il viaggio con il pickup che mi ha portato attraverso il deserto fino a Tripoli.
Eravamo in 35 persone, per lo più maschi; durante il viaggio siamo stati fermati dai militari che volevano arrestarci. Lungo la strada che percorrevo, ai bordi, a volte si vedevano dei cumuli di sabbia; sotto c'erano i corpi di quelle persone che erano morte durante la traversata. Su alcuni cumuli c'erano dei documenti di identità, così se passava di là un conoscente del morto poteva darne notizia alla famiglia.
Il viaggio è durato un mese e mangiavamo ciò che avevamo con noi. Quando siamo arrivati al confine ci hanno fatto scendere dalle macchine e fatto attraversare la frontiera su delle moto per non farci prendere dalle guardie.

Arrivata a Tripoli sono stata portata in una casa dove c'erano altre ragazze e là ho fatto la prostituta. Non potevo farci nulla, non potevo tornare a casa e non potevo andare in Italia, ero bloccata lì nelle mani di queste uomini, in quella situazione non sei tu a decidere.
Dalla casa non potevamo uscire, perché se gli abitanti della città capivano che noi abitavamo in quella casa, potevano farci del male, addirittura ucciderci. Così noi ce ne stavamo per lo più chiuse là dentro.

Poi dopo 7 mesi sono riuscita a partire; per 1200 dollari mi hanno messo assieme ad altre 21 persone su una barca di pescatori. Alla sera ci hanno portato su una spiaggia, ci hanno preso i soldi e ci hanno imbarcato. Ero l'unica donna a bordo.
Chi ci guidava era uno come noi ma siccome non aveva denaro per pagare il viaggio gli hanno ordinato di guidare la barca: non l'aveva mai fatto prima. Ci hanno detto di andare sempre in una direzione segnata dalla bussola e che saremmo arrivati così a Lampedusa. Ci hanno anche detto di non dire mai alla polizia italiana di essere nigeriani ma sudanesi. In questo modo non ci avrebbero ricacciato indietro.
Abbiamo navigato per 5 giorni, poi ci siamo fermati perché la benzina non era sufficiente. Abbiamo aspettato in mare finché abbiamo incrociato una barca di pescatori che non potevano aiutarci ma che ci hanno dato dei generi alimentari e dei succhi di frutta. Poi è arrivata una nave militare italiana e siamo così arrivati a Lampedusa.

Sono rimasta lì per 7 giorni, poi mi hanno portata al CPT di Bari. Dopo due mesi mi hanno dato un documento per l'asilo politico. Infine sono partita per Castel Volturno dove sono entrata in contatto con delle persone della madame; con lei ero debitrice di 50 mila euro per il viaggio in Italia. Ora dovevo risarcirla. Sono passata così a Torino e poi a Bologna.

Sono rimasta per tre mesi sulla strada a Bologna, ma la vita così era troppo brutta; avevo paura di prendere delle malattie, di essere uccisa o picchiata: una volta sono stata picchiata in strada da un uomo solo perché non gli ho risposto. Ogni giorno dovevo guadagnare almeno 1000 euro e pagavo anche 250 euro per il mio posto sulla strada.
Ho così deciso di scappare dalla mia madame; non avevo paura di farlo, né avevo paura dei riti voodoo che ci fanno prima di lasciare il nostro paese. Ci prendono unghie, capelli, sangue mestruale e fanno un rituale; in questo modo, ci dicono, se noi veniamo meno alla nostra promessa o li denunciamo ci possono capitare cose terribili a noi o ai nostri famigliari. Certe ragazze si ammalano veramente e le portano in ospedale, ma gli ospedali non servono perché non è un problema fisico ma di testa.

L'occasione per scappare l'ho avuta incontrando una di quelle macchine del Comune che girano per le strade; mi sono fatta aiutare da loro e sono scappata.
Adesso ho un permesso di soggiorno e ogni tanto ho delle borse lavoro; lavoro in mense, come donna della pulizie. Abito ancora in una comunità con altre ragazze perché non ho soldi. Sono due anni che vivo così. In futuro vorrei trovarmi un lavoro stabile; ma per adesso vivo ancora così, senza soldi.

 

Come vengono sfruttate le donne nigeriane

Andrea Del Ferraro è vicequestore della squadra mobile di Bologna, si occupa di reati contro la persona e quindi il fenomeno della prostituzione lo conosce bene e gli sta particolarmente a cuore: "Oggi questo fenomeno si è modificato e si è passati da un rapporto di violenza che legava le donne agli sfruttatori, a un rapporto di consenso seppur sbilanciato: è questo il caso di tutte quelle donne che vengono dall'est Europa". Oltre a ciò la prostituzione si è spostata dalle strade ai luoghi chiusi, case, appartamenti, dove risulta più difficile intervenire.

