Considerato da alcuni “un'area estremamente problematica”, da molti semplicemente ignorato, Casteldebole rappresenta certamente un territorio a sé, una sorta di “quartiere nel quartiere”, separato dal resto di Borgo Panigale per questioni di identità storica e discontinuità territoriale.
Una periferia che è stata interessata, negli anni, da un massiccio inurbamento, simboleggiato dai famosi grattacieli, - i gratta, come li definiscono i giovani - nucleo storico dell’edilizia popolare di questo territorio. Una periferia che, pur mantenendo una sua forte peculiarità, sembra soffrire dei mali tipici delle periferie italiane: mancanza di strutture, di servizi, di luoghi di ritrovo. “Vorremmo un centro per ragazzi dove poterci incontrare sempre”, affermano i giovani di Casteldebole; mentre gli educatori lamentano, oltre a una carenza di strutture, la scarsa possibilità da parte di questi ragazzi di utilizzare quelle esistenti. Come il centro polifunzionale Bacchelli, un ampio edificio ormai da anni gestito da associazioni di anziani, che con i giovani sembrano aver un rapporto difficile: “Non c’è dialogo, non c’è partecipazione, ma soprattutto si riscontra una certa diffidenza reciproca”.
Ma quali sono le peculiarità e le criticità di Casteldebole? Quali i problemi e le potenzialità? E soprattutto, cosa significa vivere qui la propria adolescenza?
Abbiamo cercato di rispondere a queste domande ascoltando le voci dei diversi attori di questo territorio: gli educatori delle cooperative sociali C.S.A.P.S.A. e La Carovana, da oltre dieci anni impegnati con i ragazzi di questa zona, gli anziani del centro Bacchelli, gli operatori del Quartiere Borgo Panigale, fino alle parole, spesso inascoltate, dei giovani stessi, veri protagonisti della nostra indagine. Abbiamo infine ripercorso il territorio e i suoi luoghi più rappresentativi per immagini, attraverso le fotografie di Vittorio Valentini.
Quello che sembra emergere un po’ da tutti è la necessità di dar vita a progetti condivisi, soprattutto dai giovani stessi, creare “un sistema di progettazione che sappia raccogliere le esigenze dal basso, mettendo in campo delle persone formate che sappiano costruire relazioni di fiducia, ascoltare gli adolescenti, andare incontro ai loro interessi.”
Una sfida comune, quindi; un obiettivo difficile e complesso, ma che sembra essere necessario realizzare per riqualificare questo territorio e il tempo libero dei ragazzi che lo abitano.
Simona e Mario, educatori del Gruppo Hip Hop, gestito dalla Cooperativa Sociale C.S.A.P.S.A., operano a Casteldebole da oltre un decennio e rappresentano certamente un’importante “memoria storica” dei numerosi cambiamenti socio-territoriali che hanno attraversato quest'area, soprattutto dal punto di vista della realtà giovanile.
Composto da una quindicina di ragazzi di età compresa tra i 13 e i 18 anni, il Gruppo Hip Hop si riunisce tre pomeriggi alla settimana in un Centro Giovanile in via De Nicola - poco lontano dai rinomati grattacieli - dove vengono organizzate diverse attività ricreative e aggregative. Gli educatori, oltre a lavorare sulla relazione e la prevenzione, offrono anche un servizio di supporto all’inserimento lavorativo, orientando i ragazzi alla scelta dopo la terza media, aiutandoli a mandare curriculum e accompagnandoli nei percorsi di avvicinamento al lavoro.
Ma, in un territorio non certo ricco di attrattive giovanili come Castedebole, il centro giovanile rappresenta innanzitutto un punto di riferimento, un posto in cui ritrovarsi anche solo per stare insieme e fare due chiacchiere. “La necessità principale di questi ragazzi è quella di uscire da questo senso di ‘oppressione da periferia’ che qui si respira. – spiega l’educatore Mario – I luoghi di ritrovo nel territorio sono davvero pochi, ed i giovani finiscono per trovarsi davanti alla baracchina dei gelati, alle poste o ai grattacieli; stanno lì per ore e non fanno nulla”.
Al problema della mancanza di attrattive si aggiunge un forte isolamento territoriale: Casteldebole, pur facendo parte del Quartiere Borgo Panigale, ne è separato dall'ampio e difficilmente attraversabile viale Togliatti (il cosiddetto “stradone”), che, tracciando un vero e proprio confine, fa di questo territorio una sorta di quartiere nel quartiere. Il collegamento con il centro della città è invece garantito dall’autobus 19, una linea comoda e piuttosto frequente, che termina tuttavia intorno alla mezzanotte e che quindi non consente ai ragazzi di recarsi di sera nei locali centrali o in discoteca. “Molti di questi giovani hanno qualche difficoltà economica. – prosegue Mario – Il problema è che, quando i soldi sono pochi, non ci si può permettere di far niente e qui a Casteldebole non c’è quasi nulla. Il venerdì e il sabato spesso si organizzano e vanno in discoteca; noi, per aiutarli, abbiamo anche messo a disposizione una linea telefonica che permette loro di organizzarsi con macchine e passaggi e che, nello stesso tempo, consente a noi di monitorarli e di dargli consigli, ad esempio sui danni che possono provocare l’uso e l’abuso di determinate sostanze. Ma durante la settimana la situazione è veramente pesante, proprio perché qui c’è poco e le realtà esistenti non riescono a coinvolgerli”.
Il potenziale infatti ci sarebbe. Casteldebole ospita un centro polifunzionale, il Bacchelli, ed un ampio centro sportivo, ma entrambi gli spazi non sembrano essere sfruttati dai giovani della zona. “Il Bacchelli e il centro sportivo sono utilizzati quasi esclusivamente dagli esterni. – spiega l’educatrice Simona - I ragazzi che abitano qui non riescono a sfruttarli. Quello che manca è proprio la partecipazione dal basso, la possibilità di renderli partecipi”.
Il centro Bacchelli, infatti, ormai da diversi anni, è stato dato in gestione ad un gruppo di anziani. Al di là dei conflitti che sembrano essersi talvolta creati con alcuni ragazzi - al punto che davanti al centro oggi campeggia il cartello “VIETATO GIOCARE A PALLONE” - il problema del Bacchelli sembra essere proprio la mancanza di attività che possano in qualche modo attrarre gli adolescenti di questo territorio. “Le associazioni che operano al Bacchelli, nella maggior parte dei casi, non propongono attività che possano interessare gli adolescenti. – sostiene Mario – Inoltre, laddove le prevedano, si presentano spesso altri limiti, che ne compromettono le possibilità di partecipazione. Ad esempio, un corso di chitarra potrà certamente piacere ai giovani, ma è chiaro che comporta degli oneri economici. E poi, chi è che va al corso di chitarra?! Chi ha il genitore che lo stimola! Gli altri difficilmente lo frequenteranno. Il fatto è che le proposte giovanili devono venire dai giovani stessi, non possono essere calate dall’alto. ”
Quello che sembra quindi mancare, oltre agli spazi fisici, è una progettualità condivisa, che sappia incanalare le risorse esistenti e creare protagonismo giovanile, costruendo aggregazione a partire proprio da quelli che sono gli interessi dei ragazzi stessi. “Occorre un sistema di progettazione che sappia raccogliere le esigenze dal basso, mettendo in campo delle persone formate che sappiano costruire relazioni di fiducia, ascoltare gli adolescenti, andare incontro ai loro interessi.” – concludono Simona e Mario.
Un obiettivo difficile, ma che sembra essere necessario per affrontare al meglio le sfide che questo territorio, da molti ritenuto “critico”, ci propone, e riqualificare, in modo condiviso e partecipato, il tempo libero dei giovani che lo abitano.
Un incontro con i ragazzi del centro aggregativo Hip Hop per capire come vivono i giovani di Casteldebole, per scoprire i loro luoghi d’incontro, i desideri e le loro proposte per migliorare il territorio.
Quando arriviamo al centro Hip Hop, in mezzo al groviglio di case popolari all'ombra di due enormi grattacieli, l'impressione è quella di trovarsi in una delle tante periferie ai margini delle piccole e grandi metropoli di oggi, anonime e silenziose. Sui muri, proprio all'entrata dell'unico centro aggregativo per ragazzi di Casteldebole, sta scritto di non disturbare la quiete dei condomini giocando a palla ma intorno pare non aggirarsi nessuno. All'interno l'ambiente è accogliente: tappeti, cuscini, una tv e soprattutto molto colore, in contrasto netto con le facciate grigie dei vecchi palazzi oscurate da un cielo piovoso. I ragazzi sono sei, sette; vanno dai 13 ai 18 anni e sono il gruppo di Casteldebole - questo ci tengono a sottolinearlo un po' tutti durante l'intervista: sono adolescenti che hanno trascorso l'infanzia in questa saletta che funge da luogo di incontro, rifugio contro la noia e il cattivo tempo, orgogliosi di una comune appartenenza; insieme quando si trova il modo per uscire da Casteldebole, insieme quando non si trova niente da fare e non si sa dove andare.
I ragazzi che intervistiamo non sembrano disprezzare il proprio territorio – questo è bene sottolinearlo: “E' tranquillo, normale – ci dice B., 18 anni - A Casteldebole si sta bene: i negozi ce li abbiamo, il Conad per fare la spesa pure; poi siamo tutti vicini, amici”. E quando si chiede loro se c'è qualcosa che vorrebbero cambiare la risposta non è decisa e immediata. Ma una cosa è certa e condivisa da tutti: “Vorremmo un centro per ragazzi dove poterci incontrare e passare il tempo. Un luogo come Hip Hop però aperto sempre, non solo due giorni a settimana”. “Ci sarebbe anche il Centro Bacchelli, ma è pieno di vecchi…cosa ci andiamo a fare? Una volta lo frequentavamo ma adesso ci è passata la voglia; qualcuno ci va il sabato mattina perché si può usare gratuitamente una postazione internet. Era bello lì se ci davano uno spazio, per fare una volta una festa, festeggiare un compleanno… ”
Per A., invece, la situazione è più complessa: non si tratta soltanto di trovare una stanzetta per fare balotta ma di trovare un modo per guarire Casteldebole dalla sua depressione, generata da un invecchiamento della popolazione che risiede nella zona, un impoverimento generale delle relazioni di buon vicinato e da un decadimento estetico e strutturale. “In questa zona non ci sono scuole – oltre alle elementari – e neanche tanti negozi. Così la gente che circola è poca e anche quelli che abitano nelle case costruite negli ultimi anni frequentano altre zone vedendo che qui non c'è niente da fare”. “Un bel posto, ad esempio, è Casalecchio: ci sono parecchie scuole e quindi anche molti ragazzi della nostra stessa età. E poi è bella anche esteticamente, mentre qui le palazzine sono degli anni '60, vecchie e poco curate. Così quando abbiamo tempo libero e non sappiamo cosa fare prendiamo il treno e stiamo lì in giro”.
Uscire da Casteldebole non è però così semplice, soprattutto il sabato sera, quando i soldi ci sono e si vuole andare a ballare ma mancano i mezzi: “Quando avevo il motorino caricavo gli amici a uno a uno – ci dice uno dei ragazzi più grandi del gruppo – Adesso invece ci muoviamo in autobus. Se la sera usciamo e non c'è il passaggio per tutti con gli scooter rimaniamo qua, stiamo alla Baracchina (l'unica gelateria di Casteldebole, ndr) oppure alle poste o sotto i gratta”. Quando invece ci si organizza le mete preferite rimangono Casalecchio e Santa Viola oppure i centri commerciali, come la Meridiana o l'Esselunga – considerati da molti non luoghi, spazi di passaggio privi di identità ma che per questi ragazzi rappresentano punti importanti di ritrovo dove incontrare altri gruppi, facce nuove.
Il centro della città sembra molto lontano dalla vita e dalle esigenze di questi giovani, provenienti perlopiù da scuole professionali e destinati a una vita di lavoro e divertimento nel fine settimana. C'è chi decide per una passeggiata in via Indipendenza o in piazza Maggiore e c'è chi, invece, in centro non ci va proprio “per la confusione, ma soprattutto perché non è adatto come luogo d'incontro: la gente va lì per fare compere e se non hai i soldi che ci vai a fare?”.
Ma un altro fattore spinge questi ragazzi a mantenersi lontani dal centro, da luoghi come piazza Verdi o via Zamboni, ed è il fattore sicurezza. Uniti da una comune appartenenza territoriale, i ragazzi di Casteldebole si muovono tranquilli nel proprio territorio, accennano a trascorsi problemi di spaccio ma in definitiva si sentono protetti e rispettati. Qualcuno ammette che alcuni problemi di criminalità ci sono e prova a darne una spiegazione: “E’ normale che in una zona depressa come Casteldebole ci siano persone sfiduciate che spesso si lasciano andare a comportamenti criminosi”. I giovani percepiscono invece le zone del centro come pericolose e poco sicure, come ci conferma uno di loro: “In via Zamboni non ci sono mai andato e non ci voglio andare: c'è spaccio e a me non interessano quelle minchiate”.
di Marco Murat e Rossella Vigneri
Michele Zani, della cooperativa La Carovana, da oltre dieci anni lavora a contatto coi ragazzi di Casteldebole organizzando attività per il tempo libero, uscite e sport. Dal suo punto di vista oggi questo lato della periferia di Bologna non sembra più degradato di altri. I problemi esistenti, dice, sono semplicemente frutto della mancanza di una strategia di lungo periodo e di scarsa attenzione per le politiche giovanili.
Da oltre dieci anni la cooperativa La Carovana è presente a Casteldebole. E' cambiato molto il territorio in questo arco di tempo?
Casteldebole era un paese vero e proprio alle porte di Bologna. Questo luogo è stato un nucleo anarchico importante durante la Resistenza e adesso, come zona, conserva una forte identità e una radicata memoria storica. In tempi recenti, però, è stato interessato da una massiccia inurbazione. In altre parole è stato designato per diventare una zona puramente residenziale, perlopiù di case popolari. L'inevitabile conseguenza originata dall'aver costruito case che non fossero accompagnate a servizi sul territorio, quali scuole, parchi e strutture ricreative, si è tradotta in una serie di problemi.
Questi problemi come si manifestano oggi?
Oggi si tende verso due approcci estremi: o si nega il problema, o al contrario si pensa Casteldebole come un territorio estremamente problematico. Banalmente basterebbe essere meno drastici e ragionare sul fatto che tra questi due poli passano molte situazioni intermedie, che meglio descrivono la situazione di qui. I giovani vivono un frangente delicato e difficile a causa del lavoro scarso, della povertà crescente e di tutte le situazioni spiacevoli conseguenti a queste premesse. Perciò il problema non è solo a Casteldebole, possiamo dire invece che nelle periferie come Casteldebole questo problema è più accentuato perché gli adolescenti hanno meno punti di riferimento.
Di cosa si occupa attualmente La Carovana?
La Carovana, come le altre associazioni sul territorio, come ad esempio Hip Hop, si occupa proprio di aiutare i ragazzi attraverso attività formative. Ma certamente questo impegno non basta se non viene supportato da sinergie e da un lavoro congiunto, se non vengono messi a disposizione degli spazi e delle strutture adeguate ai bisogni dei più giovani.
Cooperative sul campo: Hip Hop e La Carovana, c'è una connessione?
In realtà c'è una connessione informale, scaturita dal fatto che da anni noi educatori lavoriamo su tanti territori e finiamo per incontrarci e condividere esperienze e impressioni. Ad esempio per Casteldebole la cooperativa Hip Hop si occupa di orientamento al lavoro e percorsi di formazione, mentre la Carovana punta sulle attività connesse al tempo libero e di aggregazione direttamente in strada. E comunque i ragazzi coi quali veniamo in contatto sono gli stessi e vivono bene pure questa divisione, nel senso che sapendo che ci occupiamo di ambiti diversi chiedono ora all'uno ora all'altro, sfruttando le nostre competenze specifiche.
Come si articola, a livello pratico, l'attività che svolgete sulla strada?
Due giorni la settimana ci incontriamo coi ragazzi e organizziamo uscite, oppure rispondiamo alle loro richieste senza però presentarci come educatori, ma cercando di entrare in sintonia con loro da amici, sebbene adulti. All'atto pratico lo scopo è diventare dei punti di riferimento per loro in un territorio che non gliene offre o nel quale gli esempi di riferimento potrebbero essere negativi.
E quella per il tempo libero?
Per il tempo libero, che è uno dei principali obiettivi del nostro contratto, offriamo attività di free climbing, campeggio, trekking, arrampicata sportiva all'Alpe di Monghidoro ecc. Insomma dipende dalle occasioni. In realtà privilegiamo le uscite, quindi le attività all'aperto, perché è un ambito per forza di cose più coinvolgente rispetto al contesto della routine urbana. Senza trascurare che si tratta di fatto di praticare sport completi dal punto di vista fisico immersi nella natura.
Come cooperativa riuscite ad avere degli spazi dalle istituzioni?
Al momento siamo un po' arrangiati. Proprio l'assenza di spazi non disgiunta dalla nostra esperienza pregressa (La Carovana inizialmente si occupava di turismo sociale ndr) ci ha portato ad organizzare escursioni e uscite piuttosto che restare nel quartiere. A Casteldebole mancherebbero gli spazi per motivare i ragazzi e per condividere esperienze in grado di far leva dal punto di vista educativo, che in sintesi è la missione del nostro lavoro.
Poi, da parte delle istituzioni a dire la verità manca un pensiero strategico; nel senso che dall'alto giungono unicamente provvedimenti spot e ciò comporta un'assenza pressoché totale di percorsi con un punto di inizio ed uno di arrivo, in modo da potersi prefiggere obiettivi raggiungibili anche nel lungo periodo. Questo cozza palesemente con la possibilità di risolvere qualsiasi disagio giovanile o educativo. In ogni caso - è bene sottolinearlo - lavorando anche in altre zone, mi sono reso conto che è un problema comune e non dipende dal quartiere, bensì a risentirne è l'intera città.
Prospettive di miglioramento?
E' difficile dirlo, attualmente prevale l'incertezza. Infatti, istituzionalmente si stanno affrontando questioni di centralizzazione e decentralizzazione dei poteri e quindi è quasi impossibile prevedere quel che accadrà anche di qui a breve. Quel ch'è certo è che a Bologna manca un assessorato alle politiche giovanili e questo dovrebbe dirla lunga...
Qual è la situazione dei ragazzi di Casteldebole, vista da un educatore che lavora a stretto contatto con loro?
In questo momento credo non sia peggiore o migliore di molte altre realtà periferiche italiane. Il problema principale, come ho detto, è la mancanza di servizi di base per i giovani. A causa di alcuni interventi tesi a ridurre il disagio sociale ora sono presenti servizi per situazioni problematiche e tuttavia in quest'area non si trova niente per il tempo libero, oppure per l'aggregazione, l'istruzione, il lavoro ecc.
Era cominciata la sperimentazione del Centro Bacchelli, che poi però fallì e dunque venne riformulata, com'è adesso. Prima ad esempio era un centro dedicato ai ragazzi, di varia età senza distinzioni.
In questo momento come funziona il Centro Bacchelli?
Dopo l'incendio del 1994 è stato ricostruito e dato in gestione agli anziani. Pertanto in questo momento è di fatto un centro anziani. Ciò significa che non è un luogo di aggregazione pensato per il pubblico dei più giovani e non c'è apertura in tal senso da parte di chi lo gestisce. E temo resterà così ancora per molto: neanche una stanzetta per i ragazzi e poche attività didattiche peraltro a pagamento, che di conseguenza escludono i soggetti già in condizione di difficoltà economica e di scarsa inclusione.
La verità è che gli anziani sono la via più semplice e meno dispendiosa, perché offrire lo spazio ai ragazzi determinerebbe dei costi aggiuntivi, in educatori, corsi e attività. Dunque emerge ancora una volta che da parte delle istituzioni si preferisce spendere meno oggi, evitando investimenti di questo tipo, e poi magari si finisce per dover pagare un prezzo più alto a livello sociale ed economico nel momento in cui si creano delle emergenze e si devono varare piani e progetti di risposta, magari retti da ampi stanziamenti di fondi. Quando basterebbe riconoscere che le emergenze derivano dalla mancanza di investimenti iniziali anche minimi e dall'assenza di un piano strategico per le politiche giovanili.
In altre occasioni è emerso che nel territorio di Casteldebole ci sia una netta suddivisione tra la zona ricca delle villette, e quella più povera che vive nelle case popolari. Tu avverti questa distinzione?
Sì, sicuramente ci sono delle divisioni tra i ragazzi, ma io non le avverto perché molto probabilmente ho a che fare soltanto con una parte di essi. Però c'è anche da dire che siamo in un momento in cui queste divisioni tendono a scomparire e vedo che tra i ragazzi la conoscenza diventa trasversale e sono più forti i contatti delle divisioni. Inoltre, data la natura del territorio, essendo soltanto la baracchina dei gelati (vicino alla Torretta ndr) il punto di aggregazione più importante e frequentato, finisce anche per esserci un unico ritrovo e un contatto tra entrambe le parti.
Vuoi e puoi raccontare qualche storia legata ai ragazzi?
In generale occorre dire che questo luogo ha ospitato storie per molti versi differenti e per tanti altri incredibilmente simili. Chi era più vulnerabile a causa della facilità del contatto con le droghe, che qui per ragioni di vicinanza è facile procurarsi, è rimasto coinvolto. In altre occasioni invece la maggior parte dei ragazzi ha condotto vite assolutamente normalissime, se non per il disagio dato dalla mancanza dei servizi che avrebbe permesso loro di vivere una vita qualitativamente migliore.
C'è una parte di comunicazione che un educatore dovrebbe portare dai giovani alle istituzioni?
Credo di sì e noi in passato l'abbiamo fatto attraverso lo strumento video. Per circa dieci anni abbiamo deciso di sfatare alcuni luoghi comuni da parte del mondo adulto filmando la situazione e i ragazzi affinché potessero essere loro stessi a spiegarsi, a individuare e rendere chiare le loro esigenze, i loro disagi, la loro volontà. Il video poi offre un'opportunità rara sul piano del confronto generazionale, essendo uno strumento comprensibile per tutti. Ora, poiché a Casteldebole regna una forte identità comunitaria che altrove mi pare assente, ritengo sarebbe positivo ripartire da questa identità, o dal percorso della memoria storica, ed usare di nuovo il video per innescare questo dialogo interrotto sia tra le generazioni che con le istituzioni.
A Casteldebole non ci sono molti punti d'incontro, l'unico centro di cui dispone questo territorio è il Bacchelli, attualmente gestito da varie associazioni e frequentato prevalentemente dagli anziani.
La nostra redazione ha deciso di andare a vedere come è organizzato il centro per fare qualche domanda alla popolazione della terza età di Casteldebole e discutere con loro dei problemi di questa zona.
Il Bacchelli si presenta come una struttura moderna costruita in mezzo al verde, facilmente raggiungibile con il bus. All'interno dispone di ampi locali, perlopiù inutilizzati: c'è la sala polivalente, generalmente occupata dagli anziani, la biblioteca, una piccola sala computer e uno spazio a disposizione per ogni associazione che fa parte del centro. Teresa qui è l'unica dipendente del Comune e si occupa della biblioteca e delle postazioni internet. Entrambe le sale sono poco frequentate, sia perché la biblioteca effettiva è a Borgo Panigale e per richiedere un libro bisogna farlo arrivare, sia perché alle postazioni internet non possono accedere i minori. Gli unici a frequentare assiduamente il centro sono gli anziani del luogo, così mi rivolgo direttamente a loro.
Subito mi indicano come portavoce Gianfranco Stanghellini, vicepresidente degli “Amici del Bacchelli”, un’associazione che organizza spettacoli, corsi di lettura e di approfondimento, mostre, giochi e diverse iniziative a tutto campo. In seguito, un po' per curiosità, un po' per dire la loro, si aggiungono alla discussione Arrigo Rossi, del Sindacato Pensionati Italiani CGIL, Zini, presidente dell'associazione di formazione musicale e fotografica “Il valore del tempo”, e alcuni esponenti del gruppo degli anziani che frequentano abitualmente il centro.
“La storia del Bacchelli è molto lunga. - racconta Stanghellini – Il centro ha aperto circa nel 1980. Inizialmente era frequentato da gente diversa e, siccome era un po’ decentrato, di notte fu anche saccheggiato, per cui si dovettero interrompere alcune iniziative. Queste problematiche, purtroppo, sono culminate con l'inserimento di persone poco raccomandabili e, in seguito ad altri atti di vandalismo, il Bacchelli, per un periodo, è stato proprio chiuso. Quando è stato riaperto all’interno sono stati inseriti i sindacati, il “Gruppo S. Bernardo”, che si occupa di assistere le persone anziane che hanno subito scippi o rapine, e, infine, le associazioni.”
Precisamente oggi hanno sede al Bacchelli l'associazione “Il valore del tempo”, l'associazione teatrale “I commedianti bolognesi” insieme al gruppo “Teatro dei Mignoli” e l'associazione socioculturale “Amici del Bacchelli”.
Dopo avermi spiegato le attività che si svolgono nel centro Stanghellini racconta delle iniziative che si è tentato di portare avanti in favore dei giovani: “Quest'anno era stato promosso un progetto che si proponeva di mettere a posto una barca. I ragazzi, insieme agli operatori della cooperativa incaricata di seguire l'iniziativa, avrebbero dovuto allestire una baracca per il deposito degli attrezzi, utilizzando il centro Bacchelli per gli apporti logistici; ma c'è stata una riunione dove si è manifestata la paura dei residenti. Così l'iniziativa è stata bloccata e, anche se il Quartiere aveva detto che sarebbe andata avanti comunque, al momento è ancora tutto fermo.”
E come siano sono nati gli scontri e le incomprensioni relativi a questo progetto ce lo spiega il presidente de “Il valore del tempo”: “Quel progetto è partito male perché, ancora prima di fare la presentazione, sono corse delle voci. Si diceva che lì avrebbero costruito un centro per il recupero dei drogati. A causa di queste voci la gente è venuta qui prevenuta. Non si sapeva nulla, chiedevi gli orari e nessuno sapeva rispondere. Si è sbagliato a monte, se il progetto fosse stato presentato in un'altra maniera sicuramente le cose sarebbero andate diversamente.”
Il rapporto con i giovani del territorio appare quindi difficile: non c'è dialogo, non c'è partecipazione e soprattutto si riscontra una certa diffidenza reciproca. Nel tentativo di comprendere meglio il punto di vista degli anziani ho chiesto loro come considerino i giovani di Casteldebole e che cosa si potrebbe fare per migliorare il livello di comunicazione con loro. “I giovani non si vedono qui, pur essendo il centro aperto a tutti. – spiegano gli intervistati - Comunque la non-partecipazione deriva dal fatto che qua non c'è niente che possa interessare loro e, finché non trovano qualcosa che gli interessi effettivamente, non verranno.”
La mancanza di interessi è ciò che viene considerato alla base delle difficoltà dei ragazzi: non fanno niente e non si sa cosa vogliano. “La nostra associazione è aperta ai giovani. - prosegue il vicepresidente degli “Amici del Bacchelli”, Stanghellini – E’ chiaro, però, che la partecipazione alle attività del centro comporta educazione, rispetto delle cose, sia da parte degli uni che degli altri. Se i ragazzi vengono qui, buttano tutto per aria, sporcano, non fanno niente e sono irrispettosi...”
Questo è uno tra i principali problemi che avvertono gli anziani, che sembrano non essere troppo ottimisti riguardo a possibili soluzioni: “Oltre a rendere il centro aperto alle iniziative, chiaramente nell'ambito del rispetto e della socialità, non vedo che altro si possa fare. Se poi loro stessi si autoemarginano, questo non dipende solo da noi.”- spiega uno dei frequentatori del centro.
Sempre sulla delicata questione che separa giovani e anziani cerco di capire quale sia l'opinione degli intervistati su questi ragazzi di oggi, sulle difficoltà che si possono riscontrare nel territorio di Casteldebole e su ciò che si potrebbe fare per loro.“Siamo stati giovani anche noi. Allora le cose andavano diversamente e difficilmente andavamo a mescolarci con altre realtà. - ci dicono gli intervistati - Il problema di questi giovani è che stanno in mezzo alla strada? Ma noi preferivamo stare in mezzo alla strada, all'aria aperta, c'era anche un altro stile di vita, alle due di notte se andavi in piazza Maggiore c'erano tutti i tavolini e le sedie fuori, stavi là tranquillamente senza che nessuno rompesse le scatole.”
Dai loro racconti emerge la differenza socio-culturale in cui sono cresciuti i giovani di allora rispetto alla realtà attuale. È evidente che un tempo si conducesse un altro stile di vita. Oggi c'è la paura che mette uno contro l'altro e rende inaccessibile il dialogo tra generazioni diverse, negando un confronto o un punto di incontro. È quello che viene ribadito anche dal presidente dell'associazione “Il valore del tempo”: “Il discorso è che purtroppo non c'è dialogo. La mancanza di dialogo comporta tutta questa diffidenza. Io sinceramente non conosco i giovani di Casteldebole, a parte quei tre o quattro che abitano lì da me. Mentre quando ero un bambinetto vicino a casa mia c'erano otto-dieci abitazioni in cui abitavano circa dieci famiglie. Alla sera quando faceva caldo ci riunivamo tutti fuori, ognuno si portava il suo mangiare, si stava lì, si parlava e si discuteva tra giovani, anziani, bambini e si stava tutti quanti insieme lì a passare la serata.”
Quello che manca, secondo il punto di vista degli anziani, dovrebbe essere colmato dalle famiglie e dalla scuola. L'educazione che ricevono i ragazzi non prevede più il rispetto delle persone anziane: “Una volta era proprio dalla famiglia che si imparava questo: all'apice c'erano il nonno e la nonna che venivano trattati con i guanti di velluto, poi c'erano il padre e la madre e dopo venivano i figli.”
Purtroppo non possiamo riscontrare una simile stabilità all'interno delle famiglie attuali, sono molto frequenti i casi di figli di genitori separati che non hanno idea di che cosa possa significare l'unità della famiglia. Ma questo è difficile da comprendere se hai già una vita, un'educazione e una cultura differente alle spalle.
Ma proprio giungendo al termine dell'incontro emerge una proposta da parte del vicepresidente degli “Amici del Bacchelli”: “Se c'è qualche ragazzo che vuole essere inserito nella nostra associazione culturale, penso che il Consiglio approverebbe. Noi diamo la nostra disponibilità”.
“L'obiettivo - affermano un po' tutti gli intervistati - è quello di tentare effettivamente un dialogo che possa essere rivolto alle aspettative dei ragazzi, cercando di comprendere i loro sogni e le loro difficoltà, mettendo a disposizione, oltre agli spazi del centro, l'esperienza e gli insegnamenti della vita.”
(di Ileana Coggiola)
Un po’ isolato geograficamente dal resto del quartiere e considerato spesso dall’opinione comune un “territorio depresso”, Casteldebole rappresenta per gli operatori del Quartiere Borgo Panigale un’area con qualche criticità, ma anche di forte interesse, in cui appare più che mai necessario dar vita ad una progettualità di rete condivisa, soprattutto dal punto di vista delle politiche giovanili.
In questa zona oltre alla microcriminalità e ai problemi legati all'uso di sostanze, si registra anche una sorta di difficoltà per i giovani che la abitano, riconducibile a uno “stato di noia”, una sorta di condizione depressiva dovuta a una carenza di attività che vadano incontro ai loro interessi, di stimoli e di luoghi di ritrovo e aggregazione. “In questo territorio mancano i luoghi fisici che facilitano gli incontri informali e le situazioni aggregative. - spiega Marco Gollini, Referente dell’Ufficio Cultura del Quartiere Borgo Panigale – Nel resto del quartiere ad esempio c’è il ‘Villaggio Ina’, l’Ipercoop, varie piazzette, mentre a Casteldebole non ci sono punti di ritrovo identificabili e soprattutto c’è una condizione di isolamento territoriale, anche legata alla mancanza di una linea di autobus che colleghi con l’altra parte del territorio di Borgo Panigale.”
Proprio per far fronte a queste problematiche da qualche mese il Quartiere ha dato il via al progetto di educativa di strada “Fitzcarraldo”, condotto dalla Cooperativa Sociale La Carovana e dalla Cooperativa Eta Beta con l’obiettivo di agganciare e conoscere i giovani della zona, dando vita ad attività educative e di socializzazione che vedano la loro diretta partecipazione progettuale, ma anche fornendo loro, in qualche modo, un nuovo spazio fisico in cui potersi incontrare.
Il progetto prevede infatti la realizzazione di un laboratorio - provvisorio e in legno – che verrà costruito proprio davanti al Centro Polifunzionale Bacchelli, con l’ulteriore obiettivo di creare un contatto tra i giovani di Casteldebole e gli anziani che abitualmente frequentano il Centro. “Il nome Fitzcarraldo deriva dall’idea di costruire una barca, all’interno di questo laboratorio, prevedendo la partecipazione attiva dei giovani attraverso il sostegno di educatori professionali. Il progetto vuole offrire un obiettivo concreto da raggiungere utilizzando e sviluppando dinamiche relazionali positive - prosegue Gollini- Tale proposta tuttavia ha creato alcune preoccupazioni e qualche polemica tra i cittadini di Casteldebole che abitano nella zona. E’ stato manifestato con forza il timore che la creazione di un nuovo punto aggregativo giovanile, frequentato talvolta magari anche da ragazzi con problematiche sociali, possa causare disagi e dinamiche tali da mettere in pericolo i cittadini e la vivibilità della zona”. “Per far fronte a queste difficoltà in gennaio è stato organizzato un incontro con la cittadinanza dove l’amministrazione di Quartiere e gli operatori delle cooperative hanno esposto il progetto in tutta la sua interezza, al fine di tranquillizzare e di sensibilizzare le persone.”
Attualmente il progetto sta operando sul consolidamento della relazione con i ragazzi attraverso delle attività ludico ricreative e, solo successivamente, si dovrebbe passare alla realizzazione del laboratorio ed alle azioni educative e pratiche ad esso connesse. Per il momento, quindi, i contatti tra i ragazzi e le associazioni che frequentano il Bacchelli restano ancora molto scarsi. “La scelta del Quartiere di affidare la gestione del Bacchelli alle associazioni, dettata dalla suddivisione degli spazi interni della sede del centro polifunzionale, comporta certamente alcuni vantaggi: la loro organizzazione e i tempi che sono in grado di mettere a disposizione garantiscono autonomia e un buon presidio della struttura. – spiega la Pedagogista del Quartiere Borgo Panigale, Rosalita Patelli - Chiaramente però, in un territorio che risente così tanto della carenza di luoghi di aggregazione, affidare una struttura ricca di spazi ad associazioni rivolte soprattutto ai cittadini meno giovani, può provocare nei ragazzi una sorta di risentimento”.
“E’ possibile che i ragazzi abbiano ‘timore’ di avvicinarsi al Bacchelli, perché è frequentato da anziani e gestito da associazioni organizzate, per cui pensano di non potere accedervi. – prosegue Gollini – Per favorire questo avvicinamento il Quartiere si propone di dar vita ad attività che possano stimolare l’interesse giovanile: abbiamo aperto una saletta di prestito libri fornita anche di postazione internet ed abbiamo in programma la realizzazione di alcune iniziative culturali e di socializzazione proprio per favorire la fruizione da parte di tutti di un luogo pubblico. È stato avviato un lavoro di investimento da parte del Quartiere rispetto alle politiche giovanili ed i risultati certamente si vedranno col tempo, ma credo che come inizio sia stato molto buono.”
E i tempi potrebbero subire un rallentamento anche nell’attesa che si compia il processo di decentramento e ridefinizione delle attuali deleghe e funzioni dei Quartieri, che andranno gradualmente ad occuparsi direttamente anche dell’attuale “Servizio Minori”, gestito sino ad oggi centralmente dal Comune di Bologna. “Nel frattempo – continua Gollini - credo sia fondamentale sottolineare che, grazie ad un lavoro di rete con associazioni, operatori, cittadini e col valore aggiunto della Consulta del Welfare, nell’ultimo anno siamo riusciti a realizzare alcune iniziative specifiche rivolte ai giovani, quali concerti, laboratori musicali e di graffiti, rassegne cinematografiche e momenti di festa in generale”.
Ma un coinvolgimento reale e concreto dei giovani nelle attività del Bacchelli e dell’intera zona di Casteldebole, non può che venire dal basso: ascoltando le diverse voci degli attori di questo territorio, dei ragazzi stessi, dei loro operatori, degli anziani, fino alle tante realtà associative che vi operano. “Se per quanto riguarda i ragazzi più piccoli, anche per il raccordo che esiste tra le scuole medie del territorio e il coordinamento pedagogico, il lavoro di rete quest’anno ha funzionato bene, grazie ad una programmazione integrata all’interno nel territorio, per quanto riguarda la fascia dei ragazzi più grandi la situazione è caratterizzata da una maggiore complessità - prosegue Rosalita Patelli – Tutti avvertiamo il bisogno che si concretizzi un tavolo di coordinamento, la cui realizzazione è al momento sospesa nell’attesa che avvenga e si concluda il processo di passaggio delle deleghe ai Quartieri. Superata questa fase di transizione e individuate anche le figure professionali coinvolte, il Quartiere potrà investire progettualità e risorse.”