Immigrati di classe... ponte

ragazzi immigratiSeparare gli alunni stranieri da quelli italiani. E' quanto propone la mozione Cota, già votata a maggioranza alla Camera dei Deputati, che prevede l'istituzione di classi ponte, cioè classi differenziali per un periodo transitorio, in cui gli alunni stranieri che non abbiano superato determinati test di ingresso e di valutazione possano apprendere la lingua italiana, senza incidere sul percorso di apprendimento della classe, diciamo, normale. Ma qual è lo stato attuale dell'integrazione degli alunni stranieri in Italia, e in particolare in Emilia Romagna, dove l'incidenza di bambini immigrati all'interno del sistema scolastico è dell'11,6%? C'è davvero bisogno di classi ponte o, come vengono definite ora, di classi di inserimento propedeutiche?
L'inchiesta di BandieraGialla, che raccoglie più voci e livelli diversi di interpretazione, a partire dalle istituzioni, passando dal personale scolastico e da chi ha rapporti con le famiglie di origine, per terminare con gli stessi alunni stranieri, fa emergere un comune "no" alle classi ponte.

"E' dal 1977 che il nostro Paese ha abolito le classi differenziali", afferma Paola Manzini, assessore regionale alla Scuola. "Da allora la scuola italiana ha operato nell'ottica dell'integrazione e della valorizzazione delle diversità". Al posto delle classi ponte - propone il CDLei di Bologna, Centro di documentazione interculturale - bisognerebbe diffondere le buone prassi della didattica che già vengono attuate in molte scuole: quindi corsi di lingua italiana a più livelli, prescolastici, estivi e durante l'anno di studi, realizzati sia con alfabetizzatrici esterne che con insegnanti in servizio.
Come faranno altrimenti i bambini - si domandano i genitori degli stranieri - ad imparare l'italiano se si troveranno a socializzare solo con alunni che l'italiano non lo conoscono e che magari parlano tutti lingue diverse tra loro? Gli insegnanti che abbiamo intervistato sono concordi nel segnalare che la presenza di alunni stranieri non ha mai rallentato la programmazione condivisa dell'intera classe. Anzi: la loro presenza è un arricchimento e stimola un importante processo di integrazione.
Inoltre, fa notare Raza Asif, presidente del Consiglio degli stranieri, l'identità di un Paese si forma a partire dalla scuola. "E' importante quindi che i bambini stranieri imparino a sentirsi parte dell'Italia e questo non può avvenire se vengono separati dai propri coetanei italiani". Come spiega tra l'altro il pedagogista Antonio Genovese, "per un bambino/a straniero che vive nel nostro Paese, l'italiano non è una lingua straniera, ma una vera e propria lingua 2 (L2), cioè una lingua che si affianca a quella materna e lo rende bilingue. Dunque, è una lingua che veicola emozioni, sentimenti, paure, simpatie, antipatie, conflitti, relazioni, e non solo una lingua di informazioni e di regole".
Ma chi è a favore della mozione Cota, descrive questo provvedimento come una forma di "discriminazione transitoria positiva" per superare lo svantaggio linguistico. Secondo Fabian Lang, mediatore interculturale, una discriminazione positiva avviene invece solo all'interno della classe mista, dando maggiore attenzione agli studenti stranieri, coinvolgendo le famiglie e tenendo conto anche delle differenze culturali nell'organizzazione scolastica dei vari Paesi di provenienza. "Questo provvedimento è stato pensato senza la conoscenza reale della situazione e senza discuterne prima con chi in questa situazione ci lavora e vive". La parola finale quindi ai protagonisti, passivi, della mozione: gli alunni stranieri, con le loro storie di vita, la ricerca di pari opportunità e le amicizie con i ragazzi italiani, attraverso le quali è avvenuto il più rapido apprendimento della lingua.

Intervista a Paola Manzini, assessore regionale alla Scuola

Paola Manzini è l'assessore alla Scuola, Formazione professionale, Università, Lavoro, Pari opportunità della regione Emilia Romagna.