Ma queste novità non riguardano di certo la prostituzione di tutte quelle ragazze che vengono dalla Nigeria: "Lo sfruttamento delle donne nigeriane rimane tradizionale; lei deve lavorare finché non ha pagato il suo debito".
Questo fenomeno migratorio dal grande e popoloso paese africano è iniziato alla fine degli anni '70. Come ci spiega Del Ferraro, in Nigeria c'è un reclutatore che sceglie la ragazza; è lui che tiene i contatti con la famiglia e con l'organizzazione criminale. "La ragazza deve risarcire circa 40- 50 mila euro a chi la porta in Europa, e si impegna a risarcire la somma, sottoscrivendo un documento e facendo un giuramento sotto un rito voodoo". Il reclutatore si occupa anche del rito magico. Accanto a lui lavora un manager che organizza il viaggio e procura i documenti; di solito le ragazze arrivano a Lagos, la capitale del paese, da lì partono in aereo verso la Francia oppure in pulman verso la Spagna; da questi paesi arrivano in Italia in treno.

Il passeur è invece un'altra figura, è l'accompagnatore che porta le ragazze dalla madame e riceve per questo un pagamento tra i 9 e i 12 mila euro. "La madame è un ex prostituta che si è oramai riscattata, è lei che ospita la ragazza arrivata in Italia, la istruisce sulla professione e preleva tutti gli incassi dello sfruttamento".
La somma per il riscatto della ragazza non finisce mai: solo poche riescono a uscire dal giro pagando il loro debito: "Le ragazze vengono vendute ad altri sfruttatori con cui devono ricominciare da capo oppure hanno degli incidenti sul lavoro".

Intervista video a Andrea Del Ferraro vicequestore aggiunto della Squadra Mobile di Bologna.
Il servizio è stato realizzato in occasione del convegno "Mai più schiave" organizzato dall'associazione L'albero di Cirene il 29.11.08.

 

Mai più schiave

Anna Pozzi, giornalista, è redattrice di "Mondo e Missione" e autrice di libri sulla situazione africana (Made in Africa); recentemente si è occupata della tratta di donne dalla Nigeria curando anche una mostra fotografica "Mai più schiave" realizzata durante una permanenza nel paese africano e ha una conoscenza diretta del tema.

"Le donne sono svantaggiate in alcune realtà africane, da bambine non studiano, si limitano a lavorare in casa e non trovano un lavoro esterno". I reclutatori delle ragazze stipulano dei veri e propri contratti aventi valore legale con le famiglie di origine, questo le vincola ancora di più ai loro sfruttatori. La tradizionale famiglia africana si sta sgretolando per via della continua immigrazione dalle campagne alla città. Lagos è diventato il secondo centro metropolitano del continente africano con quasi 10 milioni di abitanti. In questo modo molte ragazze si trovano più esposte. Ma perché lo fanno? "Le ragazze partono perché hanno fame, laggiù non fanno niente e non hanno prospettive, per questo se ne vanno".

Molte ragazze che decidono di partire vengono portate all'aeroporto di Lagos e subito reimbarcate: "I trafficanti sanno come muoversi, complici anche alcuni funzionari corrotti; in questo modo il governo non riesce a controllare il fenomeno; del resto del traffico delle ragazze non se ne parla in questo paese".

 

Tratta di donne a fine di sfruttamento sessuale. Chi ne parla?

di Elena Lonardi (*)

La tratta di donne a fine di esplorazione sessuale rappresenta una economia nascosta con profitti enormi, comparabili a quelli ottenuti dal traffico di armi e droga. I rischi di questa attività illecita sono tuttavia molto minori. Reti di trafficanti, a livello nazionale e internazionale, approfittano di donne vulnerabili, ammaliandole con false promesse e opportunità di impiego. Tuttavia, indipendente da come la persona sia stata avvicinata, inglobata nella rete e trasportata, sono le condizioni stesse in cui la tratta si verifica che costituiscono gravi violazioni di fondamentali diritti civili e sociali: fra gli altri, il diritto alla libertà, il diritto di non essere costretto a lavoro schiavo, di non subire trattamenti disumani, diritto alla salute e a condizioni di vita e lavoro degne.

La tratta di donne a fine di sfruttamento sessuale è quindi molto più che un problema di crimine e migrazione. Si tratta di abuso di diritti umani, una forma persistente di disuguaglianza e discriminazione di genere di dimensione globale. ILO (International Labour Organization) dimostra come le persone maggiormente trafficate siano donne e bambini di classi sociali umili, con basso livello di scolarizzazione.

Il processo di globalizzazione, che stimola connessioni transnazionali, gioca un importante ruolo nel creare terreno fertile per la tratta. La globalizzazione è stata addirittura definita come la realtà politica dove le forme di dominazione sono espresse da tratta e sfruttamento della prostituzione. Politiche liberali; avanzo tecnologico nei trasporti e nelle comunicazioni; disparità economica fra paesi sviluppati e in via di sviluppo; femminilizzazione del lavoro e delle migrazioni; incapacità di stabilire politiche regolamentarie da parte degli stati e rafforzare le leggi esistenti; la corruzione nei settori amministrativi, giudiziari e poliziari sono fra i principali fattori che facilitano attività criminose legate alla tratta di persone.

Questa situazione, le cui proporzioni stanno aumentando, rimane tuttavia pressoché invisibile. Mancano statistiche reali e affidabili, mancando seri meccanismi investigativi e di registrazione dati. Persistono invece pregiudizi, approcci moralisti e discriminatori, legati al fatto che tratta di persone ha spesso a che fare con sessualità e prostituzione. Non esiste una conoscenza su come operino le reti e le vie di entrata e uscita cambiano spesso per evitare controlli. Le condizioni in cui lo sfruttamento ha luogo contribuiscono fortemente a questa invisibilità. Molte vittime sono imprigionate, impossibilitate ad avere contatti esterni e minacciate. La mancata comprensione del fenomeno spesso quindi conduce al negare lo stesso.

In realtà un'analisi del mercato del sesso attraverso la prospettiva economica aiuta a capire la struttura relativamente semplice della tratta stessa. La domanda di donne per il mercato del sesso ne è il motore, alimentato da offerta di persone senza uguali diritti e senza le stesse opportunità di accesso a educazione e lavoro. I perpetuatori sono i trafficanti che si approfittano di queste vulnerabilità in relative impunità. Quello che ne risulta è un contesto che permette alti profitti a basso rischio per i trafficanti, con gravi conseguenze per le vittime, i cui diritti basici vengono brutalmente violati.
La complessità del fenomeno richiede un approccio interdisciplinare e multidimensionale. Infatti la ragione per cui molte donne sono spinte a cercare alternative all'estero e tutto l'insieme di ragioni che favoriscono la tratta, non possono essere ridotte a situazioni di povertà e indigenza ma dovrebbero coinvolgere un'ampia analisi sociale e antropologica, a partire da discriminazione sociale e di genere. Allo stesso tempo, nessuna politica contro la tratta può essere efficace se non accompagnata da politiche economiche e migratorie.

Per esempio, un'attenta analisi delle principali cause del fenomeno dovrebbe includere, fra le altre, i mass-media come importanti attori sociali, in grado di contribuire alla creazione di terreno fertile per la tratta di donne e giocare un certo ruolo alla luce del framework domanda-offerta-impunità: quali gli stereotipi costruiti (ruolo della donna, prostituzione, immagine del migrante), quali le possibilità di aumentare la visibilità del fenomeno, di stimolare responsabilità sociale e creare prevenzione?

Il coinvolgimento sociale nel dibattito sulla tratta di persone è ancora scarso e una effettiva mobilizzazione, così come un dibattito permanente, sono assenti. Una sistematica raccolta di dati, coordinazione, passaggio di informazione e un sistema di monitoraggio comune a organizzazioni governative, non governative e società civile, così come una indipendenza di azione, sono necessarie per la creazione di network e di un effettivo dialogo politico.
I media sono strumenti privilegiati per mettere queste teorie in pratica, creando prevenzione attraverso attività di coscientizzazione attraverso una comunicazione democratica e non discriminatoria a livello nazionale e internazionale, supportando mobilitazione sociale e dando voce a quella società che crede che un altro mondo sia possibile.