Lei si è espressa in modo sfavorevole in merito al dibattito sulle classi speciali per i bambini immigrati. Potrebbe spiegarci le ragioni del suo dissenso?
E’ dal 1977 che il nostro Paese ha abolito le classi differenziali, che in quel periodo esistevano per i ragazzi considerati svantaggiati. Da allora la scuola italiana ha operato nell’ottica dell’integrazione e della valorizzazione delle diversità. Credo che ritornare a classi per soli stranieri sia un provvedimento grave, che può comprometterne l’integrazione: separare italiani e stranieri con il pretesto di migliorare l’apprendimento dei bambini italiani rappresenta un’esclusione al limite della discriminazione. Perché non prevedere invece, moduli supplementari di italiano per chi ancora non conosce la nostra lingua? Sarebbe più opportuno aumentare alle scuole le risorse dedicate all’integrazione, e credo tra l’altro che su questa materia non servano provvedimenti calati dall’alto, ma che sia bene lasciare decidere alle scuole come agire, in base al contesto nelle quali operano.

Le scuole dell’Emilia-Romagna sono frequentate da un alto numero di bambini immigrati. Quali sono a suo avviso le azioni da intraprendere per costruire una scuola “interculturale”?
La scuola nella nostra Regione è già di fatto interculturale, il nostro sistema scolastico regionale presenta oggi l’incidenza maggiore in Italia per percentuale di bambini stranieri all’interno delle scuole di ogni ordine e grado (11,6%). Siamo dunque in presenza di nuovi scenari sociali, e dobbiamo saper individuare risposte adeguate per rafforzare la scuola, come luogo in cui i giovani maturino personalità e competenze. Penso che l’integrazione debba rappresentare uno scambio reciproco, e non un mero adattamento gli uni agli altri.
Intercultura vuol dire infatti attraversare culture diverse, capendone i valori nel rispetto reciproco.

Quali sono, nel sistema scolastico regionale, le principali criticità da affrontare e quali gli elementi positivi da prendere a modello?
Le criticità derivano essenzialmente dalla difficoltà di affrontare le nuove problematiche con strumenti spesso obsoleti, con approcci pedagogici di insufficiente impatto nei confronti di bambini e ragazzi che vivono disagi e pressioni fino a ieri sconosciute, da parte di un mondo sociale e familiare la cui decodifica risulta complicata anche da parte degli adulti. A questo va comunque opposta la costante e significativa azione di una scuola che è molto più attenta ad adeguare mezzi e linguaggi a queste necessità, di quanto riportino i media. L’attenzione e la predisposizione al cambiamento, alla propria formazione ed aggiornamento che i docenti dimostrano, l’autonomia delle istituzioni scolastiche messa al servizio anche della ricerca di approcci innovativi per il benessere educativo e formativo dei giovani, costituisce il punto di forza di questa scuola, che non si lascia travolgere né dai giudizi sommari di inadeguatezza, né dall’over dose di riforme di cui è oggetto.

Il suo assessorato sta avviando proprio in queste ultime settimane il progetto “Lingua e cultura”, sugli apprendimenti linguistici. Può parlarci di questo progetto?
Nelle nostre scuole si sono già realizzate numerose iniziative per colmare i deficit linguistici dei giovani immigrati. Questo progetto intende valorizzare queste esperienze, inquadrandole in un’azione comune e ottimizzando le risorse. Agli alunni stranieri sarà offerta la capacità di leggere e interpretare la società attraverso la padronanza della lingua italiana, che verrà insegnata senza togliere nulla alla lingua d’origine. In ogni provincia dell’Emilia-Romagna sarà formato un gruppo di insegnanti: lo scopo non è solo alfabetizzare ma insegnare, attraverso l’apprendimento della lingua, anche le capacità di critica e di pensiero. L’azione formativa partirà dalla ricognizione delle esperienze già in essere, per valorizzarle e ricavarne un modello didattico da sperimentare in aula, finalizzato ad offrire una omogeneità di approccio per i ragazzi stranieri inseriti nei percorsi di istruzione. Un’azione utile soprattutto per i bambini e i ragazzini che hanno ancora una forma mentis legata alla lingua del paese d’origine, perché possano imparare l’italiano come lingua d’uso. Va infatti ricordato come l’apprendimento dell’italiano come L2 permette di utilizzare una lingua maggioritaria senza perdere o svalutare necessariamente l’uso della lingua d’origine. L’obiettivo infatti non è sottrattivo, attraverso la soppressione della prima lingua, ma additivo, intendendo cioè mettere in grado le persone di usare la lingua maggioritaria in modo sufficiente per i loro scopi di istruzione o di lavoro (adulti). Si può conservare la prima lingua per tutte le funzioni, tranne che per quelle che coinvolgono i rapporti con coloro che parlano nella lingua maggioritaria.
Una volta formati gli insegnanti, spetterà poi alle singole scuole scegliere in che forma organizzare le unità di lavoro. Una volta sperimentato il percorso, tutto il materiale sarà messo on line a disposizione degli insegnanti che vogliano seguire il modello intrapreso.

Intervista a Miriam Traversi, responsabile CDLei Bologna


L'intervista che segue è stata rivolta a Miriam Traversi, responsabile del CDLei Bologna. Il CDLei, centro di documentazione per stranieri, da anni si occupa di istruzione e inclusione, due temi cardine in relazione al disegno di legge sulle classi ponte.


Qual è il supporto che il CDLei ha fornito in questi anni al fine di favorire l'inserimento dei ragazzi stranieri a scuola?
Dal 1991, il CDLei, primo Centro pubblico di Documentazione e Laboratorio per un'Educazione Interculturale in Italia, ha supportato gli insegnanti attraverso corsi di formazione, informazioni sulla normativa, anche tradotti in più lingue per le famiglie, consulenza e documentazione sui progetti da avviare e su quelli realizzati dalle scuole. Inoltre offre un servizio di biblioteca multiculturale con la consultazione e il prestito.

Tra gli operatori scolastici, i mediatori culturali e i pedagogisti esiste oggi una preoccupazione condivisa riguardo alle classi ponte, oppure alcuni gruppi di esperti e di operatori scolastici oggi riconoscono comunque a questo disegno di legge una qualche dignità pedagogica?
Purtroppo non mancheranno dirigenti e insegnanti che penseranno alle classi ponte come ad una soluzione e tuttavia oggi la maggioranza degli operatori della scuola e degli esperti non solo esprime preoccupazione, ma spiega anche perché le classi ponte sarebbero discriminatorie e comunque inefficaci da un punto di vista tecnico e linguistico. Infatti la mancanza di comunicazione fra pari renderebbe più difficile imparare la lingua della comunicazione e della socializzazione. La lingua delle discipline richiede anni di apprendimento e non potrebbe certo essere appresa nella fase delle classi ponte.

Una delle argomentazioni ricorrenti nel documento che il CDLei ha prodotto contro il disegno di legge delle classi ponte è pregiudiziale verso criteri che intendano differenziare la partecipazione scolastica dei ragazzi stranieri che non conoscono a sufficienza l'italiano, in questo caso escludendoli dalle classi ordinarie. Ciò significa che l'attuale stato delle cose, per quanto riguarda l'integrazione e il valore della didattica, può ritenersi soddisfacente?
Non del tutto. Occorre soprattutto estendere e diffondere le buone prassi a tutte le scuole. In molte scuole (a Bologna anche grazie al nostro continuo supporto) vengono realizzati corsi di lingua italiana a più livelli, prescolastici, durante tutto l'anno e estivi, sia con alfabetizzatrici esterne sia con insegnanti in servizio, frequentati da allievi/e stranieri neo arrivati o con una conoscenza limitata della lingua seconda. Gli stessi allievi sono regolarmente iscritti nella classe ordinaria e frequentano i corsi o in orario extrascolastico o, inizialmente, escono dalla classe nelle ore di alcune discipline. Questa realtà si può definire "a macchia di leopardo", in quanto , accanto a scuole molto attive e attente, ci sono scuole meno "attrezzate" e questo vale per tutto il territorio nazionale.

 

Il punto di vista degli insegnanti

Una conoscenza insufficiente della lingua italiana da parte dei bambini stranieri è fonte di rallentamento per l'apprendimento di una intera classe. Inoltre, soltanto attraverso una discriminazione positiva transitoria i bambini stranieri possono ottenere un aiuto mirato per superare lo svantaggio linguistico e tornare a seguire le lezioni con gli altri.
Sono questi i due punti chiave del disegno di legge sulle cosiddette classi ponte. Il legislatore, almeno nelle intenzioni, intende così facilitare il compito dei docenti e degli studenti che oggi scontano - si legge nel testo della Camera - una "oggettiva difficoltà di insegnamento e di apprendimento".

Termini quali 'classi di inserimento' (questa la definizione ufficiale delle classi ponte), 'aiuto mirato' e 'difficoltà di apprendimento/insegnamento' dovrebbero fotografare al meglio quale sia la situazione della scuola primaria e secondaria in Italia. Con ciò, prima di discutere su eventuali soluzioni è legittimo domandarsi se realmente sia questa la situazione. Ad esempio in una regione come l'Emilia Romagna, dove si registra uno dei tassi più alti (circa 12 su 100) di stranieri all'interno delle classi di scuola primaria e secondaria di primo grado, si dovrebbe altresì registrare un gran numero di disagi per i bambini italiani e stranieri i quali pur avendo ottime conoscenze della nostra lingua si troverebbero a subire il ritardo degli altri.
Abbiamo chiesto ad alcuni insegnanti dell'area di Bologna, che ogni giorno affrontano il fenomeno dell'immigrazione dal punto di vista dell'educazione, se gli alunni stranieri rappresentano un ostacolo al regolare apprendimento di una classe.
Laura Dondi, dell'Istituto Guercino di Bologna, dice: "Non mi è mai capitato che gli alunni stranieri abbiano rallentato la programmazione condivisa dall'intera classe. Alcuni è vero, parlando l'italiano solo a scuola e con i loro coetanei, possiedono un patrimonio lessicale un po' più povero ma questo gap linguistico si colma rapidamente quando iniziano a leggere e a scrivere in italiano. Poi nei rarissimi casi di bimbi provenienti dall'estero e inseriti nelle classi senza neppure le conoscenze di base della lingua, l'insegnante struttura un percorso didattico individualizzato che il nuovo alunno segue parallelamente a quello del resto della classe".

Alla domanda se le classi d'inserimento porteranno beneficio nella situazione attuale, unanimemente concordano sul fatto che si tratta di un provvedimento sbagliato, costoso e di difficile realizzazione; Laura Dondi si sofferma in particolare sull'aspetto dell'integrazione: "Le classi ponte sono uno strumento inadeguato in quanto presuppongono che si possano integrare alunni di varie provenienze geografiche attraverso la separazione e la discriminazione".
A ciò si aggiunga il fatto che i genitori degli scolari stranieri esprimono "una viva preoccupazione per questa proposta, che vivono come una discriminazione e pensano che non aiuterà i loro figli a imparare meglio e più in fretta la lingua italiana. Anzi si chiedono come faranno i bambini ad imparare l'italiano se si troveranno a socializzare solo con bambini che l'italiano non lo conoscono e che magari parlano tutti lingue diverse tra loro". E senza dubbio questo è un aspetto cruciale che la riforma, attraverso le sue semplificazioni, sembra aver trascurato.
Infine, anche Paola Galvani, maestra in pensione, smentisce la possibilità che i bimbi stranieri con difficoltà nell'italiano possano costituire fattore di rallentamento per gli altri e anzi rilancia: "la loro presenza è un arricchimento e stimola nel mondo scolastico e fuori un importante processo di integrazione rivolto soprattutto ai bambini italiani".
Fortunatamente, concordano gli insegnanti, i bambini hanno molti meno pregiudizi e sono capaci di crescere insieme indipendentemente dal colore della pelle, imparando reciprocamente gli uni dagli altri.

Di Giovanni Di Giuseppe, Marco Murat, Francesco Sperti

Intervista a Raza Asif, presidente del Consiglio degli stranieri

Raza Asif è attualmente il presidente del Consiglio dei cittadini stranieri e apolidi della Provincia di Bologna, eletto per la prima volta il 2 dicembre 2007.

In un documento comune firmato da tutto il Consiglio degli stranieri, viene espresso il totale dissenso nei confronti della mozione avanzata dalla Lega. Quali sono le vostre ragioni?
Credo che oggi la classe dirigente italiana debba cominciare a fare delle politiche serie sull'immigrazione a livello nazionale e locale: basta con le politiche di emergenza come finora è stato fatto. L'immigrazione di massa si è verificata negli anni '90 in Italia, oggi siamo nel 2009: quasi 20 anni, in cui molte cose sono cambiate. Le seconde generazioni, i figli degli immigrati arrivati in questo paese proprio negli anni '90, sono nate e cresciute qui e frequentano le scuole italiane. Nonostante questo, si continua a parlare di classi ponte, di politiche d'emergenza e di breve durata, come se l'immigrazione fosse un fenomeno da combattere. Questa è la linea del governo attuale che non crea niente e produce solo caos sociale, favorendo conflitti sul territorio.
Noi riteniamo che l'identità di un paese si formi a partire dalla scuola, proprio perché lì varie realtà e identità si incontrano, si confrontano e imparano a convivere nella società. E' importante quindi che i bambini stranieri imparino a sentirsi parte dell'Italia e questo non può avvenire se vengono separati dai propri coetanei italiani. Una politica lungimirante, che guarda al futuro di questo paese, multiculturale e multietnico, non può proporre una cosa del genere. Dalla mia esperienza di mediatore interculturale posso dire che il miglior metodo per insegnare la lingua e la cultura italiana ai bambini stranieri e per favorire l'integrazione sia quello delle classi miste non l'isolamento.

All'interno del Consiglio avete avanzato delle soluzioni alternative?
I problemi sorgono quando i ragazzi arrivano in Italia – grazie a un ricongiungimento familiare, ad esempio – e ovviamente non conoscono affatto l'italiano, specialmente se appartengono alle comunità asiatiche che non hanno dimestichezza con le lingue latine. In questo caso bisogna intervenire organizzando corsi intensivi d'italiano e attività nel dopo scuola. Ma si potrebbero anche realizzare progetti di cooperazione internazionale, favorendo la nascita di scuole di cultura italiana e corsi obbligatori d'italiano nei paesi di origine come già succede in altri paesi. Tutte queste proposte potranno essere discusse e realizzate a livello nazionale solo quando i politici decideranno di guardare a ciò che sarà nei prossimi anni il nostro paese e cominceranno ad avanzare proposte innovative, senza farsi influenzare dalle emergenze o dagli allarmismi diffusi spesso dai media.

Spesso non si tratta di un problema di apprendimento della lingua italiana dal momento che i figli degli immigrati sono nati in Italia e parlano perfettamente l'italiano. Anzi può capitare che siano i figli ad assumere il ruolo di mediatore tra genitori e insegnanti.
Il problema è che quando uno straniero arriva in Italia, in base alla legge Bossi Fini, ha solo un obbligo ed è quello di trovare un lavoro. Senza lavoro non si può ottenere il permesso di soggiorno e quindi l'obiettivo primario è quello di cercare un'occupazione non di imparare l'italiano. La vita di molti genitori di bambini stranieri è dura, assillata dal problema del permesso di soggiorno. Inoltre capita spesso che le donne – parlo soprattutto di quelle pachistane – siano già incinte quando arrivano in questo paese o lo diventano dopo poco e questo le costringe a rimanere spesso a casa; non frequentano corsi di lingua e fanno poca vita sociale. A questo proposito un altro problema è rappresentato dai luoghi di socializzazione per gli immigrati: ci sono tanti centri sociali per anziani ma pochi per gli stranieri e per le donne immigrate.
Per affrontare queste criticità i politici, le istituzioni dovrebbero fare lo sforzo di consultare gli stranieri prima di fare una legge sull'immigrazione rendendoli così partecipi della vita sociale; ma soprattutto dovrebbero imparare a conoscere gli immigrati che desiderano le stesse cose di un italiano, hanno le stesse esigenze, hanno bisogno di vivere e di condividere. In Emilia Romagna la situazione è più favorevole: c'è un coinvolgimento forte degli stranieri nella vita della città e la Regione ha tentato – in base alla proprie competenze in materia – di migliorare la legge Bossi-Fini facilitando la vita degli immigrati. E poi c'è questo Consiglio che cerca di dare massima voce agli stranieri: le loro sofferenze, le loro richieste diventano grazie al consiglio un atto pubblico e questo per dimostrare che noi siamo oggi in grado di assumerci le nostre responsabilità. 

Intervista a Fabian Lang, mediatore interculturale

Fabian Lang, mediatore interculturale, presidente dell'Associazione culturale "Harambe" e dell'Associazione interculturale "Universo". Entrambe si occupano di integrazione, fornendo agli immigrati aiuto e conforto, dai corsi di lingua, a varie iniziative volte a promuovere il tema della conoscenza tra stranieri e cittadini italiani.

Come funziona ad oggi l'integrazione degli studenti stranieri nella scuola italiana? Qual è la legislazione vigente in materia? Cosa manca e cosa bisogna cambiare?
Negli ultimi anni, visto l'aumento dei ragazzi stranieri, si è avuta una maggiore attenzione a riguardo. Sul piano normativo, però, si avverte una certa mancanza, e tutto è stato lasciato al buon senso e all'impegno degli insegnanti. Ci sarebbe sicuramente bisogno di muoversi, ma non nel modo in cui sta facendo l'attuale governo, in quanto io credo che la politica che si sta adottando porti ad aumentare le differenze e non a colmarle.

Perché le cosiddette classi ponte per gli studenti stranieri non sono un provvedimento adeguato a suo parere?
Perché rappresentano un'ulteriore forma di alienazione. Il miglior modo possibile per favorire l'integrazione è vivere a contatto con gli altri, e come gli altri. Vivere all'interno della società ospitante accelera il processo di integrazione, ma formare delle classi in cui gli stranieri vengono di fatto separati dagli altri, crea emarginazione e non è certo di aiuto per nessuno. Le classi miste sono la migliore soluzione, semmai bisognerebbe integrarle con progetti particolari per gli stranieri, di lingua, di accoglienza ecc... Questo provvedimento è stato pensato senza la conoscenza reale della situazione e senza discuterne prima con chi in questa situazione ci lavora e vive.

Oltre alle difficoltà linguistiche quali sono gli altri principali ostacoli che uno studente straniero incontra nel suo percorso di integrazione scolastica? In che modo la figura del mediatore è d'aiuto?
Oltre alla lingua, forti difficoltà si avvertono per quanto riguarda i riferimenti culturali, o meglio, il cambiamento di questi. La scuola africana è molto diversa da quella italiana. La figura dell'insegnante, ad esempio è molto più autorevole ed austera. In Africa viene concessa meno libertà allo studente, ma anche meno responsabilità. In Italia invece, e giustamente, lo studente è il primo responsabile di se stesso nella scuola e rispetto al suo percorso di studi. Il rischio è che lo studente straniero che si trova catapultato in questa visione diversa, possa sentirsi libero di abbandonarsi al lassismo. Può anche accadere che questa maggiore elasticità venga interpretata come un'assenza di regole. Bisogna invece spiegare che, naturalmente, non è così, puntare sulle differenze culturali. Ti assicuro che quando un ragazzo straniero riesce a capire l'importanza di ciò che gli viene offerto, ne fa tesoro. Allo stesso modo bisogna spiegare ai ragazzi italiani che la società italiana è questa e che l'immigrazione è un processo insito nella natura umana e non la si può bloccare, come invece qualcuno crede di poter fare.

Spesso questi ragazzi provengono da una situazione familiare disagiata. Ritiene opportuno l'inserimento delle famiglie all'interno del processo di integrazione? Soprattutto, lo ritiene possibile?
Certo che è possibile, anche se con qualche difficoltà a volte. In generale cerchiamo sempre di coinvolgere le famiglie, anche perché molti ragazzi che vengono a scuola da noi sono spinti a farlo proprio dalla famiglia. Cerchiamo di rendere partecipi i genitori della vita scolastica del figlio. Devo dire che anche da parte loro c'è un buon interesse. Solitamente i ragazzi immigrati provenienti da situazioni familiari disagiate credono che la scuola sia un qualcosa ad appannaggio degli italiani e bisogna invece spiegare loro che hanno pari opportunità.

Chi è a favore di questo provvedimento lo descrive come una forma di "discriminazione transitoria positiva". Che ne pensa?
Non lo è. Una discriminazione positiva avviene all'interno della classe mista. Come? Dando maggiore attenzione agli studenti stranieri, aiutandoli nel loro percorso.
Se voglio fare una forma di discriminazione positiva nei riguardi dei diversamente abili che vogliono andare allo stadio ad esempio, organizzerò la struttura in modo che possa accogliere queste persone. Installerò scivoli, ascensori adatti ecc..., non costruirò uno stadio esclusivamente per loro separandoli dal resto della società.

Intervista ad Antonio Genovese, pedagogista

Antonio Genovese è professore presso l’Università di Bologna, dove insegna Pedagogia interculturale in diversi corsi di laurea. Si è occupato, tra le altre cose, anche dei percorsi di educazione interculturale e interetnica.

Ha letto la mozione della Lega sulle classi separate per bambini immigrati. Qual è la sua valutazione?
La trovo una pessima mozione, carica di valori ideologici separazionisti e discriminatori, mascherati da una finta pedagogia compensativa e umanitaria.

Qual è la legislazione vigente in Italia in materia di inserimento degli allievi stranieri? La ritiene buona?

E’ buona, perché si tratta di indicazioni e norme che si sono accumulate in quindici anni di esperienza e che hanno saputo fare i conti con la specificità dell’immigrazione in Italia.
Nel 2006 è stato istituito l’Osservatorio per l’integrazione degli alunni stranieri e l’educazione interculturale, composto da esperti, associazioni ed enti di ricerca, per individuare soluzioni organizzative efficaci e utili orientamenti per il lavoro delle scuole. L’Osservatorio ha prodotto nel 2007 un ottimo documento orientativo.

La Lega propone una separazione tra gli alunni italiani e quelli stranieri che non superano il test di valutazione. Al contrario, altri soggetti che si occupano di minori e di multiculturalità ritengono che l’inserimento nelle classi ordinarie dei bambini sia il miglior metodo per il loro apprendimento e inserimento. Qual è la sua opinione?
Sono decisamente favorevole all’inserimento degli allievi stranieri nelle classi “normali”, in quanto un buon apprendimento linguistico avviene in situazione di socialità e di pieno uso dei diversi registri linguistici. Invece che di “classi ponte”, si dovrebbe parlare di laboratori linguistici cui si accede periodicamente, dopo il lavoro svolto in classe, per un rinforzo e un affinamento. Per un bambino/a straniero che vive nel nostro paese, l’italiano non è una lingua straniera, ma una vera e propria “lingua 2” (L2), cioè una lingua che si affianca a quella materna e lo rende bilingue. Dunque, è una lingua che veicola emozioni, sentimenti, paure, simpatie, antipatie, conflitti, relazioni, e non solo una lingua di informazioni e di regole.

Secondo la Lega la maggior parte dei paesi europei ha attuato classi separate, con buoni risultati. Altri sostengono invece esattamente il contrario. Qual è la reale situazione nei paesi occidentali? Quali sono gli esempi più efficienti e virtuosi?
A questo proposito la storia dell’immigrazione italiana all’estero insegna. In Germania, i bambini italiani e turchi frequentavano classi speciali proprio a causa della loro scarsa conoscenza linguistica. I risultati erano disastrosi. I giovani finivano per non imparare il tedesco e fare percorsi scolastici di scarsa qualità formativa. Inoltre, poiché a casa, spesso, si parlava il dialetto, i ragazzi italiani non imparavano bene nemmeno la lingua madre.
In genere le esperienze più positive sono quelle in cui, accanto alla lingua e alla cultura italiana, si studiano e valorizzano anche quelle del paese di provenienza.

In che ambito i bambini stranieri trovano maggiori difficoltà?

Personalmente, ritengo che le difficoltà più grosse siano di tipo relazionale: fare amicizie stabili, partecipare attivamente a gruppi amicali non di soli stranieri, non essere soggetti a sguardi “pesanti” e ad atteggiamenti discriminatori per il colore della propria pelle, per la religione professata, per la cultura di cui si è portatori...

In Italia sono presenti diverse comunità. I bambini che hanno più difficoltà a inserirsi da quali paesi provengono generalmente? Qual è il motivo?
Secondo molti insegnanti, anche oggi, come nella prima fase dell’immigrazione (anni ’90), l’apprendimento linguistico varia in base al paese di provenienza. In genere i minori provenienti dall’Est europeo hanno una più rapida acquisizione e padronanza linguistica.
Il problema delle difficoltà linguistiche e relazionali riguarda una parte quantitativamente ridotta dei minori immigrati. In questi casi i veri scogli da superare sono le lungaggini amministrative per rendere effettivo l’ingresso, considerato che molto spesso il minore arriva ad anno scolastico già iniziato. Tuttavia si possono utilizzare altri strumenti al posto delle classi separate: per esempio, da anni le associazioni degli immigrati chiedono di poter programmare in tempo l’arrivo della propria famiglia.

Le cito un passo dalla mozione Cota: "La scuola italiana deve essere in grado di supportare una politica di ‘discriminazione transitoria positiva’, a favore dei minori immigrati, avente come obiettivo la riduzione dei rischi di esclusione”. Può una discriminazione essere definita positiva ed evitare i rischi di esclusione?

Una “discriminazione transitoria e positiva” potrebbero essere considerati i laboratori linguistici “paralleli” all’attività di classe, e le attività di sostegno e recupero, che sono rivolte però sia a italiani che stranieri.
Consiglio di leggere con attenzione il discorso di presentazione della mozione alla Camera dei Deputati della leghista Paola Goisis. In esso appare evidente il significato che la Lega assegna alla categoria “integrazione”: separare per omologare dal punto linguistico, culturale e religioso, per difendere la “nostra” civiltà.

La parola agli studenti stranieri

Jialei Huang ha 19 anni ed è in Italia da quando ne aveva tredici: “Nei primi mesi in cui sono arrivata – racconta – sembravo cieca perché non capivo la scrittura; sembravo muta perché non potevo comunicare”.  Oggi frequenta il quarto anno all’Istituto Rosa Luxemburg; le piace l'inglese, la matematica, l'educazione artistica e musicale. Poi c'è  Kadisha, 18 anni, in Italia dall'età di 11 anni, e Fathima, 16 anni, arrivata all'età di 4 anni; originarie del Marocco, entrambe frequentano un corso di formazione professionale per segretarie all'Enaip di Bologna. Storie differenti per origini ed età che risalgono a prima dell'avvento delle classi ponte, tre percorsi d'inserimento scolastico che ci raccontano pensieri, fatiche e passi in avanti di tre studentesse straniere alle prese con una cultura e una lingua diverse da quella d’origine. Ma è anche un mappa dei passi che il sistema scolastico italiano – spesso senza disporre di risorse economiche sufficienti – ha compiuto, in anni di grandi flussi migratori, per accogliere i bambini stranieri e renderli partecipi della vita di classi, sempre più multiculturali e pluringuistiche.

Il primo passo, ed anche il più complesso, è indubbiamente quello dell'inserimento: bambini di ogni età e di ogni provenienza arrivano nel nostro paese, spesso parlano lingue orientali o arabe, e non conoscono affatto l'alfabeto italiano. Cosa succede quando questi bambini cominciano a frequentare la scuola? Innanzitutto capita spesso che vengano inseriti in classi inferiori rispetto alla loro età: “Avevo 11 anni – spiega Kadisha – e ho frequentato la quinta elementare, quindi ho perso un anno. All'inizio è stato difficile soprattutto perché in quinta c'è anche l'esame finale, tutti i pomeriggi frequentavo un corso di italiano perché conoscevo solo l'arabo”. Anche per Jialei il percorso è stato simile: “Sono arrivata in Italia a 13 anni, ho cominciato il primo anno delle medie e da subito ho frequentato un corso d'italiano per principianti. Erano all'incirca otto ore alla settimana e avevamo un professore che parlava un po' di cinese, per fortuna. Ci dava delle fotocopie su cui erano disegnati alcuni oggetti e i rispettivi nomi e quando abbiamo accumulato più parole siamo partiti dalla grammatica”.
Ma la scuola non è fatta solo di corsi e materie di studio, l'apprendimento avviene, anche e soprattutto, attraverso le relazioni – con insegnanti e compagni – che spesso faticano a crescere per via dell’assenza di una lingua comune. “Con i compagni all'inizio non mi trovavo molto bene – ricorda Fathima – un po' perché non sapevo la lingua e un po' perché ero l'unica ragazza straniera di tutta la classe. E' vero, avevo fatto due anni di materna qui, però a casa continuavo a parlare solo arabo e a scuola non riuscivo a comunicare con i miei compagni. Dopo qualche anno in classe sono arrivati altri ragazzi stranieri e non mi sono più sentita così diversa; col tempo, poi, ho imparato bene anche la lingua grazie all'amicizia con i compagni di scuola”. Diversa l'esperienza di Jialei: “Ho sempre avuto dei rapporti positivi con gli insegnanti e i compagni, nonostante l'ostacolo della lingua: loro hanno avuto quasi sempre la pazienza di ascoltarmi e comunicare con me, e questo per me è stato fondamentale”. “L'amicizia è stata la cosa più importante – confermano Kadisha e Fathima –. Facendo amicizia con ragazzi italiani o provenienti da altri paesi non di lingua araba abbiamo imparato bene la lingua e siamo anche migliorate a scuola. Ora nella nostra compagnia ci sono ragazzi provenienti da tutti i paesi: abbiamo amici filippini, arabi, brasiliani, italiani, un po' da tutti i paesi”.

Il confronto, la possibilità di condividere spazi e opportunità, senza distinzioni o “discriminazioni positive” – come si legge nel testo della mozione avanzata dalla Lega – sono parte integrante delle storie che abbiamo appena raccontato. Storie di integrazione in divenire che tra i banchi di scuola hanno trovato la possibilità di crescere e che adesso sembrano reclamare solo pari diritti e opportunità, come emerge dalle considerazioni finali di Jialei: “In generale l'accoglienza della scuola italiana nei confronti degli studenti stranieri è positiva, ma si potrebbe migliorare garantendo, ad esempio, le stesse possibilità di studio agli studenti stranieri. Quando i ragazzi devono scegliere che istituto superiore frequentare capita che gli insegnanti orientino gli italiani verso i licei – classico o scientifico – e gli stranieri verso i professionali perché pensano che facciano fatica ad andare avanti. Ma anche noi stranieri possiamo raggiungere i livelli più alti, sappiamo che dobbiamo impegnarci perché è l'impegno che conta, non l'origine”.

Di Annalisa Bolognesi e Rossella Vigneri