Per maggiori informazioni


Associazione Modena Terzo Mondo
www.modenaterzomondo.org
modenaterzomondo@libero.it

Campagna contro turismo sessuale
www.stopsexualtourism.org

Associazione Papa Giovanni XXIII, Rimini
www.apg23.org
info@apg23.org

 

(*) Volontaria per la ong Sodireitos (Belem, Brasile)

 

Il programma di sostegno in Emilia-Romagna

La Caritas felsinea, insieme all'associazione Casa delle donne per non subire violenza e all'associazione Papa Giovanni XXIII, partecipa in convenzione con il Comune di Bologna al progetto regionale Oltre la strada.
In breve si tratta di un programma di sostegno per le donne che vogliono sottrarsi al mercato della prostituzione e ai suoi sfruttatori, grazie al quale ogni donna, a prescindere dalle motivazioni e dalle esperienze pregresse, può perseguire un percorso di inserimento sociale.
A monte vi è il lavoro di alcune associazioni che con il contatto diretto in strada tentano in ogni modo e con enormi sforzi di istruire la liberazione delle cosiddette lucciole; in questo percorso il secondo passo è appunto contrassegnato dalla fase di recupero, cioè dal momento in cui la prostituta denuncia i suoi estorsori e in attesa del permesso di soggiorno (fornito per motivi di protezione sociale secondo le disposizioni del Testo Unico sull'immigrazione del 25 luglio 1998, n° 286) essa viene ospitata in uno dei centri di prima accoglienza. Tra questi Caritas, associazione Papa Giovanni XXIII e Casa delle donne sono quelli che possono fornire oltre all'alloggio, anche l'assistenza legale e socio-sanitaria grazie alle operatrici e alle mediatrici che lavorano al loro interno.
La Regione che ha avviato il progetto Oltre la strada nel 1995 ha formulato un primo rapporto diffuso digitalmente nel 2001. Dal 15 febbraio 2008 è stato istituito, inoltre, un numero verde "Antitratta" (800/132293).


Centro Papa Giovanni XXIII
Dal 1991 l'Associazione Giovanni XXIII si occupa di liberare le donne dalla prostituzione. Fondata da don Oreste Benzi, oltre al lavoro delle unità di strada in Italia, l'associazione ha intrapreso con alcuni stati dell'Est programmi di integrazione delle ragazze nel proprio paese di origine. Il lavoro della Giovanni XXIII coinvolge non solo le prostitute. Di fatto, con 186 case famiglie, 32 comunità terapeutiche, 6 centri diurni, decine di volontari prestano il loro tempo e la loro assistenza a disabili, immigrati e tossicodipendenti. L'associazione è presente con le proprie missioni in 33 paesi tra cui Kenya, Tanzania, Venezuela, Bolivia, Cina e India. Dal 1977 viene pubblicato il mensile "Sempre", in cui vengono raccontate esperienze, storie e fatti che in genere non fanno notizia.

Servizio Antitratta
Animatore generale: Roberto Gerali
tel.: 348/248.81.53
e-mail: antitratta@apg23.org

sito web dedicato: www.apg23.org/ambiti-dintervento/antitratta


Casa delle donne
La Casa delle donne che gestisce sin dal 1990 un centro di accoglienza fu contattata, alla fine del 1993 dalla Polizia con la richiesta di ospitare in emergenza ragazze straniere fuggite dagli sfruttatori. Nata come associazione per la tutela delle donne e dei diritti della donna, iniziò dunque nel 1993 con un'esperienza così complessa e fuori dal campo d'intervento ordinario la sua attività a fianco delle ex prostitute. In quest'ambito l'obiettivo prefissato è quello di effettuare con ciascuna un percorso che conseguisse nell'ordine alcuni obiettivi fondamentali per una persona vittima di tratta, ovvero: attivare le risorse necessarie per riallacciare i rapporti con la famiglia d'origine, favorire il rientro in patria con il supporto costante dell'associazione, garantire le condizioni di sicurezza e offrire aiuto specialistico. Da allora la Casa delle donne collabora con la Caritas, l'Associazione Ritorno al futuro e il Comune di Bologna. Tanto che con quest'ultimo, e in collaborazione con altri enti sul territorio, dall'aprile del 1995 fu attivato il progetto "Garantire alle donne il diritto a non prostituirsi" per accogliere donne straniere, clandestine, vittime di tratta e sfruttamento della prostituzione. Lo stesso progetto in seguito ribattezzato in "Oltre la strada".

Segreteria Casa delle donne
tel.: 051/33.31.73

sito web dedicato: Casa delle donne - Oltre la strada

Galleria fotografica: "Non Sei Sola"

L’Associazione Albero di Cirene di Bologna, tra le varie attività di aiuto sociale, da alcuni anni porta avanti il progetto “Non Sei Sola” teso a creare un dialogo con le ragazze di strada, in particolare con quelle provenienti dall’Africa, in modo da poter offrire aiuto ed assistenza in casi di difficoltà o nel momento in cui maturasse la decisione di uscire dal giro della prostituzione.

 Il programma di attività è svolto da circa una trentina di giovani volontari, occhidonna.preview.jpgche si suddividono i compiti di gestione del “Gruppo Unità di Strada”, di una casa di seconda accoglienza che si chiama “Casa Magdala” e degli incontri di Formazione ed Informazione nei confronti dei cittadini.

Nel momento in cui ho pensato a realizzare questo reportage, mi rendevo conto delle difficoltà che avrei incontrato e per questo cercavo di programmare in anticipo le foto necessarie per il mio racconto. Poi quando sono venuto in contatto con L’Albero di Cirene, ed ho seguito l’attività dei suoi volontari, ho visto situazioni e vissuto momenti ben difficilmente immaginabili a priori. Ho visto ragazze abbandonare la strada, salire sui pulmini dei volontari per andare alla Messa delle Ceneri; ho assistito al canto di gospel e preghiere recitate da giovani che si tenevano per mano in mezzo alla strada, mentre passavano le auto di potenziali clienti sbigottiti; ho partecipato alla Festa di una parrocchia che tra cibi e ritmi africani ha condiviso la gioia e l’energia di queste giovani donne, che per una sera erano “in famiglia”.
E allora si scatta trascinati dalle emozioni e non si pensa più alla foto che deve documentare, ma si spera di realizzare delle immagini in grado di raccontare le sensazioni che stanno dentro quei frammenti di vita.

Galleria fotografica: "Non Sei Sola"

Foto e commento sono di Vittorio Valentini, fotografo di BandieraGialla.
Le immagini sono diventate parte della mostra del gruppo fotografico di BandieraGialla "Scatti di vita, sette racconti a Bologna"

Sitografia

Una breve sitografia sui progetti e le risorse in Emilia-Romagna e sulle associazioni nel territorio nazionale.

www.emiliaromagnasociale.it/wcm/emiliaromagnasociale/home/prostituzione.htm
Progetto "Oltre la strada" della regione Emilia-Romagna che promuove un sistema integrato di interventi sociali e socio-sanitari nel campo della prostituzione e nel campo della lotta alla tratta e allo sfruttamento di esseri umani.

www.fioridistrada.it/home.htm
Associazione che nasce a Bologna per volontà di un gruppo di volontari, tra cui avvocati, medici, psicologi ed operatori sociali, da anni impegnati in attività sociali. Utilizzando la combinazione delle competenze professionali di ognuno prende vita un progetto atto a contrastare il fenomeno della tratta e dello sfruttamento della prostituzione.

www.alberodicirene.org/index.php?ID_MENU=3
Associazione di volontariato che opera nel territorio di Bologna tramite il progetto "Non sei sola" che si propone di contrastare il fenomeno della prostituzione attraverso l'informazione, l'incontro e l'accoglienza delle donne sfruttate.

www.apg23.org/ambiti-dintervento/antitratta
Le attività dell'associazione "Papa Giovanni XXIII" contro la tratta e lo sfruttamento della prostituzione attraverso un programma di protezione e recupero e l'istituzione di un numero verde attivo 24 ore su 24.

www.gruppoabele.org/Index.aspx?idmenu=208
Attività del gruppo Abele di Torino che affronta il problema prostituzione fornendo dati, notizie e informazioni sui servizi e i centri d'aiuto.

www.comune.bologna.it/percorsiurbani/progetti/artemide.php
Progetto del comune di Bologna che presenta il fenomeno prostituzione nella città mettendo a disposizione l'impianto giuridico nazionale sullo sfruttamento della prostituzione e le risorse e gli strumenti disponibili per contrastare il problema e aiutare le donne coinvolte.

www.lamelarancia.org/
Associazione che opera nel territorio di Bergamo; tra le diverse attività offre anche una mappatura ed un monitoraggio costante dell'andamento del fenomeno di prostituzione di strada a livello territoriale e l'informazione sui servizi per l'assistenza sanitaria garantendo  l'accompagnamento alle strutture preposte.

www.caritas.it/15/25/attivita.asp
Area d'attività della Caritas Ambrosiana attraverso l'uso di un forum specifico sulla prostituzione.

www.progettoroxana.it/roxana/content/view/14/33/1/7/         
Progetto della provincia di Foggia che si propone di proteggere e sostenere le donne vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale.