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Quando si parla di dipendenze immediatamente si è portati a pensare all'abuso di sostanze e a ricondurlo ad alcune precise 'categorie sociali': i giovani, gli emarginati, le persone sole. Eppure – anche se poco se ne parla – sono sempre più diffuse quelle forme di dipendenza che non riguardano direttamente le sostanze e che toccano da vicino persone di tutte le età e di diverso ceto sociale.
Tra queste spicca il gioco d’azzardo compulsivo. Un fenomeno che solo nella nostra Regione colpisce oltre 60mila persone e che cresce costantemente anche a fronte del progressivo ampliamento delle proposte di gioco, della moltiplicazione degli spazi (fisici e virtuali), e delle martellanti campagne pubblicitarie, attraverso spot televisivi, giornali, riviste, grandi cartelloni.
“Una malattia da cui forse non si guarisce mai completamente”, la definiscono gli ex giocatori; una vera e propria patologia, che però ancor oggi stenta ad essere riconosciuta dallo Stato come tale. Basti pensare che non è inclusa nei Livelli Essenziali di Assistenza e che di conseguenza non vi è nessuna garanzia per i giocatori compulsivi di poter accedere a strutture sanitarie pubbliche.
Dinnanzi ai vuoti lasciati dallo Stato – legati probabilmente ai forti guadagni che le casse pubbliche traggono da questo fenomeno - sono tuttavia molteplici i percorsi di recupero portati avanti sperimentalmente dalle singole regioni e da numerose realtà del privato sociale (associazioni, cooperative, centri di accoglienza,…).
Per questo BandieraGialla ha scelto di indagare sul gioco d'azzardo compulsivo partendo, non soltanto dalle sue dimensioni e cause (attraverso la lettura fatta dal CoNaGGA – Coordinamento Nazionale Gruppi per Giochi d’Azzardo), ma anche dall’esperienza diretta delle organizzazioni che in Emilia Romagna promuovono questi percorsi di recupero e dalla testimonianza di coloro che, proprio grazie a queste realtà, sono riusciti ad uscire dalla dipendenza.
Le esperienze dell’associazione Giocatori Anonimi di Bologna, della cooperativa Lag di Vignola e del Centro Giovanni XXIII di Reggio Emilia: realtà differentemente strutturate, ma accomunate da metodologie terapeutiche incentrate sulla logica e l’importanza del gruppo, sull’auto aiuto e sulla condivisione di esperienze, problemi e successi.
Le testimonianze e le storie di vita di Andrea e Franco, giocatori usciti dalla dipendenza frequentando il gruppo dei Giocatori Anonimi. Il racconto di Vittorio, barista bolognese che ha scelto di togliere dal suo locale le macchinette e le slot.
E proprio sulla dipendenza da gioco nei bar di Bologna si incentra anche l’indagine promossa dall’Osservatorio Epidemiologico Metropolitano Dipendenze Patologiche dell’AUSL, da cui si evince come questa patologia non riguardi categorie specifiche di soggetti, ma persone differenti, tendenzialmente etichettate come “normali”.
Chiude l’inchiesta l’intervista al Professor Pani, docente di Psicologia Clinica all’Università di Bologna, che fa un quadro delle nuove dipendenze ‘senza sostanze’: il gioco d’azzardo, la dipendenza da cibo, lo shopping compulsivo, l’internet addiction.
Di gioco d’azzardo patologico abbiamo parlato con Matteo Iori, doppiamente impegnato in questa battaglia, a livello istituzionale, come presidente del Co.Na.G.G.A. (Coordinamento Nazionale Gruppi per Giocatori d’Azzardo), sul campo come responsabile del Centro Papa Giovanni XXIII di Reggio Emilia.
I dati ci mostrano la crescita costante della spesa per gioco d’azzardo: l’Emilia-Romagna è la quarta regione con 3.627 milioni di euro spesi annualmente, 3.773.000 giocatori, di cui 61.567 problematici...
Gli ultimi anni hanno visto ampliarsi la ‘proposta’ di gioco con una diversificazione delle tipologie e una moltiplicazione degli spazi in cui è possibile giocare, una sollecitazione sensoriale sempre più estesa che si avvale anche dei media, dalle possibilità offerte dal gioco online agli spot televisivi, dagli spazi pubblicitari sulla carta stampata alle mega affissioni. Il messaggio che si vuole comunicare è uno solo, forte e allettante: vincere è facile e grosse somme sono alla portata di tutti.
Esiste un confine netto fra habitué del gioco e dipendenza? Il 15,8% dei giocatori arriva a giocare più di tre volte la settimana e il 13,7% gioca settimanalmente più di tre ore…
Esistono alcuni parametri scientifici per discriminare fra giocatori abituali e patologici come frequenza, numero di ore passate a giocare, numero di tipologie di gioco, somme investite ma sostanzialmente è la venuta meno del limite a dirci che siamo di fronte ad una patologia. Il gioco diventa un enorme catalizzatore di energie emotive, tanto da sottrarre spazio a tutte le altre attività, dal lavoro al tempo passato in famiglia.
Giocano il 47% degli indigenti, il 56% degli appartenenti al ceto medio-basso, il 66% dei disoccupati. Coloro che hanno un reddito basso sono maggiormente disponibili a spendere per il gioco?
È un dato costante, nei periodi di recessione economica assistiamo ad un aumento del gioco d’azzardo. Molti slogan sottolineano come con pochi euro sia possibile dare finalmente una svolta alla propria vita: la maggioranza degli italiani gioca per vincere denaro e quindi chi ha meno è maggiormente esposto a questo tipo di sollecitazione. La tendenza delle nostre società a identificare ‘quello che si è’ con quello che si ha, la spinta sempre maggiore verso i consumi, tanto che a volte si ha l’impressione che la dignità dei singoli si legga nel marchio dei vestiti che si indossano o nei pollici del nuovissimo televisore al plasma, spingono in questa direzione. In un secondo momento si instaura un meccanismo di inseguimento della vincita, in cui si tenta di recuperare le somme perse e ci si illude sulla prossimità del recupero: una trappola mentale diffusa ad arte dai gestori del gioco d’azzardo.
Fra coloro che dichiarano di spendere più di 150 euro la settimana il 36% ha un lavoro saltuario o precario, l’8% sono casalinghe, il 28% pensionati. Dati che non devono far dimenticare che la dipendenza colpisce trasversalmente tutte le categorie…
Le variabili sociali si sommano alle debolezze soggettive anche se resta il fatto che alcuni individui sono più esposti di altri. La mancanza di un progetto in cui impegnare tempo ed energia è fra i fattori di rischio, se sono un manager e lavoro 10 ore al giorno difficilmente passerò i pomeriggi davanti alle slot machine. L’assenza del lavoro, la precarietà, il tempo libero che si fa tempo vuoto… e poi ci sono le fragilità familiari. Anche la bassa percezione del rischio incide: quando si parla di dipendenze si pensa molto facilmente all’abuso di sostanze, dagli stupefacenti all’alcool, il gioco è vissuto come un’abitudine e un momento di svago, fra l’altro sostenuto dallo stato.
La famiglia è un tassello fondamentale quando si parla di dipendenza da gioco…
Le conseguenze sono drammatiche sia da un punto di vista economico che affettivo: chi è dipendente dimentica la coppia e gli obblighi di genitorialità. L'unica relazione possibile è quella con il gioco. Spesso i famigliari sono gli ultimi a sapere della gravità della situazione, chi gioca mente sistematicamente e inventa scuse per giustificare la diminuzione delle entrate. Situazioni di instabilità familiare, così come il disagio economico possono muovere verso la dipendenza, ma in molti casi si tratta di famiglie del tutto ‘normali’.
Si stima che fra il 59,7% e il 65% di coloro che giocano siano uomini, come legge questo dato?
Nella nostro immaginario il gioco d’azzardo è legato all’universo maschile, anche se i dati variano notevolmente a seconda del tipo di gioco. Se pensiamo alle slot machine collocate nei bar il divario fra i sessi si amplia, ma se facciamo riferimento ai gratta e vinci vediamo che la forbice si stringe e il numero di donne è in aumento. Per attrarre il pubblico femminile stanno nascendo nuovi tipi di gioco come le lotterie al consumo: giunti alle casse si potrà giocare il proprio resto per un massimo di cinque euro. Allo stesso modo sono maggiori le richieste di aiuto da parte di utenti maschi perché per un uomo è più facile ammettere di aver speso il proprio denaro al gioco, sulle donne si abbattono con più vigore gli strali della morale per avere, per esempio, trascurato la famiglia.
Cresce la dipendenza dal gioco d’azzardo anche fra i giovanissimi. In Emilia Romagna il 14,3% dei ragazzini (10-19 anni) è a rischio: la maggior parte dice di giocare per “per passare il tempo” e il 33% di preferire il gioco d’azzardo online…
I giovani sono categorie ‘in sé’ a rischio perché nell’adolescenza l’equilibrio emotivo è fragile e la voglia di sfidare il mondo, o la sorte, grande. Se a questo si aggiunge l’innovazione tecnologica, sfruttata nel gioco online per agganciare questo target il cerchio si chiude. Su questo versante ha inciso il decreto Abruzzo dell’aprile del 2009, che ha moltiplicato le tipologie di gioco online, dal poker diretto one-to-one alle roulette. Per altro verso sono pochi i gestori che chiedono un documento quando un ragazzo vuole acquistare un gratta e vinci - preferiti dai giovanissimi - o giocare alle slot-machine. Online è facile giocare d’azzardo, sia per la presenza di siti illegali sia perché per scommettere si richiede un’autodichiarazione della propria età.
Dunque meglio una svolta culturale …
Temo si stia andando nella direzione opposta: nelle scuole superiori è stato distribuito dall’AAMS (Amministrazione Autonoma Monopoli di Stato) il software “Giovani e gioco” che presenta tutta una serie di stimoli visivi, uditivi e di contenuto tali da invogliare i ragazzi. Non si dissuadono i ragazzi dal giocare ma li si ammonisce: fate riferimento ai siti legali della stessa AAMS. Dovrebbero essere enti autonomi come le Province, le Regioni o le Università e non soggetti in conflitto di interesse - l’AAMS percepisce dalle sole slot machine 250 milioni di euro all’anno - a proporre serie iniziative di sensibilizzazione.
Ritiene che allo Stato si possa addebitare una precisa responsabilità nella crescita del gioco d’azzardo?
Negli ultimi 15 anni sono state votate leggi per liberalizzare sempre più il gioco: esecutivi di differente appartenenza politica, con maggiore spregiudicatezza dei governi di destra, si sono succeduti in questa corsa alla deregulation. Anche oggi si sceglie di investire nel gioco, dalle lotterie al consumo alle video lottery: dalla vendita delle macchinette lo stato ha già incassato 850 milioni, mentre profitti minori verranno dalla tassazione ferma al 2% di PREU (Prelievo Unico Erariale) fino al 2013. In questi anni la tassazione sul gioco è diminuita (dal 28% del 2004 al 14,3% di oggi) anche se in termini assoluti le entrate sono aumentate – 8,8 miliardi di euro nel 2009 - con il numero dei giocatori. I gestori e le società, italiane e straniere, ringraziano e gli investimenti nel nostro Paese aumentano.
La campagna contro il gioco d’azzardo promossa dall’AAMS d’intesa con il Codacons recita “AAMS. Il governo dei giochi”. In primo piano si vede l’immagine di un timone e sotto lo slogan “Il gioco è bello quando è responsabile. Responsabilità è giocare senza perdersi. Responsabilità è non consentire il gioco ai minori”…
Chi cade nel gioco patologico è stato descritto dall’AAMS come un malato o un irresponsabile: una strategia per negare le responsabilità dell’AAMS stesso, dei gestori e di tutti coloro che promuovono il gioco d’azzardo. L’AAMS insiste nel distinguere nettamente fra spazi legali e illegali, connettendo il rischio di dipendenza esclusivamente ai primi. Come se lo stato dicesse, se fumi le sigarette di contrabbando ti ammali, se comperi quelle che ti vendo io non hai nulla da temere.
L'estate scorsa la Provincia di Reggio Emilia, con la collaborazione del Centro Sociale Papa Giovanni XXIII ha promosso un’importante campagna di sensibilizzazione contro il gioco d’azzardo…
Abbiamo lanciato un messaggio in controtendenza: oltre ai volantini distribuiti alla cittadinanza, sui maxi side installati sui tram, era possibile leggere uno slogan chiaro “Chi vince è sempre il banco”. Voluta dall’assessore alla Sicurezza Sociale, Fantini, questa campagna descrive il gioco per quello che è, in primis una perdita di denaro e un investimento sbagliato, oltre ad una potenziale trappola. Sono stati consegnati anche dei portamonete con lo stesso slogan, per dire che attraverso il risparmio e gli investimenti sani, e non con un gratta e vinci, si cambia la vita. Sulle stesse affissioni era visibile il numero a cui rivolgersi per una richiesta di aiuto, quindi un segnale concreto.
In Italia, a differenza di altri Paesi il gioco patologico non è riconosciuto dallo Stato…
Siamo il Paese europeo in cui si gioca di più, oltre 54 miliardi di euro nel 2009, e una delle legislazioni più arretrate in materia. Nonostante il gioco d’azzardo patologico sia stato inserito fra le dipendenze dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) già negli anni 80’, in Italia non è incluso nei Livelli Essenziali di Assistenza, quindi non vi è nessuna garanzia di poter accedere a strutture pubbliche. Un giocatore patologico non ha diritto ad essere accolto presso una struttura residenziale, fra un colloquio e l’altro è lasciato solo, torna alla vita normale e alle sue tentazioni, gioco d’azzardo compreso. In Piemonte e in Toscana sono stati avviati dei progetti pilota finanziati dallo stato e i giocatori possono entrare in comunità terapeutiche, nella nostra Regione è possibile rivolgersi ai SerT per dei colloqui individuali. Spesso è il privato sociale, come la nostra associazione a sostituirsi allo stato. I costi delle strutture private sono esorbitanti e non essendo inserito fra le patologie il gioco d’azzardo patologico non dà diritto a giorni di assenza dal lavoro.
Attualmente in parlamento giace un disegno di legge sulle ludopatie…
L’ultimo in ordine di tempo è il disegno di legge voluto dalla senatrice Baio, attualmente fermo fra le Commissioni Sanità e Finanze. Nel corso degli anni si sono succedute diverse proposte di legge ma è sempre mancata la maggioranza per l’approvazione: in Parlamento dobbiamo constatare che esiste una lobby del gioco trasversale ad ogni schieramento.
Per maggiori informazioni:
Coordinamento Nazionale Gruppi per Giocatori d’Azzardo
Via Madre Teresa di Calcutta 1/E - Reggio Emilia
tel. 0522/53.20.36
fax 0522/53.34.72
www.conagga.it
info@conagga.it
presidenza@conagga.it
Giocatori Anonimi è "un'associazione di uomini e donne che mettono in comune la loro esperienza, forza e speranza per risolvere il loro problema comune e aiutare altri a recuperarsi dal gioco compulsivo." Questa è la definizione che balza subito all'occhio sfogliando le pagine del sito dell'Associazione Giocatori Anonimi Italia (G. A.): un'organizzazione che ripropone il metodo già positivamente sperimentato negli Stati Uniti dall'associazione "Games Anonymous" e che in Italia si articola in oltre 40 gruppi, quattro dei quali nella nostra regione (due a Bologna e due a Ravenna).
Come nell'esperienza statunitense GA si basa sul metodo operativo dell'auto-aiuto ed è interamente costituita da persone accomunate dal desiderio di smettere di giocare. Giocatori, dunque, come essi stessi si definiscono anche dopo mesi o anni di astinenza dal gioco: "La parola 'ex giocatori' non esiste. – racconta Andrea, membro del gruppo bolognese - Noi siamo sempre giocatori. Questa è una malattia da cui non si guarisce, perché, dal momento che la persona torna a giocare anche una sola volta, rischia che torni viva la compulsione, l'ossessione. E' però una malattia che può essere fermata, ed è proprio questo lo scopo della nostra associazione."
La sezione bolognese dell'organizzazione nasce nel 2000 da due giocatori di Bologna, che frequentavano settimanalmente il gruppo milanese di GA e che hanno scelto di fondarne uno nella propria città. I gruppi di Bologna si riuniscono settimanalmente, rispettivamente il martedì e il giovedì, presso una sala messa a disposizione dalla Parrocchia di via della Beverara, a cui l'organizzazione paga regolarmente un affitto perché, come spiegano i suoi membri: "GA è una realtà completamente autonoma, sia a livello economico, che politico e confessionale. Fotocopie, affitto ed eventuali spese vengono quindi pagate attraverso piccoli contributi, generalmente non più di un euro, che i membri del gruppo scelgono di devolvere al termine di ogni incontro."
Difficile fare un identikit dei componenti dei gruppi: persone con storie diverse, di età anche molto differente (tra i 17 e i 75 anni, circa), quasi tutti uomini. Forse perché le donne, come spiega Andrea, "fanno più fatica ad ammettere la propria dipendenza", o forse semplicemente perché risulta più difficile riconoscersi e ambientarsi in un gruppo quasi completamente maschile.
Il metodo di auto-aiuto utilizzato da GA è comunemente noto come "Metodo dei 12 passi": si basa cioè su un programma, che prevede 12 letture sul tema del recupero e 12 sul tema dell'unità, intesa come lavoro di gruppo e coesione del gruppo stesso. Ogni seduta viene aperta dal Segretario (figura nominata semestralmente a rotazione tra coloro che non giocano da più tempo), che legge a rotazione uno dei 12 passi, che rappresentano una sorta di "protocollo di intervento" dell'organizzazione.
Partendo dagli spunti presenti nel passo letto ogni persona può parlare liberamente di sé, di come si sente, di quello che sta attraversando. "Bisogna tenere però sempre presente – aggiunge Andrea – che la riunione rappresenta soprattutto un momento di verifica del proprio processo di recupero. Il programma vero di recupero si fa fuori dal gruppo, nel quotidiano". Per questo è fondamentale la figura dello Sponsor, che è colui che il nuovo arrivato "sceglie" all'interno del gruppo per confrontarsi, sfogarsi, chiedere consigli. "La figura dello Sponsor non è formale, io ad esempio ho capito solo dopo due anni chi fosse il mio Sponsor – spiega Matteo, membro del gruppo ormai da diversi anni – Quando una persona nuova entra nel gruppo riceve i numeri di telefono di tutti i partecipanti, ma tendenzialmente è portato a scegliere qualcuno con cui confrontarsi anche al di fuori, con cui creare un rapporto di fiducia."
Un metodo dunque basato fondamentalmente sull'empatia, che trae la sua forza dall'identificazione nell'altro, dalla condivisione di una comune difficoltà e di un comune scopo. "Io sono arrivato qui – prosegue Matteo - perché il giorno che ho alzato il telefono e ho chiamato il numero dei GA mi ha risposto un altro giocatore. Quindi quando ho chiamato c'è stata in me l'identificazione esatta con l'atra persona. Per me è molto più difficile raccontare ad un esterno la mia esperienza perché difficilmente può capire davvero il problema, invece è molto più semplice parlare con un giocatore, che ha i miei stessi sentimenti e capisce le mie motivazioni. L'identificazione nel gruppo avviene perché senti le testimonianze di persone che vivono cose molto simili alle tue, quindi ti viene più facile aprirti con loro."
Gli studi comparativi effettuati negli Stati Uniti attestano che, proprio per questo motivo, "i gruppi di auto-aiuto rappresentano in assoluto il metodo di recupero più efficace". Eppure, nonostante questo comprovato successo, l'organizzazione spesso fatica a radicarsi in nuovi territori e a coinvolgere nuove persone. "Non si tratta di un problema economico o organizzativo – spiega Matteo – ma piuttosto di una difficoltà legata alla nostra dipendenza. Ad esempio recentemente abbiamo avuto contatti con un Comune della provincia bolognese, che ha dimostrato grande apertura e interesse per la nostra attività; ci avevano anche trovato una sala e messo a disposizione i loro canali informativi, ma la persona che doveva aprire il nuovo gruppo è tornata a giocare e non si è fatto più niente. Questi episodi purtroppo capitano di frequente."
Ma informare sulla propria attività e coinvolgere così nuove persone nei gruppi è per l'organizzazione un elemento di importanza vitale, non solo per ampliarsi, ma soprattutto perché, come sottolinea Andrea: "è tramite le nuove persone che noi 'riusciamo', sia nel nostro scopo di associazione, che nel nostro percorso di recupero personale, perché confrontandoci con l'altro, prendendoci cura di lui, ci prendiamo cura così anche di noi stessi."
Per informazioni:
Associazione Giocatori Anonimi
Centralino Nazionale: tel. 338/127.12.15
Gruppi di Bologna, tel. 340/338.13.17 – 345/479.00.37
e-mail: info@giocatorianonimi.bo.it – gabologna@rocketmail.com
www.giocatorianonimi.org
Per i familiari o amici di giocatori compulsivi:
Associazione Gam Anon
Centralino Nazionale: 340/49.80.895
Gruppo di Bologna, tel. 334/610.82.12
e-mail: 66fiore@libero.it
www.gmanonitalia.org
Come accade per qualunque altra dipendenza patologica, anche uscire dal tunnel del gioco d’azzardo è difficile, ma non impossibile. Per aiutare i giocatori e le loro famiglie a riconquistare un equilibrio, la Cooperativa Sociale Lag di Vignola ha avviato da un paio d’anni Rien Ne Va Plus, un servizio gratuito che propone gruppi di auto aiuto coordinati da un supervisore esperto. Ai gruppi partecipano utenti inviati dai Sert e giocatori che scelgono – quasi sempre spinti dalle famiglie – di affrontare il problema.
Per comprendere a fondo quali siano i principi guida e le modalità proposte dal servizio della Lag, abbiamo parlato con il dott. Giuseppe Pugliese, che segue e coordina i gruppi, tiene i contatti con le famiglie e aiuta i giocatori a comprendere ciò che si nasconde dietro l’ossessione per il gioco.
Come inizia il percorso di uscita dal gioco d’azzardo patologico?
Raramente inizia con una vera presa di coscienza da parte dell’interessato. Un tratto che accomuna i giocatori, oltre allo stato di solitudine e di alienazione dal mondo, è la salda illusione di sapersi controllare e di non essere in alcun modo dipendenti dal gioco. Per questo di solito si arriva qui tramite i Sert o più spesso perché in famiglia qualcuno nota comportamenti sospetti, si accorge dei buchi finanziari dovuti al gioco e mette alle strette il giocatore, costringendolo a curarsi.
Il percorso inizia con un colloquio individuale in cui cerco di misurare la gravità della situazione, di farmi un’idea del contesto in cui l’utente si muove e di spiegargli quali sono i principi e le regole che occorre accettare per prendere parte ai gruppi.
Quali sono questi principi?
Prima di tutto è necessario che chi chiede di fare parte del gruppo sia disposto a sospendere il gioco per la durata del percorso, cioè per circa 18-24 mesi. Per questo consigliamo ad esempio di non frequentare bar e tabaccherie dove ci siano macchinette, di non tenere denaro in tasca… Sappiamo bene che non è cosa facile, che i primi mesi sono molto duri e che qualche scivolone è possibile, ma pretendiamo impegno e ad ogni passo falso segue un’analisi profonda dell’accaduto e una riflessione condivisa col gruppo. Altra regola fondamentale è la continuità, la frequenza costante: ricordo sempre che l’incontro del lunedì deve essere un momento atteso, cercato e pensato, una priorità per ciascuno. Chiedo poi a tutti, sembra ovvio ma non lo è, la sincerità: chi frequenta il gruppo è chiamato ad essere sincero con sé stesso, con me che sono il coordinatore, con il gruppo intero, e questa non è cosa di poco conto se pensiamo che un giocatore è abituato a mentire. L’ultimo punto infine, forse il più delicato, consiste nel nominare – se già non è stato fatto – un referente del denaro. Occorre che ci sia qualcuno, di solito è il coniuge o un famigliare, che tenga monitorate le finanze, che mi aiuti a verificare effettivamente che l’utente abbia sospeso le giocate. Quella del referente è una figura importante ma molto delicata: occorre fare in modo che l’utente non viva questa richiesta come un’imposizione ma solo come una condivisione proposta a fin di bene.
Come si svolge l'attività di gruppo?
Una volta alla settimana per un paio d’ore i giocatori e, se vogliono, i loro referenti o i loro famigliari si ritrovano insieme a me. I gruppi sono composti da 10-15 persone, e a condurre l’incontro sono gli stessi utenti, uno dopo l’altro, di mese in mese. Nel ruolo di conduttori si è chiamati ad una maggiore responsabilità: bisogna mettere da parte il proprio vissuto personale, stimolare gli altri a raccontarsi e riflettere con occhio più distaccato e al tempo stesso più profondo anche su di sé. Io pur essendo presente mantengo una certa distanza dal gruppo, coordino le attività, tengo i rapporti coi referenti e se occorre approfondisco questioni più delicate in colloqui individuali, fermo restando che il gruppo è la chiave dell’intero percorso…
Può spiegare meglio?
Intendo dire che ciò che dà senso all’intero percorso è proprio il gruppo con le sue dinamiche: nel gruppo si condividono i problemi della famiglia e la difficoltà vissuta sul piano delle relazioni, nel gruppo si analizzano i motivi di un passo falso e si ricevono invece gratificazioni per i traguardi raggiunti, si condividono consigli utili ed esperienze. Si parla della vita, e solo in quanto specchio delle tensioni e dei problemi, si parla di gioco. Il gruppo è un riferimento perché offre un supporto, perché è vissuto come un referente a cui dare conto del proprio impegno, e perché nel gruppo c’è la regola della sospensione del giudizio. Ripeto spesso ai gruppi che la società è impregnata di giudizi e pregiudizi, che sono i tribunali a emettere sentenze, ragion per cui occorre mantenere un clima accogliente.
Quanto è importante l’aiuto che viene dal contesto famigliare?
E’ cruciale, non c’è dubbio: i referenti del denaro per primi devono sentirsi parte del percorso, e ugualmente è gradita la presenza dei famigliari al gruppo. Ma non basta esserci. Chi vuole aiutare un famigliare con problemi di gioco d’azzardo patologico, non deve porsi come un controllore perché questo cozzerebbe con il bisogno del giocatore di pensarsi capace di mantenere il controllo totale. E ugualmente nel caso ci sia un deterioramento grave dei rapporti coniugali, nel caso si sia ormai disperati e stanchi e non si abbia più alcuna fiducia nel famigliare, è meglio astenersi dalle sedute. Il metro di valutazione del buon aiuto è sempre l’utente. E’ bene che il referente o il famigliare ci sia se l’utente ne riconosce la presenza come positiva, se quindi ne accetta l’aiuto come un’opportunità e non come un’imposizione.
E dopo il percorso?
Premetto che l’obbiettivo del percorso che proponiamo noi non è l’astensione dal gioco per tutta la vita. Quello che si dovrebbe raggiungere è piuttosto una certa consapevolezza critica rispetto ai propri comportamenti, ai propri bisogni e al proprio rapporto col gioco. Tuttavia spesso sono proprio gli ex giocatori che per la paura di cadere nuovamente nella trappola, scelgono di non avvicinarsi più a nulla che abbia a che fare con scommesse, slot machines o altro. Il trattamento porta ad un cambiamento nelle abitudini e implica il raffreddamento delle relazioni con chi ancora gioca d’azzardo. Ma mentre alcuni riescono a frequentare lo stesso bar di sempre senza avvicinarsi più alle macchinette, per altri è necessario evitare ogni locale che possa ricordare il problema del gioco.
In tutti i casi cerchiamo sempre di aiutare chi si sta riabilitando affinché ritrovi gli interessi dimenticati o perché si impegni in sfide e passioni nuove, che siano lo sport, il teatro, l’arte, il volontariato o altro ancora. Tutto va bene purchè riempia in modo sano quel vuoto lasciato dal gioco.
Per informazioni:
Cooperativa Sociale Lag Vignola
www.lagvignola.it
Giuseppe Pugliese
e-mail: prevenzione@lagvignola.it
Il centro per le dipendenze Papa Giovanni XXIII si trova a qualche chilometro dal centro di Reggio Emilia, dove la zona industriale, con i suoi parallelepipedi di cemento armato, lascia spazio alle distese di viti. Un luogo non casuale perché per uscire dal gioco patologico occorre riprendere contatto con se stessi, lontano dai luccichii di slot machine, tabaccherie e cartelloni pubblicitari.
Quante richieste di aiuto ricevete annualmente?
Dal 2000 quando abbiamo deciso di occuparci di gioco d’azzardo patologico abbiamo avuto in trattamento più di 500 persone. La scelta di aprire una struttura di questo tipo è nata per sopperire alle mancanze del pubblico: la piaga del gioco si allarga e molto spesso i giocatori non sanno a chi rivolgersi. Attualmente presso il nostro centro sono attivi presso quattro gruppi d’incontro, per un totale di 50 persone che settimanalmente partecipano alle nostre attività.
Di solito sono i giocatori stessi che si rivolgono al centro o venite contattati dai familiari?
Molto spesso sono i familiari a prendere contatti con il nostro centro. Il giocatore patologico è talmente invischiato nella dipendenza che perde la capacità di valutare razionalmente la situazione, smettere di giocare per lui significa perdere la possibilità di recuperare quanto ha già perso e l’inseguimento della vincita continua.
Come aiutate i giocatori patologici che vi chiedono aiuto?
Presso il nostro centro è possibile intraprendere sia colloqui individuali con gli operatori che partecipare a gruppi d’incontro. Le attività di gruppo sono il focus del nostro progetto: il confronto con chi ha avuto esperienze simili è fondamentale, si parla e si racconta il proprio vissuto, si stabiliscono relazioni e ci si sostiene a vicenda. È anche un modo per trarre forza dal racconto di chi ce l’ha fatta, mentre si tenta di evitare gli ‘errori’ di chi è caduto di nuovo nella trappola.
Nel trattamento sono coinvolti i familiari?
Gli incontri dei gruppi sono aperti anche ai familiari, in alcuni casi si opta per una ‘terapia di coppia’. A differenza di quanto accade negli incontri di gruppo, centrati sulla dipendenza, nei colloqui individuali gli utenti parlano maggiormente dei legami all’interno della famiglia e di come il gioco abbia messo a repentaglio le relazioni affettive.
Quanto dura in media un percorso terapeutico? È possibile parlare di uscita definitiva dalla dipendenza?
In media un paio d’anni, ma dipende molto da individuo a individuo, alcuni rimangono in trattamento per 6 mesi, altri proseguono la terapia molto più a lungo, tre o quattro anni. Alcuni utenti poi decidono di partecipare ai gruppi di auto aiuto anche dopo la fine della terapia convenzionale, quando, secondo i nostri esperti la patologia non necessiterebbe più di incontri settimanali. Non fissiamo scadenze, ognuno è libero di lasciare il gruppo quando vuole, ma anche di proseguire negli incontri fino a quando non sente di farcela da solo. D’altra parte se è vero che possibile uscire dalla dipendenza è altrettanto vero che l’incidenza delle ricadute è più alta del rischio di ammalarsi del resto della popolazione.
Quello che proponente ai vostri utenti è un percorso standard o l’approccio terapeutico varia a seconda dello stato emotivo?
In linea di massima noi consigliamo di smettere definitivamente con il gioco, di dire basta, ma per alcuni questo può risultare estremamente difficile quindi si scelgono programmi alternativi, si tenta di porsi dei limiti, di delimitare spazi di vita, tempi e somme di denaro che il gioco può assorbire. Se non si smette completamente è più facile che ci siano recidive: in questi casi mettiamo in atto un programma di riduzione del danno attraverso l’educazione al gioco, la consapevolezza di se stessi e dei propri limiti.
Esiste una collaborazione fra il vostro centro e le strutture pubbliche per le dipendenze patologiche (SerT, Ausl… )? E con le istituzioni?
Sì, esistono collaborazioni sia con i SerT che con i Centri di Salute Mentale. Spesso la dipendenza si affianca ad altre patologie, dalla depressione agli stati ansiogeni per cui è utile un trattamento integrato, anche con il supporto di farmaci. I nostri trattamenti non prevedono l’assunzione di medicinali ma si basano su un approccio psicologico – comportamentale. Siamo in contatto anche con i C.S.S.A (Centro Servizi Sociali Adulti) che fanno riferimento al Ministero di Grazia e Giustizia per quanto concerne i reati commessi dai giocatori per finanziare il gioco. La partecipazione ai nostri gruppi ha permesso ad un paio di persone di intraprendere un percorso di uscita dalla dipendenza e di ottenere l’affidamento sociale esterno, in alternativa al carcere.
Quella svolta dal Centro Papa Giovanni XXIII è un’attività a tutto campo, non solo trattamenti terapeutici ma anche campagne d’informazione e formazione degli operatori…
Siamo impegnati in entrambi i campi. Con le istituzioni locali abbiano intrapreso progetti per sensibilizzare la cittadinanza, come la campagna informativa “Chi vince è sempre il banco” promossa in collaborazione con la Provincia. Grazie ai finanziamenti del Comune di Reggio abbiamo realizzato materiale informativo. Di recente abbiamo affiancato, con dei corsi di formazione rivolti agli operatori, una nuova associazione che nel modenese si occupa di gioco d’azzardo patologico. Altri interventi, sul versante della formazione, sono stati realizzati nelle Università e nei SerT. Nella nostra regione, come nel resto dell’Italia sono ancora pochi i progetti del privato sociale in questo campo: oltre al nostro centro sono attivi la Lag di Vignola, il centro Centofiori a Rimini, i Giocatori Anonimi a Bologna e Ravenna.
Per maggiori informazioni:
Centro Sociale Papa Giovanni XXIII
Via Madre Teresa di Calcutta 1/E - Reggio Emilia
Tel. 0522/38.31.70 - 0522/51.29.70
www.libera-mente.org
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Mi chiamo Franco - uso un nome fittizio per mantenere l’anonimato - e sono un giocatore compulsivo. Non mi definisco ex giocatore perché il male da cui sono affetto è una malattia da cui non si guarisce, che posso controllare, ma che farà sempre parte di me e sulla quale devo riporre molta attenzione. Ho cominciato a frequentare il gruppo dei G. A. (Giocatori Anonimi) grazie ad un consiglio di mia nuora che aveva trovato su internet l'associazione e la frequento da sei anni e otto mesi. Da allora seguo due incontri a settimana, il martedì e il giovedì. Poi, se riesco, vedo anche altri gruppi. All'inizio quando sono arrivato qua eravamo cinque persone, io ero molto scettico.Piano piano, frequentando il gruppo, vedevo che le persone intorno a me avevano i miei stessi problemi e mi sono aperto: ho cercato di condividere il mio problema con gli altri e, per due anni, ho smesso di giocare. Sapevo che dovevo fare molta attenzione perché, ripeto, questa è una malattia dalla quale non si guarisce. Quando giocavo ero molto nervoso. In casa non parlavo mai, non consideravo nessuno. In casa non si parlava mai del gioco. L'unica cosa che mi ha fatto aprire è stata il gruppo, perché qui mi son trovato con altre persone che avevano il mio stesso male.
Ho cominciato a giocare circa trent’anni fa. Mio padre era un giocatore ma non so se la mia condizione derivi da questo. Aveva un’impresa edile e si mangiava tutto tra donne e gioco.
Cominciai ad andare con degli amici al casinò o a giocare ai cavalli. Da lì mi è venuta la compulsione del gioco. E mi sono messo a giocare. Quando giocavo non pensavo a niente né a mia moglie, né a mio figlio, né ai parenti. Bastava che stessi davanti alla macchinetta oppure, andavo al casinò, a Ibiza, per esempio. L’importante era andare a giocare, della famiglia non mi fregava niente, la dimenticavo. Mi ricordo che quando venivano le feste natalizie o le ferie estive, visto che io e mia moglie le trascorrevamo separati, io dedicavo tutto il mio tempo al gioco. Mi giocavo i soldi delle bollette: al posto di andarle a pagare mi fermavo al bar. Alla sera, quando finivo di lavorare, mi fermavo al bar per giocare alla macchinetta e, la mattina successiva, invece di andare a lavorare, tornavo a giocare a quella macchinetta in cui io avevo messo i soldi la sera prima. Ovviamente questa mia dipendenza ha inciso anche sul lavoro perché i miei colleghi sapevano che giocavo. Facevo il parcheggiatore e, se volevo, potevo facilmente racimolare soldi: quando venivano a parcheggiare le macchine, non le facevo parcheggiare e mi tenevo il denaro del pedaggio. Sono stato fortunato perché una persona mi ha permesso di lavorare fino alla pensione visto che mi mancava poco tempo. In quel periodo trovavo qualsiasi escamotage per avere denaro da giocare. Mi sarei giocato anche la casa, se fosse stata mia. Fortunatamente ero in affitto.
Dopo due anni di astinenza sono caduto una prima volta. Mi sono giocato tutti i soldi che avevo, i miei e quelli di mia moglie, l'oro di mia moglie. Ho racimolato tutto il denaro che potevo e sono andato a giocare. Senza vincere ovviamente; perché non è che si vince. Un giocatore, come me, si mette lì, davanti alla macchinetta, e non vince mai.
Dopo una settimana, grazie anche al supporto di mia moglie, sono ritornato al gruppo. In quel periodo, anche mia moglie frequentava gli incontri dell’associazione a sostegno dei familiari dei giocatori, i GA Anon e anche lei, come me, frequenta le riunioni da sei anni e otto mesi. Non ho intrapreso questo percorso perché lo seguiva lei ma l'ho fatto per me, perché volevo smettere io. Non per stare vicino a mia moglie o ai mie i figli anche perché, i due gruppi, quello dei giocatori e dei familiari, sono divisi, hanno incontri separati, noi il martedì, loro per esempio il giovedì. Mi ero rivolto, contemporaneamente, anche ad un centro di igiene mentale dove mi avevano sottoposto ad una cura con dei farmaci e dei calmanti. Decisi, poco dopo,di abbandonare questo tipo di trattamento e di frequentare i GA e di seguire i dodici passi con tutto l'impegno. Per me, il gruppo è diventato come un potere superiore. Avevo Dio ma poi è stata questa stanza a prevalere perché mi ha aiutato moltissimo.
Sono poi ricaduto una seconda volta e, questa, è stata di gran lunga peggiore. Mi son trovato mia moglie lì, al bar, davanti a me. Dal nervoso mi sarei buttato sotto una macchina. Ero molto nervoso, nervoso per il gioco, nervoso per il fatto che mia moglie fosse venuta a cercarmi.
Adesso sono diciotto mesi che non gioco, sono abbastanza tranquillo anche se questa vita è molto dura. Ricominciare a seguire tutti i giorni il flusso di una vita normale è davvero difficile soprattutto adesso che sono pensionato e ho molto tempo libero. Esco poco perché ho paura, ho paura di ricadere nella tentazione del gioco. Quello che cerco di fare è far trascorrere le ventiquattro ore della giornata senza giocare per essere a posto con me stesso. Leggo i dodici passi, le testimonianze dei giocatori e recito la preghiera. Poi ci sono gli incontri con il gruppo che, come ho già detto è, oggi, per me il potere superiore che mi guida. Il rapporto con la mia famiglia e con mio figlio va bene, ho anche una nipotina e quindi sono a posto. Penso a far passare le ventiquattro ore e, adesso, sono diciotto mesi che non gioco. Speriamo di continuare così.
Mi chiamo Andrea ma non è il mio vero nome. Ho iniziato in queste stanze, dei G. A. (Giocatori Anonimi), nel 1990 come tossicodipendente e alcolista poi, sono rimasto pulito e sono quindici anni che non uso nessun tipo di droghe, né di alcol.
Nel frattempo ho iniziato a giocare al casinò. All’inizio era per me una bella esperienza, che mi faceva vincere un sacco di soldi. Ero riuscito a mettere su un'attività in proprio con degli operai, guadagnavo parecchio e, visto che non mi sentivo più di fare la vita da tossico e alcolizzato, trovavo soddisfazione nel gioco. Mi piaceva, mi piaceva proprio giocare, mi piaceva quando mi preparavo per andare al casinò, quando entravo nel casinò e quando ne uscivo.
Questa era una cosa che facevo anche con mia moglie, non ero solo. Insieme assumevamo sostanze, poi abbiamo smesso, ma abbiamo continuato ad andare al casinò.
Poi, senza che nessuno me lo dicesse o mi spingesse, iniziai a capire che bisognava pensare ad una soluzione per far fronte alla situazione. Il gioco era diventato un problema, un problema resistergli.
Nelle mie esperienze, prima come tossicodipendente e poi come giocatore d'azzardo, avevo cominciato a capire che c'era qualcosa che non stava più funzionando.
Ho divorziato da mia moglie perché non potevamo andare avanti così. Inconsciamente cercavo una via d'uscita ma sapevo anche che la situazione che stavo vivendo, cioè il rapporto con un altro dipendente, non poteva proseguire e ho cercato di chiudere la relazione perché pensavo che fossero le persone che mi erano intorno ad istigarmi al gioco. Non avevo ancora capito che era una malattia che avevo dentro di me. Allontanare chi mi stava vicino, infatti, non servì a risolvere il problema; continuavo a giocare.
Poi mi sono accompagnato con un'altra donna che vedevo come un'ancora di salvezza perché era una persona che non usava né alcol né fumo e non giocava. Una donna perfetta per me. Ho cominciato a puntare tutto su di lei, pensavo che mi avrebbe salvato mentre, invece, non è stato così. Ho continuato a giocare anche con la paura di perdere questa relazione.
Smisi di andare al casinò perché era un viaggio troppo lungo che mi impegnava tutta la giornata. Andavo a giocare alle macchinette nei bar e vedevo che giocando mille o duemila euro, ben che andava, potevo vincerne al massimo cinque o seicento. Il casinò dava l'illusione del colpo perché anche se perdevo tre o quattro mila euro avevo comunque la possibilità di vincerne anche un milione o centomila.
I problemi sono iniziati quando ho deciso di smettere, quando cercavo, per lo meno, di controllarmi senza riuscirci.
E’ iniziata, così, la ricerca di centri di recupero: andai a Bolzano per tre giorni in un centro a pagamento per giocatori d'azzardo e non funzionò, poi optai per una clinica in Valle d'Aosta dove rimasi per dodici giorni seguito da psicologi e psichiatri e anche questa volta con scarsi risultati. Poi, tramite un ragazzo conosciuto ai gruppi dei narcotici anonimi a Milano, sono venuto in contatto con i GA e, visto che in precedenza avevo seguito un programma di recupero simile per disintossicarmi dalle sostanze, decisi di seguire gli incontri. Non sono rimasto pulito subito.
Sono dieci anni che frequento questi gruppi e sono pulito solo da quasi sette mesi. Ho fatto dei periodi sei mesi, nove mesi, un anno; in dieci anni non mi sono mai stancato di cercare. Quello che mi mancava all’inizio era il coraggio di affrontare me stesso, non tanto le situazioni che mi ruotavano intorno perché sapevo di che cosa si stava parlando, sapevo su cosa dovevo lavorare e avevo paura di lavorarci. Non mi sono mai perso d'animo, ho sempre pensato: prima o poi ce la farò, se Dio vuole ce la farò.
Oggi sono sette mesi che non gioco e sono abbastanza soddisfatto, non sono uno di quelli che dice cavolo, dopo dieci anni solo sette mesi... Questa è una malattia abbastanza grave, essere pulito da sette mesi è un miracolo. Ho avuto più difficoltà ad uscire da questa dipendenza piuttosto che dalle dipendenze con sostanze. C'è stato un periodo in cui bevevo, giocavo, mi drogavo: mi facevo di eroina dentro i bagni del casinò.
Questa associazione e questi dodici passi mi hanno dato la speranza di cambiare, di vedere la luce, la speranza di poter dire che ce la posso fare nonostante la consapevolezza della mia personalità distruttiva.
A volte mi viene da dire: come lo definisco un giocatore? Un bastardo, un figlio di puttana, uno che rovina le famiglie? Un disgraziato, un malato o uno che ha bisogno di? Non so come definirlo. Perché finché hai voglia di giocare, tutto va bene, quando poi le cose non vanno più e non possono più andare perché il malessere supera il gusto, allora tiri i remi in barca e cerchi un recupero.
Il passaggio, ovvero l’ammettere che quello da cui si è affetti è una dipendenza è, prima di tutto, un problema di coscienza. Grazie a Dio in tutte le mie compulsioni sono riuscito sempre a cavarmela; tante persone con delle situazioni simili alle mie sono morte. Mi sento abbastanza miracolato.
Ad un certo punto, dopo aver sperperato tanti soldi che potevano servire per i miei figli, la mattina non riuscivo più a guardarmi allo specchio. La mia compagna mi faceva notare non arrabbiata, ma con un tono pacato, che non stavo mai in casa con i miei figli o che non avevamo più i soldi per mangiare.
Queste cose mi hanno fatto capire che era ora di fare marcia indietro ma in realtà non è così facile diventare consapevoli, passa molto tempo, molti non ci arrivano, solo i più fortunati hanno questa illuminazione. Molti si rovinano, tanti vanno a finire sotto i ponti o si suicidano; io sono uno di quelli che ha preso un'altra strada ma in realtà eravamo sulla stessa corsia.
Non mi sento più bravo degli altri, solo più fortunato anche perché andare al casinò di Nova Gorica a duecentotrenta – duecentoquaranta Km/h senza che io fossi un pilota e senza che succedesse nulla, significa che è andata sempre bene.
Per quanto riguarda il lavoro, invece, le mie abitudini hanno inciso perché, avendo un 'attività in proprio, non solo perdevo soldi ma perdevo anche molto tempo.
Stavo rischiando di perdere sia la mia occupazione sia la famiglia perché, nonostante la voglia di smettere fosse tanta, l'ossessione del gioco non era sparita. Non so se messe sulla bilancia da che parte questa poteva pendere, so solo che fino a poco tempo fa pendeva dalla parte che volevo giocare, cercavo il gioco, senza gioco non potevo vivere, non potevo affrontare il quotidiano.
Ecco la differenza tra il malato che non riesce ad affrontare se stesso, il quotidiano, il lavoro, la famiglia e il bastardo che rovina le famiglie.
Oggi mi ritengo molto fortunato ad essere riuscito a tirarmi fuori da certe situazioni. Ho bisogno di questa associazione, del gruppo, di queste persone, di un confronto quotidiano. Sento uno di loro tutti i giorni, leggo la letteratura tutti i giorni, perché più si va avanti e più si riesce a capire la gravità del problema che non è solo il gioco in sé ma tutto un mondo sotto.
Il gioco è solo il punto di partenza. Dei dodici passi solo il primo si riferisce al gioco, gli altri al grande lavoro che devi fare su di te al di là del gioco e, l'ultimo, parla di aiutare altri giocatori una volta che si è riusciti a smettere.
In realtà noi non guadagnamo niente ad aiutare o a telefonare agli altri giocatori. Ma so che, sentirmi quotidianamente con un altro membro del gruppo, mi dà una possibilità in più di riuscire ad arrivare a sera senza giocare perché solo con la mia testa ho un cattivo rapporto. Ho sempre cercato di investire sul recupero, sulla possibilità di poter vivere una vita diversa da quella che avevo vissuto fino al quel momento anche se sono predisposto a vivere in quel modo. Non sono capace di vivere normalmente, sono capace di vivere da giocatore, da tossico, penso da tossico, penso da dipendente; se ho un appuntamento mi devo far violenza per cercare di essere puntuale perché mi vien da dire: se ho tempo ci vado se no, no.
Questa è la dipendenza. Uno cerca sempre di sfuggire, di rifugiarsi, tutto il resto non conta. Ci sono io, la mia malattia e i modi per alimentarla calpestando tutto e tutti: famiglia, lavoro, padre, madre e figli. Tutto quello che ti sta vicino brucia. Per me oggi essere arrivato alla fine della giornata senza aver giocato è un miracolo. Oggi ho fatto le cose normali, ho camminato senza stampelle.
Questa è la forza del gruppo; la possibilità di vivere una vita normale.
Come in altre migliaia di tabaccherie e locali italiani, anche nel bar di Vittorio, alla periferia di Bologna, c’era fino a qualche mese fa un paio di macchinette con cui tentare la fortuna, prima i videopoker, poi le slot-machines.
“Ho tenuto le macchinette, tutte legali, per una decina d’anni principalmente perchè erano una fonte di guadagno comoda: dell’attivazione e del collegamento alla centrale telematica si occupano le ditte specializzate, non ci sono costi di manodopera se non il cambio delle monete, e mi davano comunque qualche migliaio di euro l’anno di introito, a cui occorre aggiungere i caffé, le birre e superalcolici consumati dai giocatori” spiega Vittorio. “Credo non ci sia nulla di male nel tentare la fortuna ogni tanto, ma purtroppo ho dovuto constatare che spesso chi giocava arrivava a puntare anche centinaia di euro facendo del gioco una vera malattia”.
A chiedere a Vittorio di cambiare le monete per tentare la fortuna erano persone di tutti i ceti sociali, tanto gli anziani quanto i giovani, le donne e gli uomini, chi aveva un lavoro o chi non l’aveva. Nelle giornate di pioggia erano soprattutto i muratori, dopo aver consumato un caffé e qualche grappa, a trascorrere ore davanti alle slot-machines. Ma non mancavano nemmeno gli impiegati, i disoccupati, e gli sfaccendati che probabilmente avevano anche qualche guaio con la giustizia. “Spesso mi capitava di sentirli imprecare e sorprenderli a tirar pugni e calci alla slot” ricorda Vittorio. “Molti di loro mi accusavano di aver truccato le macchinette per non farli vincere, e spesso spiegare loro che la cosa era impossibile non serviva a nulla perché la loro era una fissazione. Ricordo bene di un ragazzo – racconta il barista – che era mio cliente da molto tempo. Una persona tranquilla, trent’anni, una moglie, due figli e un buon lavoro. Cominciò a giocare ogni giorno, prese a bere e al mattino mi aspettava davanti al bar per accaparrarsi la macchinetta preferita. Lo vedevo sempre più nervoso, agitato, preso da una frenesia cronica e sempre più aggressivo. Non gli ho mai chiesto cosa avesse, ma è stato lui un giorno a raccontarmi della crisi familiare e dei problemi che lo assillavano. In breve tempo perse il lavoro e si separò dalla moglie”.
Negli anni in cui nel suo bar c’erano le macchinette, Vittorio ha subito minacce e atti vandalici. “Non abbiamo mai avuto problemi seri – dichiara – ma intimidazioni e furti notturni non sono mancati, e anche se non ho mai temuto per la mia incolumità fisica o quella di chi frequentava il bar, posso dire che le macchinette attiravano cattive frequentazioni e mi creavano un certo imbarazzo verso i clienti abituali. Per questo ho deciso di toglierle e di puntare in alternativa su nuovi servizi per la mia clientela, per esempio su un menù più ricco e vario per la pausa pranzo… Spiega. “Da quando le ho tolte sono ben più tranquillo, non ho più subito furti e anche se con i guadagni delle slot ci avrei pagato qualche bolletta, mi convinco della bontà della mia scelta ogni volta che leggo certe brutte notizie sui giornali”.
Silver Shadow è la definizione utilizzata comunemente per indicare le slot machines, ed è anche il nome di una ricerca condotta nel 2006 dall'Osservatorio Epidemiologico Metropolitano Dipendenze Patologiche dell'AUSL di Bologna. Un'indagine che si poneva l'obiettivo di verificare la prevalenza di comportamenti a rischio (legati all'abuso di alcol, all'uso di stupefacenti e alla dipendenza da gioco) tra i frequentatori dei bar nei quartieri della prima periferia di Bologna.
"Abbiamo deciso di fare una ricerca su un target diverso rispetto a quello solitamente rappresentato dai giovani - racconta l'Epidemiologo delle dipendenze Pavarin - e abbiamo mappato i quartieri San Donato e Navile, per vedere se anche in quegli ambienti si assumevano comportamenti di tipo trasgressivo. E' stato un lavoro difficile perchè ci siamo scontrati con le resistenze e i rifiuti di alcuni proprietari degli esercizi commerciali e dei clienti".
Uno studio innovativo nel suo genere perchè non prende in considerazione, come solitamente accade negli studi sulle dipendenze, categorie mirate di soggetti (per lo più i giovani, studenti, frequentatori di locali notturni, soggetti emarginati) ma rivolge lo sguardo a chi viene etichettato come "normale" - persone adulte, occupati o in pensione - osservando i "consumi" dei frequentatori abituali di un bar di periferia.
"Tra i soggetti intervistati - si legge nella ricerca che ha interpellato 308 soggetti in 26 bar - i maschi erano l'85%, gli stranieri l'11%, età media 43,4 anni": persone di mezza età che sono socialmente credibili e per questo sono considerati immuni a comportamenti estremi, più facilmente attribuibili alle nuove generazioni. Emerge da queste considerazioni il concetto di normalità deviante, che rappresenta il filo conduttore e la chiave di soluzione di questa ricerca che non si limita ad analizzare il fenomeno della dipendenza ma offre indicazioni per l'attuazione di strategie di prevenzione. "I progetti di prevenzione - si legge infatti nello studio - devono considerare anche quei comportamenti pericolosi (guidare dopo aver bevuto alcolici, consumare saltuariamente stupefacenti, giocare abitualmente con le slot machines), considerati "quasi normali" se messi in atto dalle personi comuni". Tra questi i pensionati, che rappresentano una delle categorie esposte al rischio di dipendenza da gioco e sono - assicura Pavarin - "i maggiori acquistatori di gratta e vinci".
Ma chi sono i soggetti maggiormente a rischio? Esistono categorie sociali vulnerabili? E' possibile insomma fare un indetikit del giocatore d'azzardo? "Assolutamente no - risponde deciso Pavarin - per il semplice fatto che il fattore a rischio più grosso è la facilità con cui si può entrare in contatto con il gioco, senza alcuna barriera all'accesso; non c'è alcun legame con le caratteristiche individuali delle persone. La nostra ricerca è stata condotta in zone periferiche, nei locali di ritrovo frequentati da lavoratori e pensionati; se avessimo preso in esame zone residenziali avremmo trovato altri profili di giocatori".
Unica distinzione permessa è quella tra giocatori sociali e giocatori patologici: come i bevitori sociali o i fumatori occasionali, i primi guardano al gioco d'azzardo come un'attività di divertimento, in cui investire deliberatamente parte del proprio denaro. Per alcuni questo divertimento si trasformerà in dipendenza: "I giocatori compulsivi sono quegli individui che si trovano cronicamente e progressivamente incapaci di resistere all'impulso di giocare. Non presentano caratteristiche somatiche, di età, di sesso o di classe sociale che li rendano riconoscibili". L'unico dato certo è rappresentato dai numeri forniti dai ricercatori: "nella popolazione adulta la prevalenza stimata di giocatori problematici varia dall'1% al 3% e risulta in crescita , soprattutto nelle aree ad alta concetrazione di giochi legalizzati ed è determinata da più fattori, come la notevole differenziazione dei giochi disponibili e la diffusione capillare dei luoghi dove è possibile giocare".
E' evidente il riferimento alla responsabilità dello Stato nel prosperare di un settore che rappresenta per le sue casse "un'entrata fiscale rilevante". Per fermare lo sviluppo di questo fenomeno - che riguarda, attenzione, "non solo chi gioca a carte per soldi o alle macchinette, ma anche chi abitualmente gioca al Lotto o acquista i gratta e vinci" - lo studio propone di agire con iniziative che mirano a prevenire certi comportamenti, piuttosto che intervenire a posteriori (con i gruppi di auto aiuto, ad esempio). Tra le iniziative di prevenzione proposte: l'addestramento degli operatori delle sale da gico all'individuazione di soggetti problematici, l'istituzione di linee verdi d'aiuto, l'effettiva applicazione del divieto di accesso per minori alle sale giochi, l'introduzione della raffigurazione dei rischi del gioco d'azzardo nei programmi scolastici e in quelli rivoli ai genitori."
Le nuove dipendenze che comprendono, tra le altre, gioco d’azzardo, shopping compulsivo e internet addiction, si distinguono per l’assenza di dipendenza da una sostanza.Queste patologie si manifestano attraverso comportamenti compulsivi e problematici, disfunzioni e difficoltà relazionali, ossessioni e disturbi della personalità fino ad una completa alterazione del rapporto con la realtà e il mondo esterno. Questi comportamenti colpiscono trasversalmente tutte le tipologie di persone senza distinzioni di sesso, età, estrazione sociale e culturale. Negli ultimi vent’anni si è assistito ad un progressivo aumento di queste patologie specie nelle categorie più giovani che, essendo più vulnerabili, ricercano, soprattutto nella “magia e nella seduzione della rete, un altro sé”. Ne abbiamo parlato con il Professor Roberto Pani, docente di Psicologia Clinica all’Università di Bologna, esperto di nuove dipendenze, di tecniche di recupero e, in particolare tra queste ultime, dello psicodramma analitico.
In base alle sue esperienze di ricerca sulle nuove dipendenze e compulsioni, può farmi un quadro generale riguardo questi comportamenti?
Penso che, dal punto di vista sociale, le prime dipendenze compulsive si possano far risalire ad una trentina di anni fa con la comparsa di anoressia e bulimia. Negli ultimi anni questi comportamenti sono molto aumentati. Circa quindici anni fa mi occupai di shopping compulsivo, un fenomeno che ancora in Italia non era molto evidente. Tante di queste mie ricerche hanno, infatti, preso spunto da studi americani dove invece la compulsione da shopping era molto più diffusa per la presenza di grandi store e mall dove era ed è possibile cambiare la merce entro 30 giorni e dove i soldi vengono restituiti interamente se si decide che quel prodotto acquistato non lo si vuole più perché lo si è trovato ad un costo minore in un altro negozio. Ciò ha portato un consumismo esasperato, ad una specie di fast- food anche nel comperare beni che non sono cibo.
Il consumismo genera, ai giorni nostri, le patologie più grandi e, quelli che ne risultano essere più affetti sono spesso giovani. Oggi, vengono spesso riscontrate tra loro compulsioni o comportamenti esasperati senza che siano per forza patologici come il gioco d’azzardo e l’internet addiction. Nelle donne più o meno di tutte le età si riscontra spesso un problema alimentare che, senza parlare di vera anoressia nervosa e di bulimia, accenna ad una tendenza sempre più veloce, consumistica, in un certo senso magica, dove spazio e tempo si annullano.
Fenomeno, questo, che si manifesta anche davanti al computer navigando in internet…
Certamente. Dunque, non c’è ombra di dubbio che dobbiamo riconoscere alla rete molti aspetti positivi: il fatto che ci sia la possibilità di comunicare velocemente in tempo reale aiuta la democratizzazione della comunicazione e la sprovincializzazione della cultura. Di contro, però, aumenta nell’immaginifico le fantasie degli individui perché è come se non ci fosse né spazio né tempo, perché è come se si potesse tutto, come se la vita fosse eterna, come se l’individuo non si riconoscesse più in una persona che nasce, vive, muore. Tutto è sganciato: l’intimità nella rete è scomparsa, tutto ormai viene messo su internet; la pornografia in particolare. La rete diventa uno strumento magico che, anche se ho detto essere progresso, è per molti possibilità di illusione e di compulsione sia nella pornografia, sia nel tipo di comunicazione magica seduttiva, settaria e superstiziosa e infine nei giochi di Second Life che creano l’illusione di essere, del poter creare un falso sé.
Quindi, da cosa pensa siano causate?
Tutte queste dipendenze e compulsioni sono delle eccitazioni in risposta ad un vuoto esistenziale e ad un crollo dei punti di riferimento. Già dagli anni ’70 abbiamo assistito ad una svalorizzazione che si è trasmessa, fino ad oggi, tra i giovani e non giovani. Persone che, prive di bussola, non hanno più la capacità di orientarsi, sentono la loro casa al di fuori del nucleo familiare, sentono la strada ed il vuoto. Quello che rimane è, allora, l’eccitazione della trasgressione trovata nel gioco d’azzardo o in internet soprattutto per ragioni pornografiche.
Sempre riferendosi alla rete, Second Life, il gioco che consente un’incorporazione del soggetto in un personaggio virtuale, fa si che l’individuo non sia più un individuo autonomo ma una parte di quel personaggio che il gioco costruisce per lui. Ciò porta ad una eccitazione che ha, poi, anche dei riscontri fisiologici. La nuova adrenalina, la dopamina e le endorfine sono trasmettitori di cui, negli studi fisiologici su soggetti affetti da questi comportamenti, si riscontra un’alterazione come avviene per le droghe.
Può indicarmi quali sono i contesti - se esistono contesti precisi - in cui si manifestano maggiormente questi comportamenti? Quali sono le cause? C’è un rapporto tra il sesso, l’età e la situazione socio-economica dei soggetti e le varie tipologie di dipendenze?
Allora, diciamo che i modelli sociali, politici e istituzionali non costituiscono più delle garanzie, ma rappresentano delle indicazioni precise della possibilità, del possibilismo assoluto.
L’ambiente sociale, io non voglio dire le famiglie soltanto, porta ad una fragilità del sé, dell’immagine che uno ha di sé. Le promesse sociali e genitoriali non costituiscono più un modo per avere garanzie anzi, creano false illusioni e tante, troppe delusioni.Così, i giovani sfiduciati per le poche certezze lavorative, le tante promesse deluse e non mantenute, assumono sempre più certi comportamenti patologici. La trasgressione fine a se stessa diventa quasi una necessità da parte di queste persone.
Non si può sempre dire che persone in crisi perché non riescono a trovare lavoro, o che hanno subito gravi perdite affettive siano più soggette ad assumere certi comportamenti compulsivi. Ho visto che persone orfane o con situazioni familiari difficili trovano in queste realtà più stimoli, più motivazioni a vivere e a cercare di diventare attori della propria vita, a non rimanere passivi e a non cadere in queste dipendenze.
Quindi non è sempre detto che chi proviene da contesti, da ambienti più disagiati può essere più colpito da queste compulsioni…
No. In generale non c’è sempre una grande differenziazione tra ricchi e poveri, tra contesti e realtà più difficili o meno. Per quanto riguarda il gioco d’azzardo le persone che possono tendere a questo comportamento sono soggetti con poca fiducia in se stessi, con poca autostima che si affidano al caso e alla fortuna per trovare soddisfazione, una specie di riscatto sociale. Molto spesso sono persone con basso reddito, che passano le giornate a spendere così le loro retribuzioni. Questo è valido anche per le persone affette da shopping compulsivo che, si stima, abbiano un reddito inferiore ai quindici mila euro l’anno.
Quando ci si accorge che quella che era nata come una passione, un piacere o un semplice modo di passare il tempo si trasforma in dipendenza? Dove è il confine tra quello che può essere considerato un comportamento normale e lo scatenarsi di una compulsione?
Si possono manifestare dei veri e propri sintomi per esempio, per lo shopping compulsivo s’intende passare buona parte della giornata, anche se non si compra niente, ad investire tempo sul bisogno avido di avere delle cose che prima o poi si compreranno. Riguardo l’internet addiction con particolare attenzione alla sempre più dilagante porno dipendenza si può riscontrare un totale disinteresse verso il mondo esterno, la famiglia e il lavoro. Senza dimenticare sintomi di irrequietezza e di insonnia.
Attraverso la manifestazione di tutti questi comportamenti dovuti all’assenza della pratica si capisce che questa è una sindrome compulsiva perché alla sua assenza si manifestano sintomi di astinenza di ogni tipo e, soprattutto, che non sono dovuti all’assenza di sostanze.
Quindi, si può riscontrare, oltre ad una compulsione solamente psicologica, anche una dipendenza fisica?
Si, si possono avere astinenze come nel caso dell’uso di droghe; sintomi di ansia, irrequietezza e disinteresse. Per esempio, in Giappone c’è stato il caso di alcuni ragazzi che per giocare in Second Life non uscivano più di casa, non mangiavano più, dormivano poco per stare tutto il giorno a vivere questa vita. Quindi, si hanno sintomi di tutti i tipi: alimentari, di insonnia, di un comportamento quasi autistico. Spesso sono dei sintomi molto evidenti che naturalmente dipendono dal tempo impiegato in queste pratiche.
Quali sono i modi di prevenire e di curare questi comportamenti?
Bisogna premettere che, di solito, le persone che hanno questi sintomi sono un po’ restie a cercare aiuto e, prima di tutto, ad ammettere di essere dipendenti da qualcosa. Chi cerca aiuto lo fa auto-curandosi ma, la maggior parte dei soggetti non cerca aiuti terapeutici di nessun tipo. Arriva comunque un momento in cui vanno in crisi e si accorgono che effettivamente gli svantaggi sono superiori ai vantaggi. Solo questa presa di coscienza può portarli a cercare aiuto.
Il metodo che io ho provato e che credo possa risolvere questi problemi è quello dello psicodramma analitico. Questa tecnica, una terapia di gruppo che mette in scena il dramma individuale dal punto di vista degli altri, aiuta molto in le persone che sono dipendenti perché fa giocare scene in cui si solidarizza con gli altri e in cui ci si sente compresi. Se ci sono, invece, persone che dimostrano una buona introspezione, che hanno voglia di lavorare, anche la terapia psicoanalitica individuale può essere efficace. Quando questi soggetti vengono dallo psicanalista, però, sono già pienamente consapevoli della dipendenza da cui sono affetti.
Per maggiori informazioni:
Prof. Roberto Pani
Viale Berti Pichat,5 Bologna
Tel: 051/209.18.41
roberto.pani@unibo.it
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www.giocatorianonimi.org
Sito web dell’associazione Giocatori Anonimi di Bologna
www.giocatorianonimi.bo.it
Sito web dell’Associazione di famigliari e amici di giocatori compulsivi
www.gamanonitalia.org
Sito web di Federserd che raccoglie i servizi per le dipendenze da gioco a livello nazionale
www.giocaresponsabile.it
Sito web del Centro Giovanni XXIII di Reggio Emilia
www.libera-mente.it
Pagina del progetto Rien ne va Plus – Lag Vignola
http://www.lagvignola.it/riennevaplus.html
Pagina di “Iperbole” (Rete Civica del Comune di Bologna) che fotografa la situazione a Bologna
www.iperbole.bologna.it/percorsiurbani/dipendenze/giocodipendenza/situazioneincitta.php
Sito web del Servizio Multidisciplinare sul Gioco d’Azzardo Patologico del Centro Studio e Terapie per le Psicopatologie con schede sintetiche sul problema.
www.cestep.it/GDA_frame.htm
Sito web dell’Associazione Orthos che propone programmi di recupero intensivi per persone con problemi di gioco d’azzardo patologico. Offre anche pagine dedicate alle news e alla ricerca:
http://www.orthos.biz/
Sito web del Centro Documentazione, Studi e Ricerca sul fenomeno delle dipendenze patologiche dell’Ausl di Arezzo. Offre materiali informativi.
http://www.cedostar.it/materiali_gambling_patologico.htm
Gruppo Azzardo Ticino
www.giocoresponsabile.com
(a cura di Fabrizio Galavotti)
I migliori film sul gioco d'azzardo.
Filmografia by: Dizionario dei film Il Morandini 2010 di Laura, Luisa e Morando Morandini; Mymovies.it; Wikipedia.
Cincinnati kid
Regia: Norman Jewison.
Attori: Ann Margret, Edward G. Robinson, Karl Malden, Steve McQueen.
Anno: 1965, Usa
New Orleans, 1936. Un giovanotto cinico e astuto è ritenuto il più bravo giocatore di poker scoperto, fin quando arriva il vecchio
Lancey. La sfida tra i due è inevitabile. Il film vanta la più famosa partita a poker del cinema americano. Ottima la ricostruzione
ambientale e apprezzabile il gusto per i dettagli. Duetto impagabile tra S. McQueen e E.G. Robinson, attorniati da coloriti caratteristi. All'origine c'è un romanzo di Richard Jessup.
Lo scopone scentifico
Regia: Luigi Comencini
Attori: Joseph Cotten, Alberto Sordi, Bette Davis, Silvana mangano
Anno: 1972, Italia
Uno straccivendolo romano e la moglie si battono ogni anno a scopone con una vecchia e dispotica miliardaria americana in coppia con il suo segretario. In un primo tempo la posta in palio è fittizia, ma poi si fa sul serio: si giocano tutti i risparmi della borgata. Scritta da Rodolfo Sonego, è una vetta della commedia italiana, basata sulla dialettica denaro-potere. E la morale è amara: a giocare con i ricchi (con chi tiene il banco) si perde sempre. Non c'è divisione tra buoni (poveri) e cattivi (ricchi): la linea di separazione è segnata dalla classe sociale e dall'obbligata scelta di campo. Film appassionante, interpretabile a vari livelli e recitato da attori infallibili.
La stangata
Regia: George Roy Hill
Attori: Paul Newman, Robert Redford, Robert Shaw, Charles Durning,
Eileen Brennan
Anno: 1973, Usa
E' la storia di una stangata che due imbroglioni appioppano a un re della malavita di Chicago negli anni '30, soffiandogli un malloppo per mezzo di un telegramma. Questa truffa “all'americana” serve anche a vendicare la morte di un amico. La stessa squadra di Butch Cassidy ha messo a segno, almeno al botteghino, un altro successo con un film comico a suspense che deve molto al “rag-time” di Scott Joplin (arrangiato da Marvin Hamlish che in quell'anno ebbe la ventura più unica che rara di vincere anche un secondo Oscar per la canzone di “Come eravamo”), al carisma dei suoi due bidonisti e alla fin troppo
elegante ricostruzione d'epoca. Altri 6 Oscar per il miglior film, regia, sceneggiatura (David S. Ward), scenografia, costumi e
montaggio.
California poker
Regia: Robert Altman
Attori: Con George Segal, Elliott Gould, Gwen Welles, Ann Prentiss, Bert Remsen
Anno: 1974, Usa
Due amici, fanatici del gioco, giungono a Reno e sbancano. Ma per loro giocare è più bello che vincere. Uno dei più lucidi e divertenti film sul tema del gioco con una colonna sonora straordinaria e un duetto di alta classe. A livello narrativo-stilistico, anche nel senso della scomposizione del racconto, è uno dei film più innovativi e originali di Altman, una vera pacchia per la critica strutturalista.
40.000 dollari per non morire
Regia: Karel Reisz
Attori: James Caan, Lauren Hutton, Paul Sorvino, Morris Carnovsky, Burt Young
Anno: 1974, Usa
Ritratto di un intellettuale ebreo, docente di letteratura in un college, giocatore accanito e masochista che la passione per il gioco spinge verso l'autodistruzione. Cecoslovacco di educazione britannica, K. Reisz si ispira al romanzo di Dostoevskij Il giocatore (1867), ma anche a Freud, per un film – scritto benissimo da James Toback – di dolorosa intensità: è uno spaccato memorabile di America amara con un'interpretazione notevole di J. Caan e un epilogo straziante. Montaggio di Roger Spottiswoode che passerà alla regia nel 1980 con Terror Train.
Febbre da Cavallo
Regia: Steno
Attiri: Enrico Montesano, Luigi Proietti, Catherine Spaak, Mario
Carotenuto, Adolfo Celi
Anno: 1976, Italia
Tre giovani amici (l'indossatore Mandrake, il disoccupato Pomata e il guardiamacchine Felice) si danno alle scommesse sui cavalli, ma puntano sempre su brocchi perdenti. Il mondo dell'ippica è lo sfondo di una divertente commedia all'italiana ben servita da un estroso Proietti e altri attori di buon mestiere. Scritta dal regista con il figlio Enrico e Alfredo Giannetti. Nel corso degli anni è diventata un cult sulle TV private con un Fans Club a Roma e sito Internet. Seguito nel 2002 da Febbre da cavallo 2 - La mandrakata. Nel 2003 edito in DVD.
Giocare d'azzardo
Regia: Cinzia Th. Torrini
Attori: Renzo Montagnani, Piera Degli Esposti, Maria Rosaria Omaggio,
Liliana Gerace, Remo Remotti
Anno: 1982, Italia
Anna, madre di due figli e moglie di un brav'uomo, è insoddisfatta e sogna. Per una strana coincidenza scopre una passione: il gioco d'azzardo. Adescata da una prima vincita, s'impantana in cifre sempre più grosse. Diventa violenta, bugiarda e ladra. Originale e semplice nel suo impianto narrativo, il fascino di una Firenze notturna livida e provinciale come contenitore della storia. Esaltati dalla presa diretta, la Degli Esposti e Montagnani sono straordinari. Una delle migliori opere prime italiane dei grigi anni '80.
Regalo di Natale
Regia: Pupi Avati
Attori: Gianni Cavina, Carlo Delle Piane, Diego Abatantuono, Alessandro Haber
Anno: 1986, Italia
Nella notte di Natale quattro amici e un industrialotto, il pollo da spennare, si trovano per una partita di poker che sarà, in molti
sensi, un regolamento di conti. Come si addice a una partita di poker, che è il fulcro del film, c'è suspense, ma vien fuori bene anche la conoscenza che il bolognese Avati ha della vita in provincia e del suo continuo peggioramento. Sua è l'orchestrazione sapiente di un quintetto di attori eterogenei che hanno le facce giuste. Tra questi spicca Carlo Delle Piane, premiato come attore protagonista a Venezia nel 1986; Nastro d'argento a Diego Abatantuono come attore non protagonista; David di Donatello a R. De Luca (suono), Riz Ortolani (musica).
Casinò
Regia: Martin Scorsese
Attori: Robert De Niro, Sharon Stone, Joe Pesci, James Woods, Frank Vincent
Anno: 1995, Usa
Nel 1973 Sam “Asso” Rothstein, giocatore d'azzardo e pregiudicato, è scelto da una potente famiglia mafiosa di Kansas City come direttore di una casa da gioco di Las Vegas, ma la sua ambizione di diventare un ricco e rispettabile manager è rovinata dalla moglie, avida e infedele, e da un amico gangster dissennato. Geniale miscela di melodramma e film gangsteristico sotto il segno della dismisura: di durata, violenza, nostalgia, ossessioni, nevrosi, formalismi. È la storia di tre individui che oltrepassano i limiti per orgoglio, arroganza, ubriacatura da denaro facile e nella loro caduta, che è anche una cacciata dal paradiso, fanno crollare un impero. Scritto da Nicholas Pileggi che con M. Scorsese aveva già collaborato in Quei
bravi ragazzi (1990).
Il giocatore
Regia: John Dahl
Attori: Matt Damon, Edward Norton, Paul Cicero, John Turturro, Gretchen Mol
Anno: 1998, Usa
Mike McDermott è uno studente di giurisprudenza attratto dal giro del poker. Sembra esserne uscito, ma vi ricade a causa di un amico che ha appena lasciato la prigione. Dovrà scegliere tra l'azzardo e l'amore. Unici elementi degni di nota: la lunga sequenza della partita e Malkovich impegnato nel ruolo di un giocatore russo goloso di biscotti.
21
Regia: Robert Lukevic
Attori: Jim Sturgess, Kevin Spacey, Kate Bosworth, Aaron Yoo, Liza Lapira
Anno: 2008
Ben Campbell è un brillante e un po' impacciato studente con un futuro molto promettente, ma con problemi finanziari che possono ostacolare il suo ingresso all'università. Grazie al suo talento per numeri e calcoli, entra nel team di Blackjack formato da un gruppo di studenti dotati, guidato dal professore e mentore Mickey Rosa. Il team ha elaborato un complesso sistema di conteggio delle carte da gioco, che gli permetterà di sbancare i tavoli di Blackjack. Il gruppo si reca ogni week-end a Las Vegas dove nel giro di poco tempo guadagna ingenti somme di denaro; ben presto Ben si farà coinvolgere più del dovuto,
affascinato dalla scintillante città del vizio e oserà fino a farsi notare da Cole Williams, responsabile della sicurezza, che decide di risolvere la cosa con metodi poco ortodossi.
di Sabrina Elisa Lanotte
Chi sono i minori stranieri non accompagnati? Qual è la loro condizione giuridica al compimento del 18° anno d'età? Esistono forme di tutela nei loro confronti anche una volta divenuti maggiorenni?
In Italia il tema dei minori stranieri non accompagnati (MSNA) e della loro tutela giuridica è divenuto fortemente
attuale in seguito all'emanazione del cosiddetto Decreto Sicurezza (Legge 94/2009), che, oltre ad aver avuto una serie di importanti implicazioni sulla condizione giuridica e di conseguenza sulla vita quotidiana degli stranieri in generale, ha condizionato negativamente il percorso di integrazione sociale dei MSNA presenti in Italia.
Giovanni Mengoli, presidente della cooperativa Elios, nonché responsabile del "Vilaggio del Fanciullo", una delle comunità residenziali per minori a Bologna, ha delineato una situazione alquanto drammatica rispetto al destino di questi ragazzi dopo l'entrata in vigore della nuova legge. Infatti la nuova normativa in materia di rinnovo del permesso di soggiorno (PS) per i neomaggiorenni ha avuto, e avrà soprattutto nel prossimo futuro, una ricaduta molto forte sulla vita dei MSNA presi in carico dal Comune di Bologna, come su quella di tutti gli altri MSNA che vivono in Italia, riducendo le loro possibilità di compiere fino in fondo un percorso di accoglienza, regolarizzazione e integrazione. Il paradosso della loro condizione sta nell'assoluta discrepanza tra il trattamento di cui godono da minorenni e quello che "subiranno" una volta divenuti maggiorenni.
La nuova normativa in materia di conversione del permesso di soggiorno (PS), in vigore dall'agosto dell'anno scorso, ha ristretto fortemente i diritti di cui i minori stranieri non accompagnati (MSNA) godono una volta divenuti maggiorenni, peggiorando così la loro già precaria ed incerta situazione. Al termine del percorso di formazione e integrazione che i neomaggiorenni hanno seguito presso una delle comunità residenziali a ciò preposte ha inizio infatti una serie di problemi legati alla loro condizione giuridica. Di quale condizione si tratta e quali conseguenze implica?
La condizione giuridica degli ex-MSNA e le sue implicazioni
Nella città di Bologna è il CEIS (Centro di solidarietà), insieme alla cooperativa Elios che di esso fa parte, ad occuparsi della presa in carico dei MSNA fino al raggiungimento della maggiore età. Inizialmente impegnati principalmente nell'accompagnamento e nell'orientamento dei MSNA prima del compimento della maggiore età, col passare del tempo hanno iniziato ad occuparsi dei ragazzi anche una volta che questi avevano raggiunto i 18 anni, ovvero, in seguito alla loro uscita dalla comunità. E' stato dunque avviato un lavoro di accompagnamento di alcuni di loro.
Giovanni Mengoli, presidente della cooperativa, ci racconta come spesso accada che, pur avendo avviato un percorso di integrazione sociale presso una delle comunità, essi non possiedono il requisito della permanenza in Italia da almeno tre anni, come richiesto dalla normativa, essendo arrivati nel nostro paese all'età media di 16-17 anni. Per la legge italiana questi minori saranno clandestini una volta compiuti i 18 anni, a causa dell'impossibilità di convertire il PS.
Mengoli afferma: "Con il sopraggiungere del 18° anno si svela tutta la paradossalità dello status di MSNA. Il ragazzo, infatti, passa dallo status di minore, altamente tutelato dalla legislazione italiana, alla condizione di straniero, soggetto ad una legislazione fortemente restrittiva. Tutto il complesso di tutele che aveva accompagnato il minore nel suo percorso in comunità non esiste più. Entro qualche settimana deve lasciare il luogo dove gli è stato offerto vitto, alloggio, sostegno. Si ritrova così ad essere un clandestino in Italia, se durante il percorso in comunità non è riuscito a trovare un lavoro".
Mengoli sottolinea come sia ancora presto per valutare il numero di MSNA danneggiati dall'applicazione del modificato art. 32 della legge, ma anche come, a pochi mesi dall'entrata in vigore della legge, uno dei suoi effetti indiretti più gravi seppur più facilmente prevedibili è stato l'abbassamento dell'età dei MSNA giunti in Italia. E' stata infatti verificata una tendenza a partire all'età di 14 anni in modo da ottenere la conversione del PS una volta raggiunta la maggiore età. Partendo all'età di 14 anni, infatti, essi saranno in Italia da tre anni ed in comunità da due, potendo così usufruire della conversione del PS per minore età. Minori più piccoli naturalmente sono maggiormente esposti ai rischi derivanti dal percorso migratorio, così come più alto è il rischio che finiscano nelle mani della criminalità organizzata, o cadano vittime del fenomeno della tratta e dello sfruttamento lavorativo. Molti di loro inoltre stanno arrivando come richiedenti asilo, allo scopo di aggirare la normativa. Infine, come prevedibile, tra i fenomeni che sono diretta conseguenza della riforma, vi è l'aumento di stranieri in condizione di irregolarità: i neomaggiorenni cui è stato consegnato un decreto di espulsione non rientrano quasi mai nel proprio paese di origine. Secondo la normativa vigente, i neomaggiorenni diventano irregolari se non possiedono un contratto di lavoro, e quindi un PS, e in quanto tali imputabili del reato di ingresso e soggiorno illegale e non più regolarizzabili. Saranno pertanto esposti ad un alto rischio di essere attratti dal mercato del lavoro nero o in circuiti criminali. Questo andrà ad alimentare il pregiudizio che ha originato la legge stessa. Mengoli sottolinea inoltre come la difficoltà di ottenere la conversione del PS è ulteriormente aggravata dall'attuale crisi economica. Infatti, seguendo un percorso formativo e di inserimento lavorativo, fino a qualche anno fa, la maggior parte dei ragazzi in carico presso il Comune di Bologna, una volta usciti dalla comunità, riusciva ad ottenere un lavoro, soprattutto nel settore metalmeccanico e della ristorazione. Questo permetteva loro di rimanere in Italia. Oggi non è più così.
I MSNA colpevoli di reato e le giovani donne straniere
A volte nelle comunità vengono accolti minori che provengono dal carcere minorile, come misura alternativa cautelare o in affidamento. Dal punto di vista della fattibilità del percorso di integrazione e dell'inserimento lavorativo, i ragazzi che hanno precedenti penali, avendo commesso un reato, incontrano maggiori difficoltà rispetto agli altri. Il reato che più frequentemente hanno commesso è lo spaccio, che, insieme ad alcuni altri, è un reato di tipo ostativo al rilascio del PS. Per questi ragazzi è dunque ancora più difficile ottenere una conversione. Molti, una volta terminato il periodo di reclusione tornano a delinquere, non avendo molte altre alternative. Per quanto riguarda le ragazze accolte in comunità (presenti in Italia in numero nettamente inferiore), queste ultime si trovano in una situazione di maggior tutela; verso di esse c'è maggior riguardo e attenzione, poiché considerate in generale più fragili e vulnerabili. Per loro è più facile ottenere la conversione del PS, avendo spesso alle spalle delle esperienze di violenza e sfruttamento.
Lo scoraggiamento dei ragazzi e degli operatori
L'inasprimento delle norme rispetto al rilascio del PS ha risvolti anche sugli enti pubblici e privati coinvolti nel loro processo di integrazione, nonché sugli operatori che lavorano nelle comunità. Questi ultimi provano un grande senso di frustrazione ed impotenza nel veder vanificati gli sforzi volti all'integrazione dei minori, come anche un'accresciuta difficoltà a comunicare con essi, disincentivati come sono dalla conclusione negativa del loro percorso formativo. Dal punto di vista motivazionale i ragazzi costretti a lasciare la comunità si sentono fortemente scoraggiati: essi hanno seguito un percorso formativo, sono stati motivati, spinti ad accettare le regole della comunità, ad inserirsi in essa. Ecco che però al compimento dei 18 anni, viene interrotto il loro percorso, proprio nel momento in cui stavano per entrare a far parte della società, avendo raggiunto maturità ed autonomia. "La comunità, quindi, si trova a dover lavorare facendo dei progetti che non avranno seguito, la progettualità costruita è un vicolo cieco. Questo è il grande paradosso con cui ci troviamo a che fare", sostiene Mengoli. "Quando si fa un progetto educativo, si deve poter pensare e guardare al futuro, immaginare come sarà la vita di questi ragazzi fra dieci anni, ma se si sa a priori che una volta maggiorenni non otterranno la conversione del permesso, perché la legge non lo consente, diventando clandestini, l'unico progetto possibile è quello relativo al presente. Si può ideare e realizzare il miglior progetto possibile, i ragazzi possono impegnarsi il più possibile nel loro percorso di crescita ed autonomia, ma se non si possiedono i requisiti richiesti dalla normativa, tutto questo non serve a nulla".
Una riforma rispettosa dei diritti
A conti fatti, la riforma in senso restrittivo della legge non ha ottenuto alcun effetto positivo in termini di ordine e sicurezza, per non parlare degli effetti nefasti che ha provocato sulle vite di questi ragazzi. I due aspetti, peraltro, sembrano essere strettamente legati: la riforma non ha fatto altro che aumentare l'insicurezza, perché i minori che compiono 18 anni e vengono a trovarsi in situazione di clandestinità, privati della tutela di cui prima godevano, entrano più facilmente nelle reti criminali.
Secondo Giovanni Mengoli, la strada da percorrere dovrebbe essere quella di realizzare una riforma normativa che faciliti l'ottenimento del PS per gli stranieri maggiorenni precedentemente sottoposti a tutela, in modo da dar loro la possibilità di permanere in Italia anche dopo il compimento della maggiore età e consentirgli di proseguire quel percorso di integrazione iniziato in comunità. Inoltre, la normativa non dovrebbe essere applicata nei riguardi di quei minori che abbiano compiuto la maggiore età prima della sua entrata in vigore ed entro i successivi due anni, ovvero nei riguardi di MSNA già presenti sul territorio al momento dell'entrata in vigore della legge e nei riguardi di coloro che compiranno la maggiore età entro l'8 agosto 2011. Un altro intervento, legato a quest'ultimo, dovrebbe essere l'eliminazione del requisito fortemente restrittivo dei tre anni di permanenza in Italia e dei due anni in comunità. A queste misure andrebbe affiancato un potenziamento della rete assistenziale a favore dei neomaggiorenni, da rendere simile, se non equiparabile, a quella dei minorenni. D'altra parte cosa distingue umanamente un diciassettenne da un diciottenne? La vulnerabilità di quest'ultimo non è di certo minore di quella del primo.
Per informazioni e contatti
CEIS (Centro Solidarietà) - sede di Bologna
via Scipione dal Ferro, 4
http://62.149.204.119/gruppoceis/
tel. 051 266 706
Cooperativa Elios
Via Scipione dal Ferro, 4
Tel. 051/302099
Giovanni.mengoli@dehoniani.it
E' inoltre possibile consultare alcuni dati quantitativi sull'impatto del decreto Sicurezza nei confronti dei MSNA nel sito dell'associazione Save the Children (http://www.savethechildren.it/IT/HomePage)
Cosa succede ai minori stranieri non accompagnati (MSNA) una volta arrivati in Italia? Chi si occupa di loro? Per mezzo di quali strumenti? Non c'è dubbio che i MSNA, proprio in quanto tali, godono in Italia di un elevato grado di tutela e protezione, in particolar modo se paragonato alle forme di tutela di cui non godono invece i neomaggiorenni. Fino ai 18 anni, infatti, i MSNA hanno diritto ad avere il permesso di soggiorno (PS per minore età, art. 28 DPR 394/1999), grazie al quale possono beneficiare delle forme di protezione previste per la tutela del minore in stato di abbandono.
L'ideazione di un progetto
Il CEIS (Centro di Solidarietà) e la cooperativa Elios sono i due enti che a Bologna si occupano dei MSNA presi in carico dal Comune. Essi svolgono un lavoro di accoglienza e accompagnamento dei minori verso i 18 anni, ideando per ciascuno di essi progetti individuali. Il CEIS gestisce sette comunità per minori, che accolgono una buona parte dei MSNA in tutela al Comune. Sono infatti gli enti locali a mettere in atto le procedure di protezione previste a favore dei MSNA. L'ente locale dove il minore viene rintracciato ha il dovere di assicurargli il mantenimento, l'educazione e l'istruzione sino al compimento della maggiore età.
La presa in carico avviene attraverso tre forme di accoglienza. La prima, chiamata Pronta Accoglienza e gestita dalla cooperativa Elios, accoglie i ragazzi fermati dalle forze dell'ordine, che li intercettano generalmente in seguito a risse e piccoli furti, o ragazzi appena scarcerati o, infine, ragazzi che si consegnano spontaneamente. Delle sette comunità è la comunità denominata "Il Ponte" ad accoglierli in questa prima fase.
In questo stadio del percorso di accoglienza avviene un colloquio con i minori nel quale si cerca di avere qualche informazione sulla loro identità ed il loro percorso di migrazione. La Pronta Accoglienza propone poi ai ragazzi dei progetti che mirano alla maturazione della propria autonomia, nonché ad un possibile inserimento nel mondo del lavoro. Vengono presentate loro le opportunità derivanti dal percorso in comunità: una casa dove vivere, mangiare, dormire fino al compimento del 18° anno. Il ruolo degli operatori è quello di sostenere ed accrescere la motivazione dei ragazzi verso i progetti e nel supervisionare il loro percorso. E' un lavoro volto ad inculcare in loro l'idea che aderendo alle regole della comunità, che corrispondono poi alle regole della società, avranno maggiore facilità ad integrarsi in quest'ultima. In cambio delle tutele e delle garanzie, anche materiali, offerte dalla comunità, il ragazzo deve quindi impegnarsi a rispettare le regole interne alla comunità stessa, a rispettare gli altri e l'ambiente in cui vive.
La strada verso l'autonomia
In seguito all'avvio del progetto, una volta passati da due a quattro mesi dall'arrivo in Pronta Accoglienza, avviene il trasferimento in una comunità di Seconda Accoglienza, affinché il percorso progettuale consenta il conseguimento di una sempre maggiore autonomia da parte del minore.
La Seconda Accoglienza, offerta in strutture residenziali, precede la terza e ultima fase dell'intero processo, ovvero, la Terza Accoglienza. Questa viene operata in strutture di semi-autonomia, denominate "Pensionato Minori", in cui i ragazzi, prossimi alla maggiore età o neomaggiorenni, trovandosi nella fase finale del percorso di formazione, possono sperimentare situazioni di semi-autonomia, che saranno loro utili una volta che, divenuti maggiorenni, dovranno lasciare la comunità. In questi pensionati, infatti, il lavoro educativo degli operatori è meno incisivo e costante, viene lasciato più spazio, più libertà ai ragazzi, per far si che sperimentino situazioni nelle quali possano autogestirsi. Generalmente i ragazzi accolti sono già inseriti in percorsi di transizione verso il mondo del lavoro (Borsa Lavoro o Tirocinio Formativo) o in alcuni casi sono in possesso di un contratto di apprendistato. Delle 7 comunità 2 di esse sono di quest'ultimo tipo.
Mi chiamo Nabil [il nome è di fantasia n.d.r] vengo dalla Tunisia. La mia famiglia viveva in campagna, ed io sono cresciuto in strada senza andare a scuola. A 14 anni sono partito dal mio paese pensando di venire in Italia per farmi un futuro ed aiutare la mia famiglia. Avevo sentito parlare dell'Italia dai racconti dei miei connazionali che tornavano a casa a trovare i parenti, e mi ero fatto l'idea di un paese bellissimo! Quando però sono arrivato ho visto subito che nessuno mi considerava e che la maniera più semplice per avere dei soldi in mano era collaborare con alcuni mie connazionali in attività illecite. Ma la mia attività non è andata avanti molto tempo e sono finito in carcere.
Ho conosciuto la comunità per minori mentre ero nel carcere minorile. Tramite l'educatore del Pratello mi è stata proposta la possibilità di scontare la mia pena in comunità, anche per cercare di costruire un progetto per il dopo.
Vivere in comunità per uno come me, abituato alla vita di strada e alla legge del più forte, non è stato per nulla facile.
Quante litigate con i ragazzi che come me si trovavano là.... Ma soprattutto quanti conflitti con gli operatori... per provare chi era il più forte, e forse anche per vedere se potevo fidarmi davvero di loro!
Ricordo ancora, quando ho iniziato ad andare alla Borsa Lavoro, la fatica di svegliarsi presto al mattino per essere in officina alle 7,30 ed iniziare il lavoro assieme agli altri miei colleghi. Quante volte l'operatore della notte mi ha dovuto buttare giù dal letto al mattino per farmi arrivare in tempo!
Che soddisfazione quando ho avuto in mano per la prima volta il mio permesso di soggiorno da minorenne.
Un po' alla volta, visto che in ditta mi dicevano che ero bravo, e a me piaceva quel lavoro, viste le cose che la comunità aveva fatto per me (il lavoro, il permesso di soggiorno, il calcio) ho scelto di fidarmi degli educatori, e di fare davvero quello che mi chiedevano.
Così ho scontato la mia pena in comunità e sono arrivato ai 18 anni con un contratto di apprendistato come operaio metalmeccanico.
Ho potuto così presentare la domanda di rinnovo del permesso di soggiorno per motivi di lavoro e la comunità mi ha anche aiutato a trovare una sistemazione abitativa in un appartamento assieme ad altri ragazzi come me, che avevano finito il percorso.
A questo punto sono iniziati altri problemi perché la normativa italiana per gli stranieri che hanno commesso un reato da minorenni, e non hanno avuto cancellato il reato dalla fedina penale (come nel mio caso) non è chiara, e per certi reati prevede il diniego del permesso.
Così mi sono visto respingere la domanda del rinnovo del permesso di soggiorno. Io non capivo molto di quello che succedeva, ma un giorno sono andato in questura con il responsabile della comunità e i poliziotti mi hanno fatto firmare un foglio in cui si diceva che dovevo andarmene dall'Italia.
Il responsabile però mi ha detto di continuare a fidarsi, che avremmo fatto ricorso tramite l'avvocato e che la comunità avrebbe fatto di tutto per aiutarmi. Io dovevo continuare ad andare al lavoro, come avevo fatto fino ad allora e a comportarmi bene, cercando di evitare di frequentare certi posti per evitare di essere fermato per controlli.
Sono rimasto "in sospeso" senza il permesso per circa due anni, finché alla fine la questura mi ha rilasciato il Permesso di soggiorno da maggiorenne.
In questo tempo ho avuto molta paura di essere fermato e rimpatriato, e così ho sempre cercato di ascoltare i consigli degli educatori. So che la comunità mi ha aiuto molto, assieme all'avvocato, per poter vincere il ricorso e per di questo la ringrazio molto.
È stato molto bello e motivo di orgoglio tornare al mio paese a testa alta con i documenti ed un lavoro, e riabbracciare i miei familiari durante le ferie estive, era più di sei anni che non li vedevo!
In base all'art.1 comma 2 del DPCM n.535 del 9 dicembre 1999, il minore straniero non accompagnato (MSNA) è: "Il minore di età che non ha la cittadinanza italiana o di altri stati dell'Unione europea e che, non avendo presentato domanda di asilo, si trova per qualsiasi causa nel nostro Paese, privo di assistenza e rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti per lui legalmente responsabili in base alle leggi vigenti nell'ordinamento italiano".
Molto spesso si tratta di minori che arrivano in Italia per ragioni economiche, spinti dalla famiglia di appartenenza, o che fuggono da contesti di guerra per richiedere asilo politico nel nostro Paese. A volte sono persone che hanno alle spalle trascorsi di tipo illegale o che vivevano in stato di abbandono nel loro paese di origine.
Tra gli stranieri sul territorio italiano, oltre un quinto è costituito da minori di diciotto anni (XIX Rapporto Caritas, Dossier Statistico Immigrazione, 2009). Al 30 settembre 2009, secondo il Comitato per i Minori Stranieri, in Italia erano 6.587 i minori stranieri non accompagnati, tra questi il 77% ricompreso nella fascia d'età che va dai 16 ai 17 anni, in prevalenza africani. Il 90% di loro era di sesso maschile.
La L. 94/2009 (c.d. Decreto Sicurezza) ha modificato sostanzialmente l'art. 32 D.Lgs. 286/98, a sua volta precedentemente modificato dalla L. 189/2002 (cd. Bossi-Fini), in materia di conversione del permesso di soggiorno (PS) dei MSNA al raggiungimento della maggiore età. L'art.32 del D.Lgs. 286/98, così come modificato, prevede infatti che, salvo il caso in cui al minore straniero sia stata riconosciuta la protezione internazionale, la permanenza regolare sul territorio dopo il compimento della maggiore età sia possibile solo nel caso in cui il minore sia presente in Italia da almeno tre anni e abbia seguito un percorso di integrazione sociale di almeno due presso un ente riconosciuto. Questi due requisiti temporali, per la prima volta introdotti, riducono drasticamente le possibilità di conversione del PS al compimento della maggiore età.

Dopo il boom informativo degli anni Novanta, che ha cercato di arginare l'emergenza dell'AIDS, a che punto è l'informazione su questo tema? Quanto si parla di AIDS e Hiv, e soprattutto come se ne parla? Quanto sono informati i giovani? Indubbiamente i nuovi contagi non fanno più notizia. Il tema sembra essere meno pericoloso del passato: le terapie funzionano, e chi ha già il virus può non ammalarsi. Ma a fronte di questo calo del risalto mass mediatico, si assiste anche a un calo della percezione del rischio. Eppure le nuove infezioni da Hiv sono in aumento costante, circa 400 casi all'anno solo in Emilia-Romagna. I nuovi casi sono al 90% derivati da rapporti sessuali, il 53% eterosessuali, il 28% omosessuali e bisessuali. Ciò significa che non si può più parlare di categorie a rischio, ma solo di comportamenti a rischio: dunque anche l'informazione deve riguardare tutti. E non soltanto durante la Giornata Mondiale di lotta all'AIDS.
La nuova inchiesta di BandieraGialla indaga proprio questi aspetti, con un'attenzione particolare al mondo giovanile. Il racconto delle attività dello Spazio Giovani, che lavora con i ragazzi dai 14 ai 20 anni, e il video con le interviste agli studenti fermati per strada a Bologna è significativo: c'è molta confusione sul virus, su come si trasmette e soprattutto sulla differenza tra essere malato o sieropositivo. Scarsa anche l'attenzione all'uso del preservativo, in qualche modo i ragazzi pensano che l'argomento AIDS non riguardi ancora il mondo giovanile. Diego Scudiero, presidente della LILA Bologna, pone l'accento anche su un altro aspetto: le informazioni negli anni si sono tramandate per narrazione orale, creando così una vera e propria mitologia sull'Hiv. Inoltre fare informazione e prevenzione sull'AIDS significa anche entrare nello specifico di termini sessuali, cosa sulla quale esiste ancora un tabù. Per migliorare l'informazione e la prevenzione bisognerebbe puntare su campagne a diffusione continua, mentre l'ultima campagna della Regione Emilia-Romagna si ferma al 2008. E' molto difficile, inoltre, avere degli studi comportamentali e individuare i nuovi casi di Hiv tra gli eterosessuali: Vanni Borghi, infettivologo, spiega che molto spesso gli eterosessuali si recano a fare il test quando sono già comparsi i primi sintomi della malattia, per cui al momento della diagnosi sono già malati. Ci si dovrebbe sottoporre al test con regolarità, come se fosse un esame del sangue di routine. Ma lo stigma che accompagna l'AIDS è ancora molto alto, afferma Elda Caldari della Commissione Aziendale USL della Provincia di Bologna; inoltre è molto difficile parlarne col proprio medico di famiglia, per questo l'Azienda USL ha avviato vari progetti, tra cui C.A.S.A., il Centro Attività Servizi AIDS che punta sull'anonimato. Chiude l'inchiesta la testimonianza di Guglielmo Pepe, uno dei più noti giornalisti medico-scientifici, sulle logiche che guidano spesso e purtroppo l'informazione.
E’ già dal 1984 che l’AIDS è malattia a notifica obbligatoria, ma è solo dal 2008 che – grazie al decreto emanato dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali - si è avviato in Italia un sistema di sorveglianza a livello nazionale anche del contagio Hiv. La prima Regione a rispondere e l’unica sinora a farlo in modo organico, è stata l’Emilia-Romagna, che grazie ad un complesso lavoro di coordinamento tra i territori, è stata in grado di offrire dati in prospettiva e in retrospettiva dal 2006 a oggi. I dati relativi al 2009 sono in fase di elaborazione e verranno presto pubblicati, mentre sono disponibili i dati aggiornati al biennio 2007-2008.
Per fotografare il contagio Hiv in Emilia-Romagna e comprendere i dati che ne delineano il volto abbiamo intervistato il Dott. Vanni Borghi, infettivologo e responsabile dell’Osservatorio Provinciale Hiv di Modena, punto cardine del neonato sistema di sorveglianza regionale.
In linea generale qual è il trend epidemico del contagio da Hiv in Emilia-Romagna?
Dai dati che abbiamo raccolto possiamo parlare di un andamento costante del contagio. Se negli anni '90 eravamo in grado di contrastare l’infezione agendo su quelle che allora erano le categorie a rischio, tossicodipendenti in primis, oggi non lo siamo perché siamo di fronte a una malattia sessualmente trasmessa in quasi il 90% dei casi. Il fatto che si continui ad avere circa 400 nuove diagnosi di Hiv ogni anno vale a dire un tasso medio di circa 9 casi ogni 100 mila persone residenti (13.5 per gli uomini, 4.8 per le donne) - superiore alla media italiana che si attesta a 6 su 100 mila – deve preoccuparci perché significa che non siamo in grado di agire in modo significativo sull’infezione.
Come si distribuiscono le nuove diagnosi sul territorio regionale?
Al di là di qualche differenza, credo che per l’Emilia-Romagna si possa parlare di una distribuzione tutto sommato uniforme del contagio. Nello specifico abbiamo un blocco abbastanza omogeneo che comprende anche le provincie di Modena, Bologna, Reggio Emilia, Ravenna. Il fatto che a Ferrara abbiamo un tasso di incidenza più basso è probabilmente dovuto alla minor presenza di stranieri, mentre suppongo che il tasso ridotto relativo a Piacenza sia specchio del fatto che da qui in molti si sottopongono al test a Milano. L’unica anomalia è Parma che ha un tasso di incidenza di oltre 11 diagnosi su 100 mila persone, un valore per altro in aumento che andrebbe analizzato anche rispetto ai paesi di provenienza di chi si scopre sieropositivo.
Quanto incide la presenza sul territorio di cittadini stranieri sulla diffusione del contagio?
Negli ultimi dieci anni in media il 30% delle nuove diagnosi si riferisce a cittadini stranieri, numero quasi equamente ripartito tra uomini (45%) e donne (55%), poiché si tratta quasi sempre di contagio per via eterosessuale. Questo dato – che nonostante qualche oscillazione rimane sostanzialmente stabile - va letto in relazione alla geografia dei flussi migratori: se si prendono in considerazione gli stranieri provenienti dai paesi sub sahariani allora avremo un tasso di nuove diagnosi maggiore rispetto a ciò che accade per i cittadini comunitari. Non sono gli stranieri a rappresentare il cuore dell’infezione, anche se su questo 30% sarebbe facile agire perché basterebbe sottoporre gli stranieri in entrata ad uno screening che riveli le malattie infettive di cui sono portatori, o anche soltanto richiedere che le donne in gravidanza si sottopongano al test Hiv come accade per malattie come la rosolia.
Considerando i dati messi a disposizione dall’Osservatorio di Modena e da quello Regionale, cosa sappiamo dei residenti in regione che scoprono di essere sieropositivi?
Se consideriamo i dati relativi all’intera regione relativi al biennio 2007-08, confermati dalle ultime indagini, sappiamo che l’età media di chi si scopre sieropositivo corrisponde a 39 anni, 41 per gli uomini e 35 per le donne. Diminuiscono i giovani con meno di 25 anni e aumentano gli adulti che hanno superato i 50. Dall’inizio dell’epidemia abbiamo assistito ad un progressivo aumento dell’età di chi si scopre positivo, questo perché il contagio avviene quasi esclusivamente per via sessuale.
Dal report aggiornato al 2008 si evince che il 53% dei nuovi casi deriva da rapporti eterosessuali mentre il 28% da rapporti omo e bisessuali…
Esatto, e a questo bisogna aggiungere il fatto che è molto più difficile individuare i sieropositivi tra gli eterosessuali rispetto a ciò che avviene tra gli omosessuali. I primi infatti sono quasi sempre inconsapevoli del rischio, mentre gli altri lo sono maggiormente e spesso accade che ad una diagnosi ne seguano altre, cosa che non avviene nel mondo etero in cui il contagio resta sommerso e si rivela solo dopo diverso tempo portando con sé purtroppo altri contagi. Abbiamo la prova di questo ritardo nel momento in cui notiamo che al momento della diagnosi il 50% dei pazienti ha già sviluppato la malattia o ha bisogno di terapie.
In base a questi dati come bisognerebbe agire per contrastare il contagio?
Fermo restando che le campagne informative hanno la loro importanza e che i giovani hanno il diritto di essere educati anche in ambito scolastico ad una sessualità sicura, occorre pensare a un’informazione che si rivolga anche a chi ha tra i 30 e i 50 anni, che affronti la questione in modo più globale mettendo in guardia le persone non solo dall’Hiv ma in generale dalle malattie sessualmente trasmissibili come sifilide, epatite, condilomi… E soprattutto bisogna dare avvio ad azioni efficaci in campo sanitario.
Può spiegarsi meglio?
Intendo dire che devono aumentare coloro che si sottopongono ai test con regolarità. Bisogna iniziare a ragionare sull'Hiv come si fa per le altre malattie infettive, ed è necessario che ognuno si sottoponga con regolarità ai controlli, in modo da incidere su quel ritardo di diagnosi che rappresenta a tutt’oggi il nocciolo della questione. Sarebbe sufficiente che i medici di base consigliassero ai propri pazienti di fare il test Hiv insieme ai consueti esami del sangue.
L’esperienza di paesi come gli Stati Uniti - dove a chi ha tra i 13 e i 65 anni viene consigliato di sottoporsi al test Hiv - dimostra che all’aumento dei test corrisponde una diminuzione delle nuove diagnosi. Se individuiamo i sieropositivi possiamo curarli poiché oggi l’Hiv può essere tenuto sotto controllo, possiamo evitare nuovi contagi da marito a moglie, da madre a figlio e così via, contrastando in modo efficace l’epidemia.
Per saperne di più:
www.helpAIDS.it
La LILA (Lega Italiana Lotta all’AIDS) è una federazione nazionale di associazioni di volontariato nata nel 1987 con l’obiettivo di contrastare, attraverso una corretta informazione, la diffusione dell’Hiv e di promuovere azioni volte a tutelare sia la salute fisica che i diritti delle persone sieropositive. In questi 23 anni di attività la LILA ha dovuto modificare i propri servizi a fronte dei nuovi bisogni di assistenza e informazione ed ha misurato da vicino il progressivo calo di attenzione rispetto al tema dell’Hiv, “quel silenzio generale e generalizzato che si è registrato nell’arco ultimi dieci anni”. E proprio di questo “silenzio”e delle sue conseguenze abbiamo parlato con Diego Scudiero, Presidente di LILA Bologna.
Quali sono le attività che svolge oggi la LILA?
Fondamentalmente la nostra associazione svolge attività di tipo informativo. Abbiamo un centralino, un servizio telefonico e telematico, aperto tre sera alla settimana, che fornisce informazioni, in maniera del tutto anonima e riservata, rispetto all’Hiv, alle modalità di contagio, ai luoghi e le modalità per effettuare il test,… In questo rientra naturalmente anche l’ambito della prevenzione che rappresenta un aspetto fondamentale, un esercizio del diritto all’informazione e alla salute.
Data la vostra esperienza in questi ambiti, percepite un cambiamento dal punto di vista dell’informazione e della prevenzione dagli anni ’90 a oggi?
Di Hiv in Italia non se ne è mai parlato tantissimo, però l’emergenza degli anni ‘90 ha fatto sì che questo tema fosse messo in agenda politica forzatamente. Oggi non esiste più quella forma di emergenza, nel senso che le terapie antiretrovirali consentono alle persone sieropositive di vivere, quindi, non essendoci più un vissuto così pesante di morte legato all’Hiv, si è creato un eccessivo rilassamento.
Quello che infatti misuriamo è che nell’arco degli ultimi dieci anni c’è stato un silenzio generale, generalizzato, a partire dallo Stato, dal Ministero, per arrivare ai Comuni. Anche quando si è prodotto qualcosa si è prodotto dentro a un’ipotesi di campagna dove per campagna si intende il fatto che, per tre giorni, normalmente intorno al 1° dicembre, viene prodotto qualche slogan.
Ma dal nostro punto di vista non dev’essere così: per noi una campagna è un intervento strutturato, ripetuto nel tempo, attento al “target” a cui si riferisce. Se ad esempio si vuole fare una prevenzione rivolta alle donne, che rappresentano oggi la parte di popolazione più colpita dall’Hiv, non si può utilizzare il messaggio “usa il preservativo”, perché difficilmente una donna si riconoscerà in questo messaggio; bisognerà invece fare delle campagne sull’uso del Femidom (preservativo femminile), o fare delle campagne che quantomeno possano affiancare all’imperativo “usa” quello “fai usare”.
Cosa ha comportato questa mancanza di informazioni?
Questo silenzio ha consentito a una vecchia idea di epidemia di tramandarsi per narrazione orale, in questi anni si è raccontata una sorta di mitologia dell’Hiv. Perciò, a oggi, se si chiede a qualcuno come si trasmette l’Hiv è molto probabile che non abbia le idee chiare, ma che riferisca quello che gli è stato raccontato, quello che si è tramandato in questa specie di racconto orale, che si trasforma a seconda del livello emotivo di chi lo racconta. Questo produce alti livelli di stress: ci chiamano frequentemente persone allarmate per comportamenti che non sono stati rischio e che continuano a rimanere allarmate anche a fronte delle nostre spiegazioni. Oppure, al contrario, ci sono persone che si sentono totalmente estranee perché convinte che solamente determinate categorie siano a rischio di contagio e che la cosa riguardi solo gli omosessuali e i tossicodipendenti.
Inoltre la mancata informazione rispetto alla prevenzione rischia di sfociare in un delirio generale che porta ad atteggiamenti discriminatori nei confronti delle persone sieropositive, dovuti all’immotivato timore che il virus si trasmetta per via aerea, ad esempio attraverso lo starnuto, il bacio, il contatto con la saliva.
Quali sono le ragioni di questo silenzio? Perché si fa così poca informazione sulla prevenzione dell’Hiv?
Il tema è un tema spinoso perché legato ai comportamenti sessuali, quindi per fare prevenzione devi usare dei termini esplicitamente legati alla sessualità. Non ha senso dire che l’Hiv si trasmette sessualmente, perché quel sessualmente non vuol dir niente se non è declinato ed esplicitato.
Purtroppo invece in Italia manca il coraggio di fare un intervento di prevenzione serio, secco, che dica in modo chiaro le poche semplici regole di prevenzione da seguire.
Noi della LILA l’abbiamo fatto: assieme ad altre associazioni, l’Arcigay e il MIT (Movimento Identità Transessuale), all’interno di una manifestazione che si chiama Miss Alternative, abbiamo distribuito del materiale che diceva in maniera secca: “Preservativo nei rapporti penetrativi, niente sperma in bocca. Queste sono le regole.”
Per noi associazioni è però difficile dare indicazioni di questo genere quando il chiacchiericcio in giro è di altra natura.
Per il mondo delle associazioni, cosa ha comportato quindi questo calo di attenzione che si è registrato in questi anni?
Per quanto riguarda la nostra associazione c’è stato un calo di investimento, per cui facciamo molta più fatica a trovare volontari, perché questi spesso scelgono ambiti che sentono più emergenti e più caldi.
Inoltre la LILA, anche per via della presenza di tanti volontari sieropositivi, si è trasformata nel tempo in un’associazione di advocacy, che si propone di “dar voce” alle persone sieropositive, di puntare a una qualità della vita migliore, di combattere, attraverso l’informazione e la prevenzione, ogni forma di discriminazione. Anche da questo punto di vista noi facciamo sempre più fatica ad essere attrattivi rispetto al volontariato, perché tendenzialmente i volontari e le volontarie scelgono lavori pratici, di assistenza e vicinanza, se no non si sentono utili. Il nostro è invece un tipo di intervento diverso, anche se la nostra funzione è tipica del volontariato: è una funzione politica, di stimolo, di ruolo.
Secondo il tuo punto di vista come si potrebbero cambiare le cose e migliorare l’informazione rispetto al tema dell’Hiv?
Secondo me il vero punto di svolta rispetto a un’epidemia come l’Hiv è che l’informazione diventi messaggio diffuso, senza che ci sia più bisogno di fare delle campagne. In questo senso il ruolo dei servizi pubblici dovrebbe essere strategico: non dovrebbe essere il Ministro a dire di usare il preservativo, ma il medico di fiducia, il ginecologo, la scuola, gli spazi giovani,…Sono i luoghi che una persona frequenta che dovrebbero essere attrezzati per informare.
Laddove questo è avvenuto, come nell’ambito delle tossicodipendenze, in cui anche i SerT (Servizi per le Tossicodipendenze) hanno iniziato a fare una fitta campagna informativa, si è registrato un forte calo di trasmissione dell’Hiv.
Credo che tutto questo sarebbe possibile se la questione Hiv potesse uscire dall’ambito strettamente sanitario, nel quale è stata fortemente rilegata, e potesse diventare questione culturale, trattabile da più persone e da più punti di vista. Io mi auguro davvero che questo salto culturale si possa fare, ma, perché questo accada, è necessario che le associazioni non vengano lasciate a se stesse e che il Ministero e l’Assessorato Regionale facciano da regia e aiutino lo sviluppo di questo processo.
Per informazioni
LILA Bologna, tel. 051/635.00.25 (il lunedì, il martedì e il giovedì dalle 19 alle 20.30)
info@lilabologna.it - www.lilabologna.it
Lo Spazio Giovani, che ha sede presso il Poliambulatorio Roncati di Bologna, è uno spazio dedicato interamente ai giovani dai 14 ai 20 anni, in cui una serie di operatori (dall’assistente sanitario, alla ginecologa, alla psicologo, al dietista) sono a disposizione dei giovani per ascoltare le loro richieste e necessità. I ragazzi possono rivolgersi a questo spazio per chiedere informazioni o aiuto su questioni che riguardano la propria salute fisica e psicologica, la propria sessualità, le malattie trasmissibili sessualmente e sostanze quali alcool e droga.
Cristina Albertazzi è una delle operatrici dello Spazio Giovani e ci ha parlato di quelli che sono i comportamenti più frequenti che i giovani adottano in relazione ai rischi connessi all’AIDS e del loro grado d’informazione su questa malattia, nonché degli strumenti che lo Spazio Giovani mette in campo per informarli ed aiutarli ad adottare comportamenti corretti e responsabili.
Quali sono le iniziative e le attività che lo Spazio Giovani organizza per favorire la conoscenza e la prevenzione tra i giovani di problematiche quali quella dell’AIDS?
Organizziamo delle iniziative specifiche sull’AIDS e sulle malattie trasmissibili sessualmente (MTS) e iniziative di presentazione dello Spazio Giovani, all’interno delle quali comunque questi temi vengono trattati. Tutte le classi seconde degli istituti superiori di Bologna e tutte le prime classi dei corsi di formazione professionale vengono qui una volta durante l’anno e in questa occasione presentiamo loro lo Spazio Giovani e le attività che promuoviamo. Lo scopo principale di questi incontri è che i ragazzi sappiano dell’esistenza di questo posto e al momento del bisogno, quando necessitano di informazioni, tornino allo Spazio Giovani. Le tematiche trattate in queste occasioni sono libere, ma quasi sempre la tematica scelta dai ragazzi è quella relativa alle sostanze (alcool, droghe) oppure tematiche legate alla sessualità. Nella quasi totalità dei casi, quindi, durante questi incontri, l’argomento del preservativo e del suo uso corretto e quello delle MTS, tra cui l’AIDS, viene toccato, anche se non è l’argomento principale o non è stato da noi precedentemente predisposto un intervento mirato.
Poi organizziamo ogni anno progetti mirati, relativi alla sessualità ed alle MTS, indirizzati agli istituti superiori, in particolare alle classi terze. La proposta di aderire a questi progetti viene fatta a tutti gli istituti, alcuni aderiscono, altri no. Sono progetti basati sull’educazione tra pari: sono i ragazzi stessi che, dopo essere stati formati, svolgono degli interventi formativi tra i loro coetanei. Questo permette di superare il gap generazionale tra adulti e ragazzi e favorisce la credibilità del messaggio che si vuol trasmettere, che è ciò su cui noi puntiamo principalmente. Il progetto funziona in questo modo: per ognuna delle classi degli istituti che aderiscono al progetto, due allievi partecipano a due incontri di formazione qui allo Spazio Giovani, durante i quali mostriamo loro video, filmati, quasi sempre, purtroppo, stranieri. Insomma, cerchiamo di proporre ai ragazzi degli stimoli di riflessione, e durante il secondo e ultimo incontro organizziamo una sorta di laboratorio per mostrare loro come poter tradurre nel loro ambito scolastico, ai propri compagni, le informazioni acquisite. Con questa metodologia gli insegnati restano fuori dalla discussione dei contenuti: collaborano con noi, danno il proprio supporto organizzativo, mettono a disposizione le proprie ore di lezione, ma non intervengono direttamente. Infatti in questi progetti si scommette anche sull’imprenditorialità sociale dei ragazzi. Anche noi dello Spazio Giovani, una volta finita la formazione, ci mettiamo da parte, pur rimanendo a loro disposizione per offrire ulteriori informazioni, chiarimenti, dare del materiale, ecc. Sono loro dunque i protagonisti del progetto, decidono loro cosa fare e come farlo. Poi alla fine dell’anno scolastico li convochiamo per sapere come è andato il loro intervento in classe e fare una sorta di valutazione finale del progetto.
Oltre alle iniziative che organizzate per e nelle scuole, ve ne sono altre che organizzate in contesti extrascolastici?
Si, certo, realizziamo interventi anche in contesti extrascolastici. Anche questi ultimi quasi sempre sono progetti multitematici. Ci vengono in genere richiesti dai gruppi socio-educativi del territorio o da comunità di accoglienza per minori, anche minori stranieri non accompagnati. A volte sono gli educatori insieme ai ragazzi a venire allo Spazio Giovani, altre volte siamo noi ad andare da loro. Spesso una delle tematiche che ci chiedono di affrontare è quella dell’AIDS e delle MTS.
E’ in questi ambiti che generalmente s’incontrano i soggetti più a rischio, poiché si tratta di ragazzi che hanno alle spalle storie e situazioni di vita difficili. Questi ragazzi spesso assumono comportamenti scorretti da più punti di vista: il consumo di alcool o di altre sostanze e l’assunzione di comportamenti sessuali promiscui nonché la mancanza di prevenzione sono tra loro abbastanza diffusi. Per questo spesso facciamo degli interventi di informazione congiunti su sessualità, prevenzione e MTS, sostanze, cercando di legare tutti questi aspetti. Anche le persone molto fragili dal punto di vista psicologico, che hanno magari alle spalle delle storie molto complicate, hanno serie difficoltà a gestire correttamente il proprio corpo dal punto di vista sessuale. In questi casi esistono anche fattori trasversali che influiscono sulla presa di coscienza della necessità di prendere precauzioni.
Qual è, in base alla vostra esperienza, il grado di conoscenza e consapevolezza che hanno i giovani rispetto al problema dell’AIDS?
Ci sono stati in passato dei periodi in cui l’attenzione verso l’AIDS e le MTS era molto alta e il contesto sociale era molto più attento, per esempio, se ne parlava molto di più sui giornali. Questa fase è terminata. Nel clima sociale e culturale di oggi c’è molta meno attenzione rispetto al problema. Non riusciamo a dare una spiegazione precisa del perché questo sia accaduto.
Forse è dipeso dal fatto che il contagio esponenziale che ci si aspettava tra la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90 non c’è stato. Inoltre il tasso di mortalità nonché la velocità di evoluzione della malattia allora erano veramente drammatiche. L’aspettativa di vita e la qualità della vita di coloro che oggi contraggono il virus erano allora impensabili. Questo è uno dei fattori che probabilmente hanno contribuito a far allentare la tensione rispetto al passato. Un altro motivo potrebbe essere il fatto che siano subentrate altre emergenze sociali.
L’assenza di attenzione sociale e di un clima culturale favorevole chiaramente non ci aiuta nel nostro lavoro, poiché non abbiamo interlocutori che ci sostengano e coadiuvino.
Infatti è anche a causa di questa assenza se i ragazzi che si rivolgono allo Spazio Giovani conoscono veramente molto poco questo problema. A volte noi stessi rimaniamo stupiti di questa disinformazione: dell’AIDS conoscono il nome, ma non sanno perfettamente come viene trasmesso. Oppure credono a leggende metropolitane che li sviano da un’informazione corretta. Questo è ciò che notiamo. C’è quindi la necessità di precisare loro molte cose, perché le poche informazioni che hanno spesso sono confuse e scorrette.
Le famiglie poi difficilmente contribuiscono ad informare i propri figli rispetto a queste tematiche. In alcune famiglie per i ragazzi è molto facile parlarne ma in altre è pressoché impossibile. In questo secondo caso, non solo è difficile parlare di AIDS ma anche di sessualità, di sostanze stupefacenti e di altre tematiche come queste molto delicate. I ragazzi quindi non sempre hanno come interlocutore principale la propria famiglia. A volte trovano più facilmente un confidente in un fratello maggiore.
Quali sono i comportamenti scorretti che generalmente adottano i giovani rispetto ai rischi connessi all’AIDS? E qual è l’incidenza dell’AIDS sui giovani?
Notiamo tra coloro che si rivolgono a noi moltissimi comportamenti scorretti. Spesso vengono ragazze a chiederci la pillola del giorno dopo. Questo significa che durante il rapporto sessuale non sono state prese precauzioni oppure che il preservativo non è stato usato o conservato correttamente. Molti ragazzi preferiscono non usare il preservativo, pur essendo informati sui rischi che questo può comportare. Ritengo quindi che i giovani sottovalutino molto il problema.
Per quanto riguarda l’incidenza della malattia sui giovani, abbiamo avuto un paio di situazioni di ragazzi sieropositivi, ma che sono nati tali. Sono i figli della generazione che tra la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90 aveva contratto il virus. La richiesta di aiuto in questo caso è stata di tipo psicologico. Per fortuna non abbiamo avuto casi di contagi diretti tra i nostri utenti.
Per informazioni:
Spazio Giovani
Via Sant’Isaia 94/a scala A, 3° piano
Tel. 051/659.72.17
Dal lun. al ven. dalle 14 alle 18
Elda Caldari è ad oggi la referente della Commissione Aziendale USL della Provincia di Bologna. Abbiamo scelto di parlare con lei, della sfida all’Hiv, per fare chiarezza sul mondo dell’AIDS, sulla situazione odierna - in cui i dati sulle nuove infezioni non sono confortanti – in cerca di valide strategie per il futuro. Nelle sue parole si legge la sofferenza di quanti hanno contratto il virus, ma anche la necessità di non darsi per vinti e un filo di rabbia per un calo d’attenzione che coinvolge tutti, dai media alle istituzioni.
A fronte di un calo degli ammalati si registra una sostanziale stabilizzazione delle nuove infezioni, dal punto di vista della prevenzione si può parlare di una parziale sconfitta nella lotta contro l’AIDS ?
Oggi viviamo in una sorte di impasse, quello che registriamo è un calo d’attenzione generalizzato. Nei media si parla dei nuovi farmaci, del numero di malati che diminuisce grazie all’introduzione di terapie più efficaci ma non si dà sufficientemente conto dell’epidemia di nuove infezioni che non ha smesso di travolgere la nostra regione.
Nel biennio 2008-2009 a Bologna il tasso di incidenza di nuovi casi per 100.000 abitanti è di 8,8, nelle provincie di Forlì, Parma e Reggio Emilia raggiunge rispettivamente quota 13,8 – 11,5 – 10,6. Se si vuole che non diminuisca il livello di guardia della popolazione si deve mandare un messaggio univoco e chiaro: l’Hiv non appartiene al passato. Le indagini epidemiologiche che indicano una diminuzione dei nuovi casi di AIDS notificati, testimoniano contemporaneamente il trend crescente delle nuove infezioni da Hiv: a livello nazionale sono circa 4000 i nuovi casi stimati ogni anno. Quello che occorre ora è una sinergia fra media e istituzioni, c’è bisogno di un maggiore impegno, da parte di tutti.
Lei parla di un calo d’attenzione globale, a cui non sono estranee le istituzioni...
Investire in prevenzione dovrebbe essere sempre una prerogativa dello Stato. Ma al di là del diritto alla salute - in questo momento in cui il linguaggio dell’economia pare guidare tutte le scelte in ambito sanitario - voglio richiamare l’attenzione sui costi decisamente elevati delle terapie contro l’AIDS. Puntare maggiormente sulla prevenzione non significa solo proteggere molte vite, ma è in linea con una politica di rigore nei bilanci regionali della sanità. Lo ripeto, maggiore impegno da parte di tutti.
Un calo d’attenzione che si riflette inevitabilmente negli atteggiamenti della popolazione, i comportamenti a rischio sono da imputare ad una mancanza di informazione?
Sicuramente è auspicabile incrementare le iniziative di informazione e prevenzione: da una diminuita attenzione degli enti pubblici, dopo le campagne martellanti degli anni Novanta, discende immediatamente un abbassamento nella percezione del rischio della popolazione.
Un calo d’attenzione che, però, non si identifica necessariamente con l’assenza di informazioni sull’AIDS e sui modi in cui si contrae il virus: il discorso è più complesso e per invertire la rotta occorre un’analisi approfondita del fenomeno. Negli anni le campagne di prevenzione promosse sia dalle Aziende USL in collaborazione con la Regione, sia da parte delle associazioni sono state molte: il punto è che le informazioni, anche quando presenti, non sempre si traducono in comportamenti conseguenti. Tenga conto che l’AIDS colpisce a tutti i livelli sociali, e non esclude coloro che hanno un’istruzione medio-alta.
Dunque i meccanismi sociali che conducono al contagio non sono lineari come si è tentati di supporre secondo l’equivalenza informazione-comportamento consapevole. È più aderente alla realtà scorgere un legame fra i comportamenti a rischio e lo stigma che ancora colpisce coloro che sono affetti da Hiv?
Sicuramente è possibile individuare questa connessione: attualmente la trasmissione sessuale è responsabile del 74% dei nuovi casi di infezione, di cui quasi la metà fra eterosessuali. Molti incorrono in comportamenti a rischio proprio in quelle situazioni in cui ritengono di non aver nulla da temere. Fino a quando, nella percezione dei cittadini, l’AIDS rimarrà confinato a determinate fasce di popolazioni – prostitute, tossicodipendenti, omosessuali o individui etichettati in qualche modo come devianti – il numero di contagi non diminuirà. Perché l’Hiv non dilaghi si deve pensare in termini di “comportamenti a rischio” e non di “categorie a rischio” come molti, ad oggi, continuano a fare.
Molte persone, in alcune realtà fino al 60%, scoprono di essere sieropositivi quando compaiono i primi sintomi anche molto tempo dopo aver contratto il virus; dove è possibile rintracciare le cause di questo fenomeno?
La scoperta tardiva dell’AIDS segnala senza dubbio una bassa percezione del rischio: lo stigma che avvolge la malattia, il calo d’attenzione sono tutti fattori che vanno in questa direzione. L’individuo mette in atto una sorta di rimozione per cui non si sottopone al test per paura di non essere in grado di affrontare la notizia, si tratta di procrastinare indefinitamente l’evento, quasi che posticipare di qualche anno l’entrata nel mondo dell’Hiv esponendosi ad un rischio di morte decisamente più elevato fosse preferibile ad iniziare con tempestività la terapia. Un fenomeno drammatico per la consistenza e gli effetti, in Emilia Romagna oltre il 60% scopre di aver contratto il virus solo quando compaiono i primi sintomi. Queste persone, non consapevoli di essere sieropositive spesso non hanno rapporti sessuali protetti, divenendo la prima fonte di diffusione dell’infezione.
Nel suo lavoro si trova a contatto con utenti che chiedono di sottoporsi al test Hiv: quanto l’anonimato del test determina la loro scelta di rivolgersi al centro?
L’anonimato del test è un fattore assolutamente determinante, la stessa logistica delle nostre sedi è stata progettata in quest’ottica. In passato, quando la consegna dei referti e il post-counselling test avvenivano presso le strutture del Maggiore o del S. Orsola, la possibilità di incontrare conoscenti ed essere “scoperti” provocava un forte imbarazzo negli utenti, funzionando da deterrente ad effettuare il test. Da qui la scelta di un luogo in cui la privacy della persona è completamente garantita. Il C.A.S.A ha sede in via S. Isaia in un complesso più vasto, in cui sono ospitati una pluralità di servizi, dai consultori ai servizi che si occupano di disabilità. Segue la stessa logica anche la scelta di dare risalto all’acronimo, un termine neutrale, in cui lo stigma della malattia si stempera nell’evocazione dell’accoglienza.
Una situazione che nell’immediato porta più utenti a fare il test, ma nel lungo periodo potrebbe determinare effetti negativi, ossia rafforzare lo stigma e confinare la malattia nel circuito della devianza...
L’attenzione al luogo fisico e al nome sono senza dubbio battaglie di retroguardia, tattiche di breve periodo per fronteggiare l’emergenza che non vogliono in alcun modo oscurare il lavoro di quanti si confrontano a viso aperto per battere la discriminazione. Il punto è che dobbiamo fare i conti con la realtà. Anche se passi avanti contro le discriminazioni sono stati compiuti - da questo punto di vista non posso non ricordare il lavoro delle associazione o dei sindacati – molto è ancora da fare. Con la discriminazione chi è affetto da Hiv si deve confrontare, sul lavoro e nella vita, e non tutti hanno la forza di ingaggiare una doppia battaglia: contro la malattia e il pregiudizio.
Il programma regionale di Lotta contro l’AIDS ha strutturato servizi specifici che fanno capo all’Azienda USL, riducendo fortemente il ruolo del medico di base nel campo dell’informazione e prevenzione...
Nel passato abbiamo tentato di coinvolgere maggiormente i medici di base ma i risultati sono stati scarsi; come le ho detto la richiesta di anonimato è ancora molto forte, anche nei confronti della propria famiglia. Chi fa il test teme che le informazioni possano trapelare, non dimentichiamo poi che molto spesso il medico di base ha in carico l’intero nucleo familiare. Ripeto, si tratta di sconfiggere un’emergenza, di trovare gli strumenti che funzionano meglio: il proprio medico dovrebbe essere una figura con cui parlare apertamente di tutti i dubbi sul proprio stato di salute, ma siamo costretti a constatare che le esigenze poste dall’utenza sono altre.
Come giudica la situazione fra i giovani nel campo della prevenzione del rischio da Hiv, qual è il linguaggio più efficace per parlare a questa fascia di utenti?
Fra i giovani la percezione del rischio è estremamente bassa, l’adolescenza è un momento di per sé travagliato in cui il gusto della sfida e il desiderio di trasgressione danno forma ai comportamenti individuali per cui molti giovani parlano di AIDS come di un fenomeno che non può toccarli; d’altra parte non dimentichiamo come agisce lo stigma per cui il ragazzo o la ragazza che hanno comportamenti a rischio non leggono i loro atteggiamenti come tali, avere rapporti sessuali non protetti è giudicato normale se il partner che si frequenta è “uno a posto” e non appartiene alle categorie giudicate a rischio. In questi casi il livello di guardia cala immediatamente.
I dati ci mostrano che fra i nuovi contagi oltre il 20% sono cittadini stranieri, un dato che non deve sorprendere dal momento che oggi costituiscono una fascia non trascurabile della popolazione residente e talvolta provengono da paesi ad alta endemia. Quali sono le linee guida che indirizzano l’attività dei vostri operatori?
Il numero di stranieri che si rivolgono presso le nostre strutture per informazioni o per fare il test è ancora troppo basso, nel nostro lavoro siamo costretti a constatare l’esistenza di resistenze culturali per cui non è sempre facile stabilire una comunicazione e un’alleanza empatica con questa fascia di utenti. A volte sono le convinzioni religiose che inducono a comportamenti a rischio, pensiamo ai precetti dell’Islam sulla contraccezione, altre volte queste difficoltà s’inscrivono in un quadro più ampio di scarsa attenzione per la propria salute.
Quali le strategie per il futuro? Le pubblicazioni in lingua straniera sono ancora poche...
Campagne di informazione tradotte in varie lingue sono state fatte negli anni scorsi, ma non è solo un problema di trasposizione linguistica. Quella che manca è una vera e propria traduzione culturale, dobbiamo cercare di aprire un canale di comunicazione efficace che superi le differenze e la diffidenza verso il nostro approccio sanitario, è un discorso molto ampio che per alcuni versi incide anche sul rifiuto di un livello di assistenza adeguato, quando si è contratto la malattia.
Di recente è stato avviato un progetto specificatamente rivolto ai giovani stranieri a rischio, un’iniziativa che si estende al di fuori dell’ambito scolastico e tenta proprio di raggiungere quei luoghi in cui il disagio economico e sociale è più elevato. Un progetto che si avvale di diversi strumenti, dal colloquio diretto alla compilazione di questionari per capire dove si ferma l’informazione circa l’infezione da Hiv. Cerchiamo di costruire delle reti di comunicazione, dai giovani alle loro famiglie: per far sì che la prevenzione sia efficace, si deve costruire un percorso in cui l’informazione si affianca alla fiducia nelle strutture sanitarie.
I luoghi in cui si tenta di costruire un dialogo con i cittadini stranieri sono molteplici e ad oggi battere il terreno con sistematicità non è semplice: la battaglia contro l’AIDS si combatte tanto nei consultori Usl a cui si rivolgono le donne straniere, quanto presso i dormitori dove la presenza di stranieri è elevata, nell’ambito di un progetto più ampio di diritto alla salute....
La campagna di prevenzione regionale degli ultimi anni può definirsi soft, nello slogan si legge “In una storia d’amore la tua storia ti accompagna sempre, tieni fuori l’AIDS” . Il tentativo è quello di convincere gli individui ad evitare comportamenti a rischio senza mostrare il dramma della malattia che rimane semplicemente evocato nella parola AIDS: ritiene che sia possibile strutturare campagne più efficaci mostrando il vissuto concreto dei malati?
Campagne soft degli ultimi anni – due linee di pensiero si contrappongono. Da un lato si teme di terrorizzare con una campagna che mostri la malattia in tutta la asprezza, di generare nei cittadini una sorta di shock a cui segue il rifiuto dell’informazione - penso alle prime campagne prodotte dal ministero negli anni Novanta - dall’altra è pur vero che uno stile comunicativo soft in cui gli effetti devastanti della malattia conclamata non si vedono rischia di edulcorare l’immagine dell’AIDS, soprattutto in questo momento in cui si parla molto di farmaci biologici e nuove terapie, aprendo per altro verso la strada alla sottovalutazione del rischio.
E se fossero gli stessi malati di AIDS a parlare della malattia e della sofferenza fisica e psicologica...
In effetti, quando sono gli stessi malati a parlare del loro vissuto l’attenzione alla storia di chi si ha di fronte induce ad una riflessione consapevole e critica rispetto ai propri comportamenti, negli anni scorsi...
Perché si è scelto di accorpare la struttura che fa riferimento al “Programma lotta all’AIDS” e quella di “medicina penitenziaria” sotto un’unica direzione?
Nell’aprile del 2008 a seguito di un provvedimento ministeriale la medicina penitenziaria è divenuta di competenza delle Aziende USL regionali. Le carceri sono oggi luoghi sovraffollati in cui le condizioni sanitarie si fanno sempre più precarie: Bologna, da questo punto di vista, non fa certo eccezione.
In questo contesto fare screening di prevenzione è centrale e la lotta contro l’AIDS si inserisce in un discorso più ampio. I detenuti non sono obbligati a sottoporsi al test Hiv, per cui i nostri operatori tentano di instaurare con i carcerati un dialogo costruttivo perché se ne comprenda l’importanza. Non dobbiamo nasconderci che si tratta di un lavoro difficile, spesso si incontrano resistenze e non è raro imbattersi in un rifiuto, soprattutto da parte di quei cittadini stranieri che hanno nei confronti della malattia un atteggiamento che si scosta da quello dominante nei paesi occidentali, centrato sulla prevenzione. I compiti cui sono chiamati i nostri operatori non sono semplici ma la tenacia con cui svolgono il proprio lavoro e il dialogo sono spesso carte vincenti.
C.A.S.A. - il Centro Attività Servizi AIDS: servizi e dati
Guglielmo Pepe è fra i più noti giornalisti medico-scientifici, oltre che fondatore del supplemento “Salute”, magazine del quotidiano "la Repubblica", di cui è stato direttore per oltre 15 anni. Con lui abbiamo parlato di AIDS, informazione e prevenzione. Dal nostro dialogo è emerso un panorama fra luci e ombre, in cui chi fa informazione e deve decidere cos’è una notizia è costretto a confrontarsi non solo con i dati dell’attualità, ma anche con logiche altre, interne a questo mestiere.
Questa la testimonianza che ci ha lasciato.
“Il calo dell'attenzione nei confronti dell'AIDS c'è perché si tratta di una malattia che solo marginalmente riguarda i paesi occidentali e ad economia avanzata. Il virus, come sappiamo, è tragicamente attuale nei paesi più poveri del Pianeta - e non solo - e così come avviene su altri grandi temi, saltuariamente puntiamo i riflettori dell'attenzione sui problemi delle popolazioni più deboli della Terra. Da noi (non solo in Italia) ormai il tasso di mortalità si è fortunatamente abbassato e i vari cocktail di farmaci garantiscono una buona sopravvivenza a lungo termine per le persone colpite da Hiv.
Ciò non toglie che sia importante la prevenzione, sulla quale si focalizza l'attenzione solo quando c'è la giornata mondiale contro l'AIDS. Invece le campagne d’informazione, soprattutto quelle mirate ai più giovani e ai comportamenti a rischio, dovrebbero avere maggiore continuità. L'attenzione alle novità mediche, alla ricerca scientifica è comunque sempre alta, mentre si è attenuata quella nei confronti del vaccino, sui quali molti centri hanno risposto speranze per il futuro.
D’altra parte dobbiamo constatare che negli ultimi dieci anni l'informazione sulla salute si è modificata. In passato era molto "farmaco-centrica": ora c'è una visione più ampia del rapporto con la medicina. Al centro oggi c'è la persona che può essere malata, o non, e che comunque non ha bisogno soltanto di farmaci e di terapie mirate, personalizzate, ma anche di un percorso di vita che da un lato prevenga i disturbi, dall'altro curi, con l'obiettivo di migliorare la qualità e lo stile di vita.
Quindi non solo per ragioni editoriali, bensì, e secondo me in primo luogo, per ragioni culturali, un’informazione corretta deve mettere insieme la medicina ufficiale, la ricerca, il benessere, i comportamenti quotidiani, l'alimentazione, l'ambiente, le terapie non convenzionali, la sanità. Quest'ultima voce è tra le più importanti perché le strutture efficienti, i bravi medici, una buona assistenza, rappresentano le variabili dalle quali dipende la salute e il benessere di un'intera collettività.
Non dimentichiamo, poi, le logiche interne alla stessa informazione. Può accadere che i mass media, in determinati periodi, si concentrino su fenomeni che vengono 'gonfiati' dall’informazione stessa, alimentando nelle popolazioni un allarmismo che spesso non ha giustificazioni. Si è visto negli ultimi anni con una serie di pandemie, più annunciate che vere. E' chiaro che in questi casi molto dipende dalle decisioni prese dalle organizzazioni sanitarie mondiali (Oms innanzitutto) e nazionali, però anche i mass media piuttosto che seguire a ruota, dovrebbero essere più attenti ad informare in modo equilibrato.
Ma sappiamo che il 'grande fratello' quando viene acceso, diventa difficile, se non impossibile, spegnerlo.”
Il problema della casa - della mancanza di case a buon prezzo, da affittare o da comprare - è una tematica emergente e nel nostro ambito territoriale ha visto una serie di interventi pubblici, articoli apparsi sui quotidiani, sul web. La crisi economica ha contribuito ad acutizzare questo problema che è diventato tale anche per un numero maggiore di persone.
Anche BandieraGialla ha voluto trattare questo argomento con una serie di interviste rivolte ad amministratori pubblici e rappresentati sindacali.
I dati della crisi vengono ben esposti da Mauro Colombarini, segretario provinciale del Sunia a Bologna secondo cui "il numero di sfratti per morosità nella provincia di Bologna sono passati dai 2245 del 2008 ad una stima di circa 3000 per quest'anno, con un incremento quindi del 30%".
Per Giancarlo Muzzarelli, assessore della regione Emilia Romagna alla programmazione, "il segnale più tangibile dell'aggravamento della situazione è dato dall'aumento del numero di famiglie che vivono in affitto in alloggi in cui pagano un canone di mercato e che hanno ottenuto un contributo monetario per sostenere il pagamento l'affitto... Erano circa 20.000 unità nel 2000, sono più che raddoppiate (quasi triplicate) nel 2008...".
Il problema è aggravato anche dal fatto che mancano le case popolari. "E' necessario attivare politiche ben più ampie - afferma Claudio Mazzanti, presidente del quartiere Navile - che mirano al potenziamento del patrimonio pubblico nel settore edilizio: servono assolutamente nuovi alloggi popolari...".
Particolarmente delicata è la situazione in cui si trovano le famiglie degli immigrati dopo l'approvazione da parte del governo del famoso pacchetto sicurezza che, tra altre conseguenze negative, ha anche quella di rendere più difficile la residenza in una città: "Solo l'1-2% della popolazione immigrata è proprietaria di una casa - dice Bouchaib Khaline, presidente del Consiglio dei cittadini stranieri e apolidi della provincia di Bologna- il restante 98% entra nel mercato degli affitti e nelle liste per gli alloggi popolari. Di questi alloggi, a Bologna, solo il 5% va agli immigrati".
Il SUNIA - CGIL (Sindacato Unitario Nazionale Inquilini e Assegnatari) è la maggiore organizzazione sindacale italiana a tutela degli inquilini. Il suo obiettivo è il riconoscimento del diritto alla casa per ogni cittadino, a condizioni compatibili con le sue esigenze. Abbiamo intervistato il Segretario Provinciale di Bologna, Mauro Colombarini, sul tema dell'emergenza abitativa, sulle conseguenze e le possibili soluzioni.
Come ha influito l'attuale crisi economica e del mercato del lavoro sui problemi delle famiglie che vivono in affitto?
Il dato che emerge dal nostro punto di vista è l'aumento della difficoltà da parte delle famiglie che vivono in affitto. Queste difficoltà esistevano già da tempo ed erano dovute al fatto che, all'aumento dei valori immobiliari, non era corrisposto un aumento dei redditi, degli stipendi e delle pensioni. La crisi del mercato del lavoro ha quindi fatto precipitare una situazione già critica e le famiglie che una volta erano considerate a rischio, ora si trovano in difficoltà concreta e spesso non riescono a far fronte al pagamento degli affitti.
Qual è la vostra percezione del fenomeno? Esistono dati sulla base dei quali è possibile rilevare la difficoltà di queste famiglie?
Questo fenomeno lo rileviamo dal crescente numero di famiglie che si rivolgono al nostro sindacato dicendo che non riescono a pagare l'affitto e chiedendoci aiuto e soluzioni. Ma anche dall'aumento del numero di sfratti per morosità che nella provincia di Bologna sono passati dai 2245 del 2008 ad una stima di circa 3000 per quest'anno, con un incremento quindi del 30%.
Un altro dato che ci fa rilevare questa situazione di difficoltà è l'incremento di domande di aiuto pubblico e in particolare delle richieste di assegnazione di una casa popolare e del contributo per l'affitto. Ormai per entrambi i bandi nella provincia di Bologna siamo a circa 8000 domande, dinnanzi alle quali purtroppo la capacità di risposta dell'amministrazione pubblica è assolutamente ridotta.
Ogni anno, infatti, ottimisticamente, vengono assegnate circa 400 case popolari, soddisfando così solamente il 5% delle richieste; mentre il contributo per l'affitto risulta essere sempre più esiguo in quanto il Fondo Nazionale sulla base del quale viene erogato ha subito ingenti tagli da parte del Governo e i già scarsi stanziamenti vengono divisi tra un numero sempre più alto di richiedenti. Per fare un esempio, se nel 2000 le famiglie ricevevano un contributo che consentiva loro di pagare quattro o cinque canoni d'affitto, oggi riescono a malapena a pagare una mensilità.
Come ha influito invece la crisi sulle problematiche abitative preesistenti, come ad esempio la difficoltà dei giovani di andare a vivere autonomamente?
Purtroppo la crisi fa sì che tanti problemi che rileviamo da molti anni passino in secondo piano e che le possibilità di risolverli si riducano ulteriormente. Pensiamo ad esempio ai problemi di persone anziane o disabili che hanno barriere architettoniche nella propria abitazione, oppure ai tanti giovani che non riescono ad uscire di casa.
Nell'attuale situazione si è talmente proiettati sull'emergenza che i problemi preesistenti tendono ad essere trascurati, invece sono e rimangono questioni molto importanti.
E per quanto riguarda le problematiche abitative delle famiglie immigrate?
La componente maggioritaria di "bisogno casa" è oggi rappresentata proprio dai cittadini stranieri. Le famiglie immigrate sono ormai quasi il 50% nelle domande di alloggio pubblico; mentre sono senz'altro in prevalenza per quanto riguarda le richieste del "bando anticrisi", promosso dal Comune di Bologna per fornire un contributo sull'affitto alle famiglie a basso reddito dei lavoratori che hanno perso il posto.
Questa situazione apre problemi dal punto di vista della coesione sociale non indifferenti. Nel senso che, quando c'è da dividere una torta che è sempre più piccola tra un sempre maggior numero di persone, si crea una competizione dalla quale spesso non nascono sentimenti propriamente encomiabili. La crisi non riguarda quindi solo la questione abitativa, ma è un problema più generale, che sta rendendo più difficili processi già di per sé complicati.
Quali sono quindi le risposte che date alle famiglie, migranti e non, che vengono al vostro sindacato dicendo che non riescono più a pagare l'affitto?
Ciò che cerchiamo di fare in questa situazione è spiegare alle persone quali sono le opportunità esistenti: il contributo per affitto, la possibilità di richiedere una casa popolare, il contributo anticrisi di cui ho accennato in precedenza, che è stato attivato dal Comune di Bologna proprio per aiutare i cittadini che a causa della perdita del lavoro sono in difficoltà a pagare l'affitto e rischiano lo sfratto per morosità.
Nei casi più difficili invece proviamo a interessare anche i servizi sociali, anche se la mia preoccupazione è che, siccome i casi difficili iniziano ad essere davvero tanti, i servizi si trovino a ricevere sulle problematiche abitative pressioni troppo forti e difficilmente sostenibili.
E le soluzioni innovative, come il co-housing o la coabitazione, possono servire a far fronte all'attuale situazione? In che misura?
Io non sono per scartare queste strade a priori, alcune meriterebbero anzi un approfondimento. Mi riferisco ad esempio al co-housing, all'autocostruzione o alla coabitazione tra studenti e anziani in cambio di assistenza, che potrebbe essere ad esempio allargata anche ai giovani lavoratori e non solo agli universitari.
Tuttavia, pur non escludendo un approfondimento di questi strumenti, ritengo che l'attuale dimensione del problema alloggiativo richieda interventi di spessore più adeguato. Purtroppo abbiamo un Governo che dal punto di vista delle prospettive abitative non offre nulla e le amministrazioni comunali vengono di fatto vengono lasciate sole davanti al problema dell'emergenza abitativa.
Quali potrebbero essere quindi le adeguate risposte a questa emergenza?
Secondo me quello che servirebbe è un ripensamento complessivo del sistema delle locazioni; penso che pian piano ci si arriverà, ma ci vuole ancora tempo.
Negli anni Novanta la gente affittava poco perché, se aveva soldi, preferiva investirli in borsa più che in appartamenti, per cui i canoni d'affitto sono aumentati. Oggi è l'opposto, perché la borsa ha perso valore e le persone abbienti preferiscono investire in beni immobiliari; ma nessuno prova a ragionare in modo diverso. I locatari dovrebbero essere portati ad affittare gli appartamenti a prezzi inferiori, ma questo non avviene.
In poche parole quando c'era un mercato favorevole all'offerta sono stati alzati prezzi ed ora che è favorevole alla domanda i prezzi non si abbassano. Questa mi sembra una logica a senso unico che dovrebbe essere assolutamente ripensata.
A Bologna si sta realizzando un progetto che consiste nella ristrutturazione, in autorecupero, di circa 40 appartamenti, suddivisi in nove immobili, di proprietà del Comune.
Il Progetto è realizzato da un’Associazione Temporanea di Scopo (ATS) di cui fanno parte l’Associazione Xenia (soggetto capofila), che ha il compito dell’accompagnamento alla casa e della mediazione sociale, il Consorzio ABN di Perugia, che si occupa degli aspetti tecnico-edilizi, sociali e finanziari, la Coop.sociale ABCittà di Milano, che cura i processi partecipativi per un coinvolgimento consapevole dei beneficiari, del futuro vicinato e dei territori.
E’ stato selezionato, attraverso avviso pubblico, un gruppo di circa 40 nuclei familiari che, riuniti in cooperativa, saranno chiamati a partecipare attivamente alla ristrutturazione degli alloggi, mettendo a disposizione il proprio tempo, lavoro e le risorse finanziare necessarie per il recupero.
Abbiamo intervistato Marzia Casolari, presidente dell’associazione Xenia.
Può spiegarci concretamente in cosa consistono il concetto di autorecupero e quello di autocostruzione?
L’autorecupero è una metodologia di lavoro che in qualche modo discende dalla metodologia dell’autocostruzione. Quest’ultima consiste nel fatto che i beneficiari dell’intervento abitativo sono anche coloro che costruiscono la propria casa. Nel primo caso, invece, anziché costruire una casa da zero, completamente nuova, si ristrutturano edifici già esistenti. La ristrutturazione è una tipologia più complessa rispetto all’autocostruzione ex-novo, poiché si va ad intervenire su delle strutture che spesso, trattandosi di vecchi edifici, sono da consolidare. A volte è necessario demolire delle parti e ricostruirle, intervenire sull’impiantisca esistente, e spesso ricostruire completamente anch’essa. Anche la ristrutturazione più semplice prevede un doppio lavoro: la demolizione, la rimozione della parte non recuperabile e la ricostruzione. Inoltre, nella fase di ricostruzione è necessario rispettare alcuni vincoli esistenti relativamente all’uso dei materiali e delle metodologie costruttive, vincoli che non sono previsti per l’autocostruzione.
La scelta tra l’una o l’altra metodologia di intervento è soprattutto legata alla disponibilità di terreni. Generalmente i progetti di autocostruzione e autorecupero vengono realizzati attraverso un partenariato fra un’amministrazione pubblica, che individua i terreni su cui costruire o gli edifici da ristrutturare, e un ente privato, che svolge un lavoro di assistenza, selezionando i beneficiari, fornendo l’assistenza tecnica nei cantieri, quella burocratica necessaria alla creazione della cooperativa di autocostruzione o autorecupero, ed infine quella finanziaria volta a reperire l’istituto bancario che dovrà fornire il credito per l’intervento.
Una volta selezionati i beneficiari, viene fondata la cooperativa, che attiva un mutuo per poter coprire i costi di realizzazione (prevalentemente spese per i materiali e per la manodopera), di cui una parte è affidata a ditte esterne. La creazione di una cooperativa da parte dei beneficiari del progetto, di coloro che andranno ad autocostruirsi o a recuperare la casa, è necessaria per poter svolgere l’attività edilizia.
Quale metodologia di lavoro predilige la vostra associazione?
La nostra associazione, tra le due formule abitative, predilige sempre e comunque l’autorecupero, essendo le aree urbane nelle quali viviamo già estremamente cementificate. Continuare a costruire, a edificare implica un impatto negativo sul territorio. Questo non ha molto senso, se si pensa che esistono edifici in disuso che potrebbero essere recuperati, riqualificando nello stesso tempo delle zone dequalificatesi con l’abbandono degli edifici stessi. Quindi l’autorecupero offre la doppia possibilità di riqualificare dal punto di vista edilizio gli edifici e nello stesso tempo di riqualificare le zone circostanti che, con l’abbandono degli stessi, tendono a degradarsi.
Qual è il compito che svolge la vostra associazione, peraltro associazione capofila, all’interno del progetto portato avanti dal Comune di Bologna?
Il nostro è prevalentemente un compito di coordinamento. L’intervento è svolto attraverso un’ATS (Associazione Temporanea di Scopo), ovvero l’ente privato che svolge il lavoro di assistenza di cui sopra. Si tratta di una forma societaria attraverso la quale si aggregano diversi soggetti, ciascuno con competenze specifiche, che vengono messe in campo e condivise. Questo tipo di interventi, infatti, è molto articolato, e richiede una molteplicità di competenze di vario tipo. Difatti, l’attività di autorecupero o autocostruzione di un edificio, avendo anche un impatto sociale, poiché coinvolge delle persone, che saranno i beneficiari del progetto, non prevede soltanto attività di tipo tecnico ma anche di tipo sociale. Il ruolo dell’ATS è dunque anche quello di facilitare tutti i processi che coinvolgono i beneficiari: la selezione degli stessi, l’accompagnamento nei cantieri, l’assistenza sia tecnica, relativa all’autocostruzione/autorecupero, sia burocratica, sia di facilitazione dei rapporti all’interno dei vari gruppi di autocostruzione/autorecupero.
Qual è principalmente la tipologia di soggetti che si è rivolta a voi?
Durante le fasi di individuazione e selezione dei beneficiari, coloro che si sono rivolti all’associazione sono stati per il 70% italiani e per il restante 30% stranieri. Si tratta in gran parte di famiglie con figli e persone singole. Queste sono le due categorie principali. Poi c’è una piccola percentuale costituita da giovani coppie senza figli.
Considerato il numero elevato di persone che affrontano serie difficoltà nell’acquisto di una casa di proprietà o nel pagamento di un affitto, accresciutosi negli ultimi mesi a seguito della crisi economica, non pensate che questo progetto costituisca una “goccia nel mare” rispetto al reale fabbisogno abitativo, in particolare tenendo in considerazione il numero molto ridotto di nuclei familiari cui il bando è rivolto e i requisiti richiesti per parteciparvi?
Evidentemente si. Siamo assolutamente consapevoli di questo. Tuttavia pensiamo anche che vi sia la necessità di sperimentare soluzioni abitative nuove, innovative, che non sia più sufficiente costruire alloggi da destinare e far gestire all’ERP (Edilizia Residenziale Pubblica), anche perché i soldi destinati all’edilizia pubblica da parte dello Stato vanno via via riducendosi ed è drammaticamente evidente l’aumento esponenziale di domanda di alloggi a costi sostenibili, soprattutto in locazione. Tuttavia, affitti sostenibili sul libero mercato sostanzialmente non esistono e per quanto riguarda quelli dell’edilizia pubblica, la disponibilità è molto limitata rispetto al numero delle domande. Nel 2009 il comune di Bologna ha ricevuto oltre 8000 domande ma il numero delle assegnazioni effettuate dall’ERP è di 400 all’anno. Quindi, esiste una notevole sproporzione tra domanda e offerta di alloggi pubblici.
Io credo che tutti gli attori coinvolti, le pubbliche amministrazioni come i soggetti privati che lavorano nell’ambito del sociale, e nello specifico dell’housing, siano consapevoli del fatto che la risposta pubblica in questo momento non basta e che vada integrata con risposte e percorsi alternativi. L’autocostruzione e l’autorecupero sono delle formule che consentono di abbattere in modo anche netto i costi di costruzione o di recupero delle case. In Italia rappresentano ancora un’esperienza pilota, da tutti i punti di vista, da quello strettamente tecnico a quello organizzativo. Tuttavia, se questo sistema dovesse entrare a regime ed essere adottato come modello da utilizzare nella riqualificazione di edifici urbani o di aree più estese nelle realtà cittadine, probabilmente, integrandola con altre risposte, si potrebbero raggiungere risultati soddisfacenti.
Per quanto vi riguarda, come associazione, avete adottato altre strategie o strumenti alternativi a questo progetto per aiutare le persone che si sono rivolte e si rivolgono a voi? Se si, quali?
Uno dei settori su cui abbiamo lavorato e stiamo lavorando è quello della facilitazione nell’accesso agli alloggi in affitto. Infatti, il problema principale affrontato dagli affittuari è quello dei costi elevati degli affitti e di conseguenza la necessità di trovare degli alloggi in affitto a costi sostenibili. Purtroppo in Italia manca del tutto la cultura per la quale la casa è un bene sociale, che invece esiste per esempio nei paesi del nord Europa: la casa in Italia è solo un bene economico, un investimento. Il proprietario che acquista una seconda casa fa un investimento esclusivamente di tipo economico.
Io credo che si debba lavorare anche in questa direzione, anche se l’impegno andrebbe rafforzato. Uno dei modi per farlo potrebbe essere la creazione di agenzie per l’affitto. Nella città di Bologna è stata creata l’AMA (Agenzia Metropolitana per l’Affitto), completamente a partecipazione pubblica, realizzata dal comune di Bologna in collaborazione con i sindacati degli inquilini e dei proprietari. Esistono altri esperimenti di questo tipo, come quello realizzato a Verona con la Fondazione La Casa. Questa fondazione, appositamente creata, a partecipazione pubblica e privata, con un ampio contributo finanziario delle banche, ha messo a disposizione delle risorse allo scopo di facilitare l’accesso agli alloggi in locazione. Per quanto riguarda l’AMA, l’esperimento non è andato esattamente come avrebbe dovuto, a mio parere a causa della scarsa sensibilizzazione operata nei confronti dei proprietari delle case affittate. Questi ultimi avrebbero dovuto essere sensibilizzati non tanto attraverso campagne pubblicitarie, come invece è stato fatto, quanto attraverso la creazione di rapporti di fiducia tra loro e gli affittuari. Tale operazione di sensibilizzazione, svolta esclusivamente dal settore pubblico, non è andata a buon fine. Probabilmente il coinvolgimento di enti privati operanti nel settore sociale avrebbe contribuito a raggiungere questo obiettivo. Uno strumento come questo, magari costruito con un maggior grado di flessibilità e realizzato anche con la partecipazione del settore privato (associazioni, cooperative, ecc.), in grado di facilitare l’incontro fra i proprietari e gli inquilini, credo possa contribuire a dare una risposta, seppur parziale, al problema abitativo. Un intervento del genere messo a sistema insieme agli altri tipi di intervento potrebbe contribuire ad alleviare la drammaticità di questo problema.
Per informazioni:
Xenia - Associazione per lo studio e l'azione sulle migrazioni e lo sviluppo
Via Marco Polo, 21/23 - 40131 Bologna
tel: 051/635.07.74
www.xeniabo.org
e-mail: info@xeniabo.org
Come ci ricorda Federico Orlandini, che abbiamo intervistato sul tema della emergenza abitativa, As.i.a. (Associazione Inquilini e Assegnatari) è un'associazione di inquilini federata alle rappresentanze sindacali di base. Opera da diversi anni sia su base nazionale che a Bologna. Di fatto si occupa della difesa del diritto alla casa su due livelli: attraverso consulenze gratuite offerte dagli sportelli informativi nelle varie città e in quanto sindacato di conflitto organizzando la difesa dei lavoratori secondo il motto per cui "la solidarietà è un'arma".
Certamente l'attuale crisi economica e del mercato del lavoro sta influenzando negativamente le possibilità delle famiglie in affitto. As.i.a. ha registrato una tendenza di crescita anche nel numero degli sfratti? Come pensate si evolverà la situazione?
Il numero di sfrattati sta aumentando su tutto il territorio nazionale. A Bologna in ottobre erano in formula esecutiva quasi 3000 sfratti (dati UNEP). Questa fascia di persone non sono solo più soggetti emergenziali, ma lavoratori che fino a poco fa si ritenevano sicuri economicamente, tanto che sono aumentate anche le insolvenze dei mutui per acquistare la casa. Ma questa è la punta di un iceberg che sta emergendo. L'assenza di politiche abitative adeguate ai redditi di chi ha bisogno di casa, il caro affitti e la deregolamentazione del mercato delle abitazioni sono processi in atto da anni che ora mostrano le loro conseguenze.
La crisi sta aggravando anche altri problemi pre-esistenti circa le dinamiche abitative, come ad esempio le difficoltà che hanno i giovani ad andare a vivere autonomamente?
Le nuove tipologie di contratto non permettono di affrontare affitti per un appartamento singolo, soprattutto nelle grandi città. L'ultimo anno di licenziamenti e cassa integrazione ha esteso il fenomeno del sovraffollamento degli appartamenti (che sia lo stesso nucleo o più nuclei famigliari). Non basta uno stipendio di un lavoratore part-time, ad esempio, per tirare avanti.
Quali sono le vostre risposte e le possibili soluzioni ai problemi delle famiglie che non riescono più a pagare l'affitto? Cohousing, cooperative abitative, coabitazione di studenti e anziani sono ancora alternative valide?
L'As.i.a. ritiene che la soluzione sia il riconoscimento del diritto alla casa, ossia un affitto legato al reddito. Questo implicherebbe un'inversione di tendenza rispetto alla liberalizzazione del mercato dell'affitto (legge 431/98) e del nuovo progetto di housing sociale. Bisogna iniziare piani di investimento pubblico per avere maggiori disponibilità di case popolari (non solo nuove cementificazioni), sanzioni a chi specula, requisizioni di case sfitte. Quello che viene chiamato housing sociale è un rischio enorme: l'edilizia popolare non avrà come criterio il reddito ma un leggero abbattimento del valore di mercato.
Rispetto agli interventi in difesa dei soggetti in difficoltà quali sono e di che qualità le risposte delle istituzioni locali?
Noi riteniamo le risposte locali all'emergenza abitativa inadeguate. Esiste un regolamento comunale che va ad individuare un soggetto sociale che non presenta solo problemi abitativi, ma socio-sanitari gravi. E' necessario mettere case a disposizione a chi non riesce più a sostenere l'affitto. Soltanto adesso, dopo diverso tempo che il nostro sindacato denunciava l'emergenza sfratti, è passata una delibera che mette a disposizione case a chi è sfrattato. Perciò si può dire che il problema principale resta il carente patrimonio pubblico.
Qual è la situazione abitativa delle famiglie immigrate? Esistono situazioni di discriminazione particolare?
Gli immigrati subiscono la difficoltà abitativa in modo uguale agli italiani. Stesso caro affitti, stessi bassi redditi, senza soluzione per nessuno. Gli immigrati inoltre se non hanno il permesso di soggiorno di lunga durata hanno oggi problemi legati alla necessità di residenza. Naturalmente, ne derivano conseguenze in termini sociali che sfociano in fenomeni di discriminazione e tensione verso gli extracomunitari perché sovente la loro posizione viene assimilata a quella di usurpatori del lavoro e delle case degli altri cittadini. Quando invece, si sa, i problemi sono strutturali. Tuttavia, nel nostro sindacato, italiani e immigrati si organizzano assieme, consapevoli di avere le stesse necessità.
Intervista a Bouchaib Khaline, presidente del Consiglio dei cittadini stranieri e apolidi della provincia di Bologna.
Qual è la situazione abitativa degli immigrati a Bologna?
Per descrivere la situazione abitativa degli immigrati a Bologna non possiamo non parlare del Pacchetto Sicurezza che complica ogni cosa.
Prendendo come riferimento il decreto del ministero della Sanità del 5 luglio 1975 - in cui erano fissati alcuni parametri di abitabilità - la legge 94 approvata da questo Governo prevede che per il ricongiungimento familiare ma anche per la richiesta di residenza lo straniero debba avere "un alloggio conforme ai requisiti igienico sanitari, nonché di idoneità abitativa, accertati dai competenti uffici comunali".
Il rispetto di questi requisiti da parte degli stranieri diventa sempre più difficile, se non impossibile, e molti si ritrovano già a vivere in una condizione di illegalità. Questo accade innanzitutto perché le famiglie straniere sono nuclei numerosi e abitano spesso in case piccole - perché meno costose - mentre la legge 94 pone un vincolo ancora più restrittivo al numero di occupanti in relazione alla metratura dell'abitazione. Si sa inoltre che a Bologna, soprattutto nel centro storico, le case sono spesso vecchie e in condizioni precarie, capita a volte che non abbiano tutti gli impianti a norma e quindi diventa ancora più facile per un Comune negare la residenza a un cittadino immigrato. Non avere la residenza per un immigrato significa non poter avere accesso agli aiuti previsti dai Comuni per la crisi e soprattutto perdere la speranza di ottenere un giorno la cittadinanza. Stessa sorte spetta ai figli degli immigrati che, vivendo in un alloggio non idoneo, non potranno neanche loro beneficiare del diritto di residenza.
Tutte queste restrizioni non serviranno certo a espellere i clandestini dall'Italia ma soltanto a rendere la vita impossibile ai lavoratori stranieri che vivono in questo paese. Per non parlare del potere discriminatorio che queste norme portano con sé; basti pensare all'operazione "White Christmas" che la Lega sta conducendo in questi giorni in una città del Nord (nel Bresciano e precisamente a Coccaglio, ndr). L'obiettivo è ripulire la cittadina dagli extracomunitari entro il 25 dicembre e per raggiungere lo scopo i vigili urbani si recheranno casa per casa: gli extracomunitari con un permesso di soggiorno scaduto vedranno la propria residenza cancellata.
Molti italiani si lamentano che non ci sia disponibilità di alloggi popolari perché sono per lo più assegnati agli immigrati.
C'è chi vuole fomentare una guerra tra poveri e usa questa spiegazione per giustificare la mancanza di risorse e di investimenti per gli alloggi popolari. La verità è un'altra ed è sufficiente leggere in modo corretto le statistiche per svelarla: in Italia circa l'80% degli italiani possiede una casa di proprietà, una percentuale ch scende all'1-2% se ci si riferisce alla popolazione immigrata; il restante 98% entra nel mercato degli affitti e nelle liste per gli alloggi popolari. Di questi alloggi, a Bologna, solo il 5% va agli immigrati; in altri Comuni non viene assegnato neanche una casa agli stranieri e quindi direi che siamo proprio sotto la norma rispetto ad altri Paesi.
Bisogna poi considerare le composizioni di nuclei familiari: in linea di massima, infatti, le famiglie italiane sono composte da 2/3 persone, marito e moglie lavorano e necessitano di case piccole; le famiglie immigrate, invece, sono più numerose e solo ultimamente le donne cominciano a lavorare mentre gli uomini sono spesso precari e hanno un reddito molto basso.
Non dimentichiamoci infine che un immigrato per avere diritto a una casa popolare deve essere cittadino italiano e questo significa attendere 10 anni; di conseguenza sono molti di più gli stranieri che si riversano nel mercato dell'affitto, soggetto a una forte speculazione da parte dei proprietari.
Proprio in questi giorni un'inchiesta del sito di giornalismo CityLab denuncia le condizioni abitative umilianti in cui vivono molti immigrati in alcune palazzine di via Barbieri. Ci può descrivere la situazione in città?
Sono tantissimi a Bologna gli immigrati che vivono in seminterrati, scantinati, case fatiscenti. Può capitare che alcuni non trattino bene la casa in cui vivono, che non paghino ma la maggiorparte degli affittuari stranieri paga ogni mese per vivere in condizioni disumane. E questo non gli permetterà di ottenere una certificazione di idoneità abitativa. Invece di porre dei paletti agli stranieri il Governo farebbe bene a battersi contro il mercato nero degli affitti.
C'è poi un ultimo fattore da tenere in considerazione: Bologna è una città storica, come ho già detto le abitazioni in centro sono spesso vecchie, piccole e quindi non adatte alle famiglie immigrate che vengono allontanate sempre più dal centro verso la periferia. In questo modo si rischia di creare dei veri e propri ghetti dove far sparire di notte gli immigrati che di giorno lavorano.
Per approfondimenti:
Idoneità abitativa: i nuovi requisiti
Intervista a Gian Carlo Muzzarelli, assessore alla programmazione e sviluppo territoriale, cooperazione col sistema delle autonomie e organizzazione.
Ci può descrivere qual è al momento la situazione abitativa in Regione?
La crisi economica, che si è inserita in un periodo già non facile e di grandi cambiamenti sociali, ha decisamente aggravato la questione abitativa. In particolare, anche a causa di un esecutivo nazionale che ha anno dopo anno diminuito le risorse per l'affitto, sono cresciute in misura esponenziale le famiglie che faticano a pagare l'affitto e le rate dei mutui.Questo è un fenomeno sempre più diffuso, che colpisce prima di tutte quelle famiglie in cui un componente ha perso il lavoro, è finito in cassa integrazione, o comunque ha perso una quota consistente del proprio reddito.
Il segnale più tangibile dell'aggravamento della situazione è dato dall'aumento del numero di famiglie che vivono in affitto in alloggi in cui pagano un canone di mercato e che hanno ottenuto un contributo monetario per sostenere il pagamento l'affitto (fondo per l'affitto istituito con la legge 431 del 1998). Erano circa 20.000 unità nel 2000, sono più che raddoppiate (quasi triplicate) nel 2008. Nel 2008, infatti, sono state ammesse a ricevere un contribuito circa 52 mila famiglie, mentre nell'anno precedente erano state poco più di 48 mila, con un incremento di circa 4 mila unità.
Tra le categorie maggiormente colpite dall'emergenza abitativa ci sono gli immigrati. Può fornirci dei dati al riguardo?
Nel 2008 gli alloggi sono stati assegnati per circa il 70% a famiglie di cittadini italiani, e per il restante 30% a cittadini stranieri di origine comunitaria ed extracomunitaria. La percentuale di alloggi in cui vivono famiglie di origine straniera (poco più del 10%) corrisponde alla percentuale di cittadini stranieri presenti in Emilia-Romagna.
A Bologna, in particolare, sono state assegnati nel 2008 532 alloggi a cittadini italiani (il 70,28%) e 225 alloggi a cittadini stranieri (il 29,72%).
Anche per i giovani diventa sempre più difficile possedere una casa. A questo proposito la Regione ha realizzato il progetto "Una casa alle giovani coppie" e ha indetto un bando tuttora aperto. E' possibile fare già un primo bilancio?
Il programma prevede lo stanziamento di 13,3 milioni di euro per sostenere l'acquisto della prima casa di proprietà da parte delle giovani coppie, che potranno comprarla dopo un periodo di locazione di massimo quattro anni, a canone inferiore a quello di mercato e comunque non superiore ai 400 euro mensili. Il provvedimento consentirà a molte giovani coppie dell'Emilia-Romagna, sino a 1.300, di acquistare finalmente la prima abitazione. Potranno ricevere il contributo (tra i 10.000 ed i 13.000 euro a seconda della qualità energetica dell'abitazione) le coppie sposate al momento della presentazione della richiesta, o conviventi da almeno due anni, con un reddito complessivo non superiore ai 40.000 euro secondo il calcolo Isee. Per noi è un provvedimento molto importante, che assicura semplicità, assenza di burocrazia e responsabilizzazione delle giovani coppie. La Regione mette un contributo importante, pari a 13,3 milioni di euro; le imprese individuate attraverso Intercent-er assicurano abitazioni di qualità e moderne, della dimensione non superiore ai 95 metri quadrati; le giovani coppie, entro due mesi dall'ormai imminente pubblicazione della lista degli alloggi disponibili, faranno il giro delle imprese e sceglieranno liberamente l'alloggio preferito e ritenuto più adatto per loro. In un momento di crisi dell'edilizia, con tante coppie senza casa, abbiamo voluto rispondere alle difficoltà con nuove opportunità.
Ci sono altri interventi attuati dalla Regione per rispondere all'emergenza casa? O interventi in via di attuazione?
Per accrescere l'offerta di alloggi pubblici abbiamo finanziato con 35 milioni un programma per il recupero di circa 1830 alloggi che erano sfitti perché necessitanti di interventi di ripristino.
Recentemente si va diffondendo in Italia il tema del Co-housing sociale, dell'autorecupero e dell'autocostruzione. In che modo possono essere inquadrate queste soluzioni all'interno della grande crisi abitativa?
Sono forme che possono avere una qualche validità, anche se il loro contributo in termini quantitativi non potrà forse essere rilevante. Abbiamo finanziato con 400 mila euro alcuni interventi di autocostruzione per la realizzazione di 40 alloggi in vari comuni del parmense.
Al fine di delineare un quadro più preciso della situazione in città e di comprendere quali siano le risposte delle istituzioni alle richieste di aiuto, abbiamo intervistato Claudio Mazzanti, Presidente del Quartiere Navile.
La difficoltà di trovare casa e garantirsi uno spazio confortevole in cui abitare con la propria famiglia non è un problema nuovo, ma la crisi ha avuto sicuramente un impatto sulla situazione. Che volto ha l’emergenza abitativa con cui gli sportelli sociali e più in generale i servizi di quartiere hanno a che fare?
L’emergenza abitativa è una realtà, e la crisi ha aggravato la situazione poiché i redditi dei lavoratori sono sempre più spesso incompatibili con i prezzi delle case stabiliti dal mercato immobiliare. Le abitazioni non mancano, ma ciò che manca sempre più spesso, è la capacità da parte delle persone, di sostenere i costi di un affitto o di un mutuo. Se a questo si aggiungono le politiche inefficaci e i mancati interventi a livello centrale degli ultimi anni, la carenza cronica di alloggi pubblici e la cessazione degli investimenti statali in questo settore, si intuisce che la situazione è sempre più grave.
Ci troviamo di fronte a 8000 richieste di alloggio e a circa 3000 domande di contributo per l’affitto nella città di Bologna, e ad un infoltirsi dell’utenza dei servizi. Persone che fino a ieri erano autonome, oggi non ce la fanno e vengono a chiederci aiuto. E’ ciò che accade per esempio a quegli anziani che vivono soli e che con la sola pensione non possono pagare le bollette…
Come rispondono gli Sportelli Sociali alle richieste di aiuto dei cittadini?
Prima di tutto cerchiamo di individuare quali siano i bisogni degli utenti, poi diamo loro ogni informazione e indicazione necessaria per avere un sostegno. Il nostro è un lavoro di rete, nel quale cerchiamo non solo di informare ma anche di accompagnare i cittadini nella ricerca di una soluzione al proprio bisogno. Spesso aiutiamo gli utenti a compilare le richieste di sussidio o di alloggio, ma siamo chiamati anche in casi ben più gravi: non molto tempo fa i Servizi del nostro quartiere sono intervenuti per impedire lo sgombero di inquilini di alloggi privati che erano ancora in attesa di una nuova destinazione e che senza il nostro intervento sarebbero finiti in strada. Grazie ad accordi stipulati con i proprietari degli immobili abbiamo fatto in modo che venisse rimandato lo sfratto almeno fino a quando non si fosse prospettata alla famiglia in questione una soluzione abitativa che non coincidesse con la strada.
Il decentramento territoriale dei Servizi ha influito sulla capacità di risposta dei Servizi stessi?
Il decentramento dei servizi ha migliorato il nostro lavoro. Oggi si crea un contatto molto più stretto tra gli utenti e gli operatori, per cui diventa anche più agevole per noi comprendere i bisogni delle persone e rispondervi adeguatamente.
Quali azioni di risposta pensate si debbano mettere in campo per risolvere il problema?
La prima cosa da fare, a Bologna come altrove, è procedere alla ristrutturazione degli immobili che per incuria oggi risultano inagibili: in questo modo già si tamponerebbe in modo efficace l’emergenza. Resta poi l’urgenza e la necessità di attivare politiche ben più ampie che mirano al potenziamento del patrimonio pubblico nel settore edilizio: servono assolutamente nuovi alloggi popolari. Sono necessarie programmazioni decennali articolate in piani d’azione biennali che funzionino in base a regolamenti sufficientemente stringenti da garantire la trasparenza e l’efficacia degli interventi. In particolare si dovrebbero predisporre e potenziare incentivi e sgravi per quei proprietari di immobili che decidono di affittare le case a canone concordato.
Concentriamo l’attenzione sulla popolazione migrante che vive nel quartiere Navile e più in generale in città: l’emergenza abitativa è più grave per la popolazione straniera? A suo parere la presenza di stranieri è connessa ad una maggiore conflittualità sociale?
Facciamo attenzione: l’emergenza abitativa è una realtà che colpisce indistintamente italiani e stranieri. Certamente per questi ultimi la questione si fa più complessa perché il bisogno di una casa si aggiunge a tutte le altre problematiche connesse alla propria situazione, e al dato di fatto che in alcuni casi i proprietari non vogliono affittare le abitazioni agli immigrati.
La conflittualità che può evidenziarsi in un quartiere come il Navile è data da campagne di comunicazione che vorrebbero far credere ai cittadini che l’alloggio pubblico venga concesso di preferenza agli stranieri, quando non è così. Attualmente solo il 10% dei 18 mila alloggi pubblici di Bologna ospita famiglie straniere, l’80% delle quali è composta da persone che risiedono in Italia da molti anni e sono ad ogni effetto nostri concittadini.
Progetto di autorecupero a Bologna
L'Associazione Xenia, in qualità di capofila dell'Associazione Temporanea di Scopo (ATS), costituita con il Consorzio Abn di Perugia e la Cooperativa Sociale Abcittà di Milano, sta realizzando un progetto di autorecupero su nove immobili di proprietà del Comune di Bologna finalizzato alla ristrutturazione di circa 50 alloggi.
L'intervento consiste nel selezionare, attraverso un avviso pubblico, un gruppo di 50 nuclei familiari che, riuniti in cooperativa, saranno chiamati a partecipare attivamente alla ristrutturazione degli alloggi mettendo a disposizione il proprio tempo, il proprio lavoro e le risorse finanziare necessarie per il recupero.
Al termine dei lavori gli alloggi saranno assegnati in concessione per la durata minima di 30 anni, trascorsi i quali l’assegnatario ha diritto a rimanere nell’alloggio con contratto di locazione ordinaria, corrispondente all’attuale contratto di locazione agevolata.
Per i partecipanti non è necessario il possesso di competenze tecniche specifiche. La costituzione della cooperativa e tutte le attività tecniche e amministrative necessarie, nonché la formazione dei partecipanti per realizzare i lavori di autorecupero, sono assicurate dalle attività dei soggetti dell'ATS.
Progetti di co-housing a Bologna
Nella provincia di Bologna l’associazione E'/Co-Housing, nata a marzo del 2009, ha dato impulso ai primi progetti di co-housing. Il termine co-housing è utilizzato per definire degli insediamenti abitativi composti da abitazioni private corredate da ampi spazi (coperti e scoperti) destinati all'uso comune e alla condivisione tra i cohousers. Tra i servizi di uso comune vi possono essere ampie cucine, spazi per gli ospiti, laboratori per il fai da te, spazi gioco per i bambini, palestra, piscina, internet-cafè, biblioteca e altro. L’associazione ha riunito diverse decine di nuclei familiari: uomini e donne, bambini e anziani, di tutte le provenienze e professioni, desiderosi di trovare nuovi modi di abitare insieme. Essa promuove un modello abitativo eco-sostenibile da destinare alla coabitazione residenziale, con servizi da condividere e da gestire insieme.
La costruzione, la restrutturazione, gli spazi comuni e il sistema di regole sono decisi dalle famiglie che vanno a convivere. E'/Co-Housing ha chiesto alla Pubblica Amministrazione un supporto nell'attività di ricerca e individuazione di aree libere o di aree edilizie dismesse nelle quali sviluppare nuovi interventi costruttivi o il restauro di edifici esistenti, con opportune convenzioni o accordi.
E'/Co-Housing porta avanti questi progetti con la convinzione che realizzare insediamenti abitativi all’interno delle aree urbane in ex-fabbricati artigianali, caserme o altri edifici di proprietà pubblica non utilizzati, o in zone o edifici rurali, in cui avvenga e si sperimenti la coabitazione, possa costituire per il territorio una opportunità preziosa. Questi progetti contribuirebbero infatti a rivalutare e ridare senso ad aree che rischiano di rimanere inutilizzate e contemporaneamente a creare una socialità trangenerazionale, oltre che accrescere l’attenzione nei confronti dell'ambiente e di tutte quelle tecniche che possano preservarlo (casa passiva, dispositivi di risparmio energetico, trasporti condivisi ecocompatibili).
Nel territorio bolognese esistono cooperative sociali che si occupano dei problemi abitativi delle persone in difficoltà economiche.
Queste cooperative assegnano ai loro soci, in base all'anzianità, delle abitazioni ad affitto agevolato.
L'unico problema riguarda il fatto che i richiedenti, al momento dell'assegnazione degli appartamenti, devono avere a disposizione un'alta cifra da pagare immediatamente per poter usufruire dell'agevolazione.
Prendiamo in considerazione due cooperative sociali attive da molti anni a Bologna: la Cooperativa Sociale Dozza e la Cooperativa Sociale Risanamento.
La Cooperativa Sociale Dozza rientra nell'alveo delle cooperative a larga base sociale.
Per diventare socio della cooperativa è necessario versare, all'atto dell'iscrizione, l'ammontare di 70 €.
L'assegnazione dell'alloggio avviene tramite bando mensile e la dimensione e il numero di vani di questo dipende dal numero dei componenti il nucleo familiare.
L'attribuzione degli alloggi dipenderà dall'anzianità di iscrizione nel libro dei soci.
La Cooperativa Sociale Risanamento è una cooperativa a proprietà indivisa, cioè una cooperativa di abitazione i cui appartamenti di proprietà non vengono mai venduti ma esclusivamente assegnati in godimento (locazione) ai soci mediante bandi di concorso emessi con cadenza mensile.
Le condizioni necessarie per diventare socio sono: avere almeno 18 anni di età e almeno 5 anni di residenza in Italia.
Dopo l'approvazione da parte del Consiglio d'Amministrazione, il richiedente dovrà versare la somma di 300 €. Da quel momento decorre l'anzianità di iscrizione nel libro dei soci.
In entrambe le cooperative, l'assegnazione dell'alloggio avviene dopo il versamento di un apporto finanziario infruttifero determinato in base alla superficie dell'alloggio attribuito.
(Fabiana Trungadi)
Nonostante i vari disegni di legge e le proposte per arginare il fenomeno della prostituzione, esso è ancora molto visibile sulle nostre strade, e in estate forse ancora di più. BandieraGialla ha deciso di riprendere un tema già trattato in passato per analizzare la situazione odierna e soprattutto le risorse e i progetti in Emilia-Romagna. L'inchiesta si muove su più piani: "Quando si parla del fenomeno prostituzione - afferma infatti Marco Bruno dell'associazione L'albero di Cirene di Bologna - si parla in realtà di un fenomeno molto più complesso che ha dentro di sé una serie di aspetti diversi. Uno è quello della tratta degli esseri umani, poi quello dell’immigrazione clandestina, della violenza sulle donne, del conflitto sociale. Chi si trova a legiferare in materia di prostituzione deve necessariamente tenere conto di tutti questi aspetti".
L'indagine, attraverso interviste e box informativi, propone una panoramica delle associazioni e delle azioni attuate nel territorio, soprattutto da parte della Casa delle donne per non subire violenza, che insieme a Caritas e associazione Papa Giovanni XXIII si occupa dei centri di prima accoglienza per le prostitute liberate dalla strada. Sul fenomeno prostituzione, si apprende dai vari protagonisti, incidono anche la cultura del paese di provenienza delle donne e l'informazione prodotta dai mass media. Completano il quadro due vissuti di due ex-prostitute nigeriane, che raccontano in prima persona l'epopea dalla Nigeria all'Italia.
Marco Bruno è stato per dieci anni volontario dell'associazione L'albero di Cirene di Bologna, attualmente si occupa di progettazione sociale per la stessa associazione ed è responsabile del progetto "Non sei sola" che si occupa del fenomeno della tratta degli esseri umani al fine di alimentare lo sfruttamento della prostituzione. Il progetto consiste in un'unità di strada, in una casa di seconda accoglienza che si chiama "Casa Magdala" e in un'attività di formazione e informazione del territorio.
Alla luce della sua attività nel progetto “Non sei sola” dell’associazione “Albero di Cirene” com’è affrontato il fenomeno della prostituzione nel territorio bolognese?
L’attività di assistenza e di aiuto alle ragazze costrette a prostituirsi è coordinata dal progetto di competenza regionale “Oltre la strada” che coordina tre associazioni “La casa delle donne per non subire violenza”, “Giovanni XXIII” e “Caritas” che sono iscritte sul registro dell’albo regionale e che hanno facoltà di prendersi carico delle donne che escono fuori dal giro di prostituzione. Tali associazioni posso quindi attivare dei percorsi di protezione sociale al fine, nel caso di donne immigrate, del rilascio di un permesso di soggiorno alla luce di quanto stabilito nel testo unico sull’immigrazione.
Quanto è efficace e quanto supporta l’attività delle associazioni l’apparato legislativo nazionale in materia di prostituzione?
L’Italia possiede delle buone leggi alle quali potrebbero essere aggiunti degli interventi che sono molto discutibili. Per il momento le leggi di riferimento che fanno da base alle attività di recupero sono la legge Merlin, il testo unico sull’immigrazione e una serie di altri articoli che prevedono pene severe non solo per le organizzazioni criminali che sfruttano la prostituzione ma anche per coloro che acquistano prestazioni sessuali soprattutto da minorenni. In linea di massima esistono buone leggi, il problema è nella loro applicazione. Da questo punto di vista si può fare molto di più, sia nell’inasprimento delle pene per gli sfruttatori, sia per quanto riguarda la complicità da chi acquista le prestazioni sessuali. Per quanto riguarda il testo unico sull’immigrazione esso prevede sia un discorso giudiziario sia un percorso sociale importante per dare la possibilità alle donne che vogliono uscire dalla prostituzione e che vogliono tutelare comunque l’incolumità propria e dei propri familiari di poterlo fare anche senza sporgere denuncia ma semplicemente dando voce alla propria testimonianza. Questo è un aspetto fondamentale in quanto sottrarre le donne al racket vuol dire sottrarre risorse economiche e quindi contrastare queste organizzazioni criminali.Quando si parla del fenomeno prostituzione si parla in realtà di un fenomeno molto più complesso che ha dentro di sé una serie di aspetti diversi. Uno è quello della tratta degli esseri umani, quello dell’immigrazione clandestina, la violenza sulle donne, il conflitto sociale. Chi si trova a legiferare in materia di prostituzione deve necessariamente tenere conto di tutti questi aspetti. Prima di tutto la critica che è stata fatta all’ultimo disegno di legge Carfagna è quella di non aver convocato il tavolo delle associazioni e di tutti gli esperti che avevano già fatto un percorso nel governo precedente. Il disegno di legge è stato fatto sulla spinta di quello che era il malumore dell’opinione pubblica di fronte a situazioni di disagio e di disordine che il fenomeno prostituzione genera. Per chi conosce questo fenomeno vede però delle contraddizioni. Anche se si paventa delle pari responsabilità tra il cliente e la ragazza che è in strada è comunque in atto una criminalizzazione della donna generando un paradosso secondo il quale la ragazza viene presa, multata o al limite messa in carcere se reticente. Il cliente sarà sicuramente meno identificabile e potrà cavasela con una multa. Se il tema da affrontare è il conflitto sociale, il degrado urbano chi deve pagare è senz’altro il cliente e non la ragazza che è costretta a prostituirsi. Altro problema è la visibilità del fenomeno e se si tenta di spostare il fenomeno nelle case per dare risposta al problema dell’ordine pubblico lo si renderà invisibile ma facilmente accessibile.
A Bologna esistono realtà che sfruttano questo tipo di prostituzione invisibile?
A Bologna questo fenomeno è presente nei night che si appoggiano magari anche ad alberghi, ed è presente anche negli appartamenti. Essendo un fenomeno tollerato in quanto invisibile è molto sparso nel territorio e quindi in questo modo più giustificato da parte della popolazione.
A questo punto qual è la percezione della gente comune su questo fenomeno? E’ legata solo ad un problema di visibilità da risolvere magari con quartieri dedicati?
I cosiddetti quartieri a luci rosse non sono la soluzione al problema ed anzi in particolare aumentano la distanza con la normalità e ghettizzano le donne costrette a prostituirsi accettando l’idea che le donne diventino degli oggetti sessuali. Le donne che hanno a che fare con questo problema sicuramente sperano e desiderano una situazione temporanea e quindi non vogliono essere rinchiuse in gabbie ed etichettate. Chi si prostituisce lo fa per risolvere determinati problemi che sono soprattutto di natura economica, se guardiamo la provenienza delle donne capiamo bene come mai la maggior parte provengono dalla Nigeria e dalla Romania e non dalla Francia. Esse hanno a che fare con un disagio sociale ed economico di partenza peggiorato dal radicamento nel loro paese d’origine di organizzazioni criminali che vedono nella possibilità di sfruttare il loro corpo una fonte di guadagno.
Come i mass media raccontano il problema della prostituzione? Che percezione suscitano nell’opinione pubblica?
La questione mass media è di grande responsabilità in questo problema. La prostituzione può essere vista come un problema di ordine pubblico o come una questione di conflitto sociale. Per noi associazioni è una questione sociale, esiste un problema di donne che per una serie di motivi sono costrette a prostituirsi, la prostituta in strada non è per noi un problema di ordine pubblico, non è un pericolo per la società, il pericolo vero è per la vita di queste donne. I mezzi di comunicazione non riescono a dare una visione di tipo sociale perché naturalmente si rincorre l’audience, sbattere le persone in prima pagina, mostrare le spettacolari azioni di polizia nel ripulire le strade. Nella realtà non avviene certamente questo, le forze dell’ordine ad esempio sono in prima linea nell’assistere le ragazze, nell’arrestare i criminali ed è questo che si dovrebbe far vedere. Si dovrebbe dare un’informazione corretta sul fatto che non serve ripulire le strade, frase spesso pronunciata dai mezzi di comunicazione, le strade si ripuliscono dai rifiuti non dalle persone, ma si deve dare un messaggio forte che esiste un impegno sociale e civico per combattere questo fenomeno, quindi che questo fenomeno può essere sconfitto solo con un aiuto comune e congiunto.
Come considera la norma secondo la quale viene data facoltà ai medici di denunciare l’eventuale clandestinità del paziente? Come si ripercuote sull’assistenza alle prostitute che sono in maggioranza immigrate spesso clandestine?
Questa norma ci è stata venduta precisando che il medico non è costretto a denunciare la clandestinità dell’immigrato ma può scegliere di farlo. Questa discrezionalità da parte del medico può rendere pericolosa questa norma. Naturalmente se le ragazze hanno la percezione di questo pericolo finiranno per non rivolgersi più ai servizi sanitari e sociali, succederà quindi che andranno meno dal medico e quindi crescerà il rischio di epidemie ed infezioni. Ci sarà inoltre il rischio di sviluppare servizi sanitari paralleli organizzati direttamente dalle organizzazioni criminali. Siamo completamente contrari ad un provvedimento di questo tipo, la salute pubblica è una necessità per tutti i cittadini.
Quali sono i pericoli e le difficoltà che deve affrontare un’associazione che si batte contro la prostituzione?
Parto dal presupposto che chi sfrutta le donne per guadagni personali è sicuramente una persona codarda, che non ha trovato altro modo di arricchirsi se non il fare violenza su una persona più debole, più indifesa. Il pericolo che ne scaturisce è molto meno grave di quello che si può pensare. Siamo di fronte comunque ad organizzazioni criminali violente, che sono un rischio se non c’è una risposta pronta da parte della società italiana in materia di forze dell’ordine ma ance di certezza delle pene nei confronti di queste persone. Fortunatamente esiste un’ottima collaborazione con le forze dell’ordine. Quello che è molto più impegnativo è la fatica nell’affermare la verità di questo fenomeno, nel far capire all’opinione pubblica cosa c’è dietro questo problema, la fatica poi di trovare un ambiente non discriminatorio per le donne che ne escono fuori. E’ contro la difficoltà di coinvolgere la società italiana rispetto a questo fenomeno, contro il silenzio sulla reale considerazione di questo problema che si compiono gli sforzi e le fatiche maggiori.
Per informazioni:
www.alberodicirene.org/
Elsa Antonioni è un'operatrice dell'associazione Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna. La Casa delle Donne, insieme alla Caritas e all'associazione Papa Giovanni XXIII rientra tra i centri di prima accoglienza per le prostitute liberate dalla strada.
Dal 1990 l'associazione Casa delle Donne di Bologna nell'ambito del progetto "Oltre la Strada" ha accolto tante ragazze di diverse nazionalità. Da quali paesi soprattutto?
Nella nostra struttura residenziale hanno vissuto e convissuto giovani donne di quasi tutti i paesi dell'ex Unione Sovietica e dell'ex Jugoslavia, dall'Albania, Romania, Camerun, Cina, Marocco e Nigeria. Prima dell'entrata della Romania in Europa le rumene erano prevalenti, da qualche anno a questa parte invece prevale il numero delle donne nigeriane.
Rispetto al loro reinserimento la Casa delle Donne adotta percorsi differenti per ragazze di diversa nazionalità?
Le principali differenze riscontrate sono legate ad alcuni fattori principali: il percorso legale (la qualità della denuncia e quanto interferisce con la vita precedente della donna), i tempi di attesa per il primo permesso, il livello culturale e lo status di provenienza della donna, la struttura sociale e anche statale di provenienza, la durata del tempo trascorso come prostituta e il tipo di vittimizzazione che la donna ha subìto, fattore peraltro legato sovente alla tipologia di sfruttamento subìto.
Facciamo un esempio?
In generale si può dire che, ad esempio, le donne nigeriane seguono percorsi lunghissimi anche oltre l'anno solo per avere il primo permesso, dal momento che spesso arrivano quando hanno già pagato interamente il debito. In tal caso infatti la denuncia verso gli sfruttatori offre pochi elementi di indagine e si determina quindi una conseguenza duplice: da una parte un lungo tempo morto che aumenta le aspettative su ciò che si potrà fare una volta ottenuto il permesso, in seconda istanza grandi delusioni sulle difficoltà a trovare lavoro. Ma quelle burocratiche non sono le sole difficoltà riscontrate da queste donne. Esse debbono affrontare lo scoglio dato dal percorso di scolarizzazione e formazione, poi quello ulteriore dato dal comprendere e adeguarsi alle nostre maniere di organizzazione sociale. Insomma, la differenza culturale con un paese di origine così lontano come la Nigeria si avverte molto.
E invece per le donne dell'Europa orientale?
Le donne diciamo dell'ex est-Europa nella maggior parte dei casi sono molto giovani, o come si sente dire "le cattive ragazze che vanno dappertutto". Esse quindi richiedono un intervento anche educativo, ma pur sempre con la concessione di tante libertà. Il più delle volte queste ottengono il permesso più velocemente, per una questione culturale imparano prima le regole di comportamento e hanno fretta di autonomizzarsi, tuttavia anch'esse spesso incontrano problemi nel conseguimento di competenze scolastiche.
Naturalmente fra le une e le altre vi sono ragazze mature e motivate capaci di usare il nostro sostegno e di seguire da subito un progetto proprio.
Noi operatrici stiamo a un passo da loro: le responsabilizziamo e cerchiamo il rapporto di fiducia e di sostegno nello sperimentare le loro esperienze di vita. Il problema di essere state prostitute, nella relazione interna con le operatrici o fra di loro, non esiste. Al contrario si acuisce parecchio fino a diventare un ostacolo vero e proprio quando si devono relazionare con l'esterno. Per queste ragioni la scelta dell'associazione è di non chiedere mai a nessuna di raccontare la propria storia attraverso i media o sui giornali.
In particolare, quali sono le attività di recupero che prevedete?
Riteniamo fondamentale innanzitutto garantire loro di trovare un ambiente di convivenza che le accetti interamente e le faccia sentire protette specie dal punto di vista psicologico. Noi come operatrici dovendo assolvere questo compito cerchiamo di essere loro vicine in primo luogo come donne e subito dopo cercando di trasmettere un messaggio di relazione e accoglienza che non sia in nessun modo vincolato da qualsivoglia giudizio nei loro riguardi.
Poi, è naturale, esistono accordi e regole per disciplinare la convivenza e la loro libertà di movimento. Questo comporta l'aspetto della loro responsabilizzazione. E tuttavia non si tratta di aspetti semplicemente normativi, infatti per esempio la responsabilità del doversi cucinare il cibo può servire e serve per mantenere un legame con la propria cultura.
Per quanto concerne l'attività di recupero in senso stretto ovviamente si comincia con la conversazione e le lezioni di italiano e non appena sia possibile con l'obbligo di frequenza di scuole di italiano. Questo, di fatto, costituisce il primo livello su cui misurare la capacità di autogestione e affidabilità della donna. Poi un secondo passo, altrettanto essenziale, consiste nell'avviarle al lavoro tramite borse lavoro, esperienze lavorative anche brevi e propedeutiche alla ricerca di una occupazione possibilmente più stabile, sebbene questo oggi sia sempre più difficile per vari motivi.
Noi comunque siamo sempre presenti nella convivenza e nei numerosi accompagnamenti legali, sanitari e sociali. Per l'alloggio, dopo l'accoglienza, si verificano insieme con ciascuna donna le sue possibilità, anche vagliando le sue relazioni, al fine di trovare un altro alloggio.
Vi è un qualche grado di pericolosità nel vostro lavoro? Magari il prendere in carico certe ragazze, può scontrarsi direttamente con le ritorsioni del gruppo criminale che la sfruttava?
La Casa delle Donne per non subire violenza gestisce percorsi di reinserimento sociale, dalla fuga alla regolarizzazione e non il contatto diretto in strada.
Il grado di pericolosità che può esistere per la donna viene valutato di volta in volta sulla base di come giunge al nostro centro e delle informazioni che traiamo da lei stessa o da chi la invia. Sulla base di queste informazioni ci incarichiamo di verificare l'eventualità di rischi, anche attraverso i nostri contatti di rete o la nostra esperienza. Se riteniamo che la donna sia troppo esposta a pericoli in questo territorio chiediamo e otteniamo accoglienza da altre associazioni della rete nazionale e del numero verde. Il criterio basilare è che le donne devono potersi muovere nel territorio per poter seguire un percorso di inserimento sociale che sia il migliore possibile.
Le donne giungono presso il centro o mediante le forze dell'ordine o tramite clienti, conoscenti e fidanzati conosciuti in strada o, ancora, a partire da informazioni da altre donne e/o organizzazioni di aiuto. Le verifiche di cui dicevo poc'anzi vengono svolte in base ad un'analisi della pericolosità a cui è esposta la donna per le modalità di arrivo, oppure a seconda delle persone che la sfruttavano e secondo i rapporti affettivi o familiari che intratteneva con loro, dei contatti che la donna aveva con l'ambiente di strada, ecc.
Avete qualche collaborazione particolare con le associazioni che si occupano di prostituzione a Bologna?
Siamo in collaborazione con le altre associazioni di accoglienza e l'unità di strada che fanno parte con noi del progetto "Oltre la strada" (Caritas e Centro Giovanni XXIII ndr) convenzionato tramite Comune, Regione e Ministero. Generalmente per la seconda fase di accoglienza collaboriamo con "L'albero di Cirene".
Sul vostro sito si fa riferimento alle leggi in merito al reinserimento delle donne vittime di tratta. Quali sono gli aspetti positivi della legislazione italiana in materia?
Positivo è sicuramente il riconoscimento dello status di vittima e la possibilità di regolarizzazione con l'art. 18 e con l'affidamento dei percorsi ad associazioni. A differenza di un permesso premiale, l'art. 18 consente di seguire nel tempo il percorso di regolarizzazione e inserimento: è un esempio di regolarizzazione controllata a misura individuale.
Sarebbe anche uno strumento in più per le forze dell'ordine per ottenere collaborazione ma questo aspetto nella nostra esperienza è stato molto attenuato dal resto della legge Bossi-Fini e ancora di più con le ultime restrizioni sulla clandestinità che di fatto (a detta anche degli agenti di polizia) ha ridotto le possibilità di aggancio a fini di indagine delle donne in strada nel caso siano clandestine. Infatti le forze dell'ordine hanno l'obbligo di identificazione ed espulsione degli immigrati clandestini e inoltre questo tipo di crimini, nella nostra esperienza, sembra riscuotere poco interesse per le procure, sicché per semplicità si predilige la pratica di politiche repressive.
E quelli negativi?
Di negativo c'è il fatto che spesso la celebrazione dei processi avviene dopo molti anni - qualche volta è capitato anche dopo 10 anni - cosa che penalizza assai più la vittima che gli imputati. Senza menzionare il fatto che in molti casi costoro vengono rilasciati prima del processo, con la tragica conseguenza di deludere il senso di giustizia delle donne e invece contribuendo ad accrescere il senso di impunità degli imputati e le ovvie speculazioni da parte di avvocati privi di scrupoli.
Inoltre difficilmente viene contestato il reato di tratta perché risulta complesso da identificare processualmente (un po' come i reati di maltrattamento e di violenza sessuale dove la possibilità di scelta e di reazione della vittima è spesso controversa in quanto è difficilmente riproducibile la condizione psicofisica reale della vittima stessa).
La legge Carfagna può cambiare qualcosa?
Il dl Carfagna legittima le politiche repressive e non farà altro che favorire nuove e vecchie ghettizzazioni: luoghi più lontani dalla città per la prostituzione in strada che continuerà ad essere praticata dalle nazionalità e categorie di protituzione più basse esponendo le donne e gli uomini che si prostituiscono a più stretti controlli da chi li sfrutta e a maggiori rischi di violenza sia da uomini violenti/falsi clienti che da sfruttatori. Essa reintroduce il reato di prostituzione e non necessariamente favorisce chi si prostituisce in casa liberamente mentre agevolerà quelle situazioni di sfruttamento (per esempio a mezzo internet) che già si effettuano in casa dove le donne sfruttate sono maggiormente sotto controllo
E quali influenze potrà avere l'abrogazione della discrezionalità dei medici sulla denuncia dei clandestini?
Già sono state pubblicate le dichiarazioni da parte di vari enti sanitari e non solo sulle ragioni umanitarie, mediche e di opportunità rispetto a sicurezza e società per cui il rischio di essere denunciate come clandestine per quanti abbiano bisogno di cure è soprattutto un danno. Certamente sono misure che vanno contro la possibilità di selezionare e affrontare correttamente le situazioni critiche connesse all'immigrazione. Ma sembra che le soluzioni semplici anche se aberranti siano quelle più di moda, rimandando a un futuro remoto gli eventuali nodi al pettine.
I media locali e di massa secondo voi hanno una qualche responsabilità riguardo al tema della prostituzione?
I media si muovono entro stereotipi e sono attenti più a stimolare interesse nel pubblico attraverso storie e azioni eclatanti pittosto che entrare nella sostanza: non esistono storie con vittime perfette, e solo buoni e cattivi, si tratta bensì di un mondo con tanti grigi e tante sfumature. Inoltre esistono tanti tipi di prostituzione con altrettanti tipi di prostitute, clienti, sfruttatori, organizzazioni, salvatori ecc. Quello che viene fuori ultimamente alimenta principalmente le distanze e la paura del fenomeno, ma allora verrebbe da domandarsi: chi sono i clienti e quanti sono i fruitori nascosti?
Il mio nome non è importante, perché il destino che mi è capitato racconta la storia di tante donne, nate come me in Nigeria.
Vengo da Benin City e ho vissuto in una famiglia numerosa: mio padre ha sposato due mogli e ho otto fratelli. Stavo bene in Nigeria ma poi è morto mio padre e le cose sono cambiate. Avevo 19 anni quando ho conosciuto una donna; faceva la parrucchiera e mi ha chiesto se volevo andare in Italia dove lei mi avrebbe aiutato a trovare un lavoro. Io ho accettato. E' stata lei ad accompagnare me ed altre ragazze fino ad Abidjan per poi abbandonarci. Non sapevamo cosa fare per vivere, per mangiare. Così ho trovato un uomo che è diventato il mio fidanzato con la promessa che mi avrebbe aiutato a raggiungere l'Italia. E' stato un lungo viaggio: Abidjan-Marocco in aereo; Marocco-Spagna a piedi e poi fino a Torino in macchina. Era il 1999.
Arrivata a Torino l'uomo mi ha lasciata in casa di una donna, una sua collega, ed è tornato in Austria dove viveva. Ho cominciato a lavorare in strada per guadagnare i soldi che servivano a pagare il viaggio. L'uomo ogni tanto veniva a riscuotere, mentre io continuavo a stare in quell'appartamento con la donna e altre sette ragazze.
Quando a volte arrivava la polizia non cercavo di scappare, volevo che mi prendessero e mi portassero via. Ma la polizia mi lasciava di nuovo libera, senza mai dirmi che c'erano dei posti dove avrebbero potuto aiutarmi. Quando tornavo a casa la donna che ci controllava mi picchiava perché aveva paura che mi riportassero in Nigeria e non pagassi più. Un giorno mi ha dato un documento falso che ho dovuto pagare, e proprio allora ho deciso di scappare. Sono arrivata a Pescara e per due settimane ho vissuto in albergo poi i soldi sono finiti. Sono tornata in strada e lì ho incontrato un uomo che diceva che per me era troppo rischioso lavorare in giro e mi ha trovato lavoro in un locale. Anche lì è arrivata la polizia ma questa volta, dopo avermi accompagnata in caserma, ha scoperto che il mio permesso era falso e mi hanno portato nel CPT di Lecce. Dopo 31 giorni mi hanno lasciato libera. Sono tornata a Pescara e ho cominciato a lavorare in strada di nuovo, ma solo quando avevo bisogno di soldi, quando dovevo mangiare o pagare l'affitto.
Ma il magnaccia mi ha ritrovata e mi ha minacciato dicendomi che avrebbe mandato la mafia ad ammazzare me e la mia famiglia in Nigeria. Gli chiedevo: - quanti soldi devo ancora pagare? E lui mi rispondeva: - quando mi bastano te lo dirò. Ho continuato a pagarlo ma non finiva mai, fino a quando mi ha chiesto 2000 euro per saldare il debito del viaggio dalla Nigeria all'Italia. Ero disperata, ho chiamato mia madre e le ho detto che ero stanca di pagare, che avevo bisogno di aiuto. Ero ancora giovane, avevo 28 anni e volevo stare bene. Poi ho detto al magnaccia: - fai quello che vuoi, minaccia me e la mia famiglia ma io non ce la faccio più.
Così nel 2007 sono scappata e sono arrivata a Genova, dove avevo un'amica che viveva in una comunità. Sono rimasta lì 9 mesi però nessuno mi ha aiutato. Non si può stare in comunità se non sei niente, se non hai un permesso di soggiorno. Allora sono scappata di nuovo e sono arrivata a Bologna. Stavo in stazione e nel frattempo cercavo un numero, l'indirizzo di una comunità o di un centro che mi potesse aiutare. Poi ho trovato il numero di Nico (Associazione Papa Giovanni XXIII, ndr). Sono stata in dormitorio per un paio di giorni e poi ci siamo incontrati e gli ho raccontato tutto. Lui mi ha portato in una casa famiglia. Ora ringrazio Dio per la mia vita, perché sono tranquilla, ho sempre da mangiare, adesso ho anche il permesso di soggiorno.
Oggi vivo in un appartamento con altre due nigeriane e un'italiana. Sono passati già sei mesi e ogni giorno mi sveglio, sistemo la camera, mangio e poi vado a scuola dove sto imparando l'italiano. Nel pomeriggio faccio i compiti e anche un corso di cucito.
Il venerdì andiamo in strada per parlare con le ragazze e convincerle a lasciare. A loro non piace la vita che fanno però hanno paura del voodoo. Non so se esiste in Italia ma in Nigeria ci credono in molti ed è un modo che ha il magnaccia per spaventarti dicendoti che ammazzerà te e la tua famiglia se scappi o non paghi. Ci sono tanti nigeriani qui che come me non ci credono, ma chi lavora in strada ha paura. Alle donne che incontriamo dico che c'è qualcuno che ti può far vivere meglio, che questo lavoro provoca malattie e anche la morte. Invece noi dobbiamo pensare al futuro, a cosa potrebbe esserci dopo, alla fine di questo lavoro; pensare avanti e non solo a quello che hai lasciato dietro di te, alla famiglia, ai soldi da pagare. Dico loro di venire da Papà Giovanni - io così lo chiamo - poi lasciamo il numero di telefono del centro e un rosario a ognuna, perché noi siamo cristiane e andiamo in Chiesa ogni mercoledì quando fanno la messa in inglese.
Il mio sogno adesso è di rimanere in Italia e di trovare un lavoro. Potrei lavorare come donna delle pulizie o aiuto-cuoco ma a me piacerebbe fare la baby-sitter perché amo i bambini.
Mi chiamo Jennifer, non è il mio vero nome, ma è quello che ti dò. Ho 23 anni e sono nata in Nigeria a Benin City. Là ho conosciuto una donna che mi ha proposto di partire per l'Italia dove avrei potuto fare la babysitter e guadagnare bene: non sapevo proprio quello che poi ho fatto.
Questa donna mi ha organizzato il viaggio dalla Nigeria alla Libia, dove dovevo imbarcarmi per l'Italia. La madame mi ha dato i soldi per fare il viaggio con il pickup che mi ha portato attraverso il deserto fino a Tripoli.
Eravamo in 35 persone, per lo più maschi; durante il viaggio siamo stati fermati dai militari che volevano arrestarci. Lungo la strada che percorrevo, ai bordi, a volte si vedevano dei cumuli di sabbia; sotto c'erano i corpi di quelle persone che erano morte durante la traversata. Su alcuni cumuli c'erano dei documenti di identità, così se passava di là un conoscente del morto poteva darne notizia alla famiglia.
Il viaggio è durato un mese e mangiavamo ciò che avevamo con noi. Quando siamo arrivati al confine ci hanno fatto scendere dalle macchine e fatto attraversare la frontiera su delle moto per non farci prendere dalle guardie.
Arrivata a Tripoli sono stata portata in una casa dove c'erano altre ragazze e là ho fatto la prostituta. Non potevo farci nulla, non potevo tornare a casa e non potevo andare in Italia, ero bloccata lì nelle mani di queste uomini, in quella situazione non sei tu a decidere.
Dalla casa non potevamo uscire, perché se gli abitanti della città capivano che noi abitavamo in quella casa, potevano farci del male, addirittura ucciderci. Così noi ce ne stavamo per lo più chiuse là dentro.
Poi dopo 7 mesi sono riuscita a partire; per 1200 dollari mi hanno messo assieme ad altre 21 persone su una barca di pescatori. Alla sera ci hanno portato su una spiaggia, ci hanno preso i soldi e ci hanno imbarcato. Ero l'unica donna a bordo.
Chi ci guidava era uno come noi ma siccome non aveva denaro per pagare il viaggio gli hanno ordinato di guidare la barca: non l'aveva mai fatto prima. Ci hanno detto di andare sempre in una direzione segnata dalla bussola e che saremmo arrivati così a Lampedusa. Ci hanno anche detto di non dire mai alla polizia italiana di essere nigeriani ma sudanesi. In questo modo non ci avrebbero ricacciato indietro.
Abbiamo navigato per 5 giorni, poi ci siamo fermati perché la benzina non era sufficiente. Abbiamo aspettato in mare finché abbiamo incrociato una barca di pescatori che non potevano aiutarci ma che ci hanno dato dei generi alimentari e dei succhi di frutta. Poi è arrivata una nave militare italiana e siamo così arrivati a Lampedusa.
Sono rimasta lì per 7 giorni, poi mi hanno portata al CPT di Bari. Dopo due mesi mi hanno dato un documento per l'asilo politico. Infine sono partita per Castel Volturno dove sono entrata in contatto con delle persone della madame; con lei ero debitrice di 50 mila euro per il viaggio in Italia. Ora dovevo risarcirla. Sono passata così a Torino e poi a Bologna.
Sono rimasta per tre mesi sulla strada a Bologna, ma la vita così era troppo brutta; avevo paura di prendere delle malattie, di essere uccisa o picchiata: una volta sono stata picchiata in strada da un uomo solo perché non gli ho risposto. Ogni giorno dovevo guadagnare almeno 1000 euro e pagavo anche 250 euro per il mio posto sulla strada.
Ho così deciso di scappare dalla mia madame; non avevo paura di farlo, né avevo paura dei riti voodoo che ci fanno prima di lasciare il nostro paese. Ci prendono unghie, capelli, sangue mestruale e fanno un rituale; in questo modo, ci dicono, se noi veniamo meno alla nostra promessa o li denunciamo ci possono capitare cose terribili a noi o ai nostri famigliari. Certe ragazze si ammalano veramente e le portano in ospedale, ma gli ospedali non servono perché non è un problema fisico ma di testa.
L'occasione per scappare l'ho avuta incontrando una di quelle macchine del Comune che girano per le strade; mi sono fatta aiutare da loro e sono scappata.
Adesso ho un permesso di soggiorno e ogni tanto ho delle borse lavoro; lavoro in mense, come donna della pulizie. Abito ancora in una comunità con altre ragazze perché non ho soldi. Sono due anni che vivo così. In futuro vorrei trovarmi un lavoro stabile; ma per adesso vivo ancora così, senza soldi.
Andrea Del Ferraro è vicequestore della squadra mobile di Bologna, si occupa di reati contro la persona e quindi il fenomeno della prostituzione lo conosce bene e gli sta particolarmente a cuore: "Oggi questo fenomeno si è modificato e si è passati da un rapporto di violenza che legava le donne agli sfruttatori, a un rapporto di consenso seppur sbilanciato: è questo il caso di tutte quelle donne che vengono dall'est Europa". Oltre a ciò la prostituzione si è spostata dalle strade ai luoghi chiusi, case, appartamenti, dove risulta più difficile intervenire.
Ma queste novità non riguardano di certo la prostituzione di tutte quelle ragazze che vengono dalla Nigeria: "Lo sfruttamento delle donne nigeriane rimane tradizionale; lei deve lavorare finché non ha pagato il suo debito".
Questo fenomeno migratorio dal grande e popoloso paese africano è iniziato alla fine degli anni '70. Come ci spiega Del Ferraro, in Nigeria c'è un reclutatore che sceglie la ragazza; è lui che tiene i contatti con la famiglia e con l'organizzazione criminale. "La ragazza deve risarcire circa 40- 50 mila euro a chi la porta in Europa, e si impegna a risarcire la somma, sottoscrivendo un documento e facendo un giuramento sotto un rito voodoo". Il reclutatore si occupa anche del rito magico. Accanto a lui lavora un manager che organizza il viaggio e procura i documenti; di solito le ragazze arrivano a Lagos, la capitale del paese, da lì partono in aereo verso la Francia oppure in pulman verso la Spagna; da questi paesi arrivano in Italia in treno.
Il passeur è invece un'altra figura, è l'accompagnatore che porta le ragazze dalla madame e riceve per questo un pagamento tra i 9 e i 12 mila euro. "La madame è un ex prostituta che si è oramai riscattata, è lei che ospita la ragazza arrivata in Italia, la istruisce sulla professione e preleva tutti gli incassi dello sfruttamento".
La somma per il riscatto della ragazza non finisce mai: solo poche riescono a uscire dal giro pagando il loro debito: "Le ragazze vengono vendute ad altri sfruttatori con cui devono ricominciare da capo oppure hanno degli incidenti sul lavoro".
Intervista video a Andrea Del Ferraro vicequestore aggiunto della Squadra Mobile di Bologna.
Il servizio è stato realizzato in occasione del convegno "Mai più schiave" organizzato dall'associazione L'albero di Cirene il 29.11.08.
Anna Pozzi, giornalista, è redattrice di "Mondo e Missione" e autrice di libri sulla situazione africana (Made in Africa); recentemente si è occupata della tratta di donne dalla Nigeria curando anche una mostra fotografica "Mai più schiave" realizzata durante una permanenza nel paese africano e ha una conoscenza diretta del tema.
"Le donne sono svantaggiate in alcune realtà africane, da bambine non studiano, si limitano a lavorare in casa e non trovano un lavoro esterno". I reclutatori delle ragazze stipulano dei veri e propri contratti aventi valore legale con le famiglie di origine, questo le vincola ancora di più ai loro sfruttatori. La tradizionale famiglia africana si sta sgretolando per via della continua immigrazione dalle campagne alla città. Lagos è diventato il secondo centro metropolitano del continente africano con quasi 10 milioni di abitanti. In questo modo molte ragazze si trovano più esposte. Ma perché lo fanno? "Le ragazze partono perché hanno fame, laggiù non fanno niente e non hanno prospettive, per questo se ne vanno".
Molte ragazze che decidono di partire vengono portate all'aeroporto di Lagos e subito reimbarcate: "I trafficanti sanno come muoversi, complici anche alcuni funzionari corrotti; in questo modo il governo non riesce a controllare il fenomeno; del resto del traffico delle ragazze non se ne parla in questo paese".
di Elena Lonardi (*)
La tratta di donne a fine di esplorazione sessuale rappresenta una economia nascosta con profitti enormi, comparabili a quelli ottenuti dal traffico di armi e droga. I rischi di questa attività illecita sono tuttavia molto minori. Reti di trafficanti, a livello nazionale e internazionale, approfittano di donne vulnerabili, ammaliandole con false promesse e opportunità di impiego. Tuttavia, indipendente da come la persona sia stata avvicinata, inglobata nella rete e trasportata, sono le condizioni stesse in cui la tratta si verifica che costituiscono gravi violazioni di fondamentali diritti civili e sociali: fra gli altri, il diritto alla libertà, il diritto di non essere costretto a lavoro schiavo, di non subire trattamenti disumani, diritto alla salute e a condizioni di vita e lavoro degne.
La tratta di donne a fine di sfruttamento sessuale è quindi molto più che un problema di crimine e migrazione. Si tratta di abuso di diritti umani, una forma persistente di disuguaglianza e discriminazione di genere di dimensione globale. ILO (International Labour Organization) dimostra come le persone maggiormente trafficate siano donne e bambini di classi sociali umili, con basso livello di scolarizzazione.
Il processo di globalizzazione, che stimola connessioni transnazionali, gioca un importante ruolo nel creare terreno fertile per la tratta. La globalizzazione è stata addirittura definita come la realtà politica dove le forme di dominazione sono espresse da tratta e sfruttamento della prostituzione. Politiche liberali; avanzo tecnologico nei trasporti e nelle comunicazioni; disparità economica fra paesi sviluppati e in via di sviluppo; femminilizzazione del lavoro e delle migrazioni; incapacità di stabilire politiche regolamentarie da parte degli stati e rafforzare le leggi esistenti; la corruzione nei settori amministrativi, giudiziari e poliziari sono fra i principali fattori che facilitano attività criminose legate alla tratta di persone.
Questa situazione, le cui proporzioni stanno aumentando, rimane tuttavia pressoché invisibile. Mancano statistiche reali e affidabili, mancando seri meccanismi investigativi e di registrazione dati. Persistono invece pregiudizi, approcci moralisti e discriminatori, legati al fatto che tratta di persone ha spesso a che fare con sessualità e prostituzione. Non esiste una conoscenza su come operino le reti e le vie di entrata e uscita cambiano spesso per evitare controlli. Le condizioni in cui lo sfruttamento ha luogo contribuiscono fortemente a questa invisibilità. Molte vittime sono imprigionate, impossibilitate ad avere contatti esterni e minacciate. La mancata comprensione del fenomeno spesso quindi conduce al negare lo stesso.
In realtà un'analisi del mercato del sesso attraverso la prospettiva economica aiuta a capire la struttura relativamente semplice della tratta stessa. La domanda di donne per il mercato del sesso ne è il motore, alimentato da offerta di persone senza uguali diritti e senza le stesse opportunità di accesso a educazione e lavoro. I perpetuatori sono i trafficanti che si approfittano di queste vulnerabilità in relative impunità. Quello che ne risulta è un contesto che permette alti profitti a basso rischio per i trafficanti, con gravi conseguenze per le vittime, i cui diritti basici vengono brutalmente violati.
La complessità del fenomeno richiede un approccio interdisciplinare e multidimensionale. Infatti la ragione per cui molte donne sono spinte a cercare alternative all'estero e tutto l'insieme di ragioni che favoriscono la tratta, non possono essere ridotte a situazioni di povertà e indigenza ma dovrebbero coinvolgere un'ampia analisi sociale e antropologica, a partire da discriminazione sociale e di genere. Allo stesso tempo, nessuna politica contro la tratta può essere efficace se non accompagnata da politiche economiche e migratorie.
Per esempio, un'attenta analisi delle principali cause del fenomeno dovrebbe includere, fra le altre, i mass-media come importanti attori sociali, in grado di contribuire alla creazione di terreno fertile per la tratta di donne e giocare un certo ruolo alla luce del framework domanda-offerta-impunità: quali gli stereotipi costruiti (ruolo della donna, prostituzione, immagine del migrante), quali le possibilità di aumentare la visibilità del fenomeno, di stimolare responsabilità sociale e creare prevenzione?
Il coinvolgimento sociale nel dibattito sulla tratta di persone è ancora scarso e una effettiva mobilizzazione, così come un dibattito permanente, sono assenti. Una sistematica raccolta di dati, coordinazione, passaggio di informazione e un sistema di monitoraggio comune a organizzazioni governative, non governative e società civile, così come una indipendenza di azione, sono necessarie per la creazione di network e di un effettivo dialogo politico.
I media sono strumenti privilegiati per mettere queste teorie in pratica, creando prevenzione attraverso attività di coscientizzazione attraverso una comunicazione democratica e non discriminatoria a livello nazionale e internazionale, supportando mobilitazione sociale e dando voce a quella società che crede che un altro mondo sia possibile.
Per maggiori informazioni
Associazione Modena Terzo Mondo
www.modenaterzomondo.org
modenaterzomondo@libero.it
Campagna contro turismo sessuale
www.stopsexualtourism.org
Associazione Papa Giovanni XXIII, Rimini
www.apg23.org
info@apg23.org
(*) Volontaria per la ong Sodireitos (Belem, Brasile)
La Caritas felsinea, insieme all'associazione Casa delle donne per non subire violenza e all'associazione Papa Giovanni XXIII, partecipa in convenzione con il Comune di Bologna al progetto regionale Oltre la strada.
In breve si tratta di un programma di sostegno per le donne che vogliono sottrarsi al mercato della prostituzione e ai suoi sfruttatori, grazie al quale ogni donna, a prescindere dalle motivazioni e dalle esperienze pregresse, può perseguire un percorso di inserimento sociale.
A monte vi è il lavoro di alcune associazioni che con il contatto diretto in strada tentano in ogni modo e con enormi sforzi di istruire la liberazione delle cosiddette lucciole; in questo percorso il secondo passo è appunto contrassegnato dalla fase di recupero, cioè dal momento in cui la prostituta denuncia i suoi estorsori e in attesa del permesso di soggiorno (fornito per motivi di protezione sociale secondo le disposizioni del Testo Unico sull'immigrazione del 25 luglio 1998, n° 286) essa viene ospitata in uno dei centri di prima accoglienza. Tra questi Caritas, associazione Papa Giovanni XXIII e Casa delle donne sono quelli che possono fornire oltre all'alloggio, anche l'assistenza legale e socio-sanitaria grazie alle operatrici e alle mediatrici che lavorano al loro interno.
La Regione che ha avviato il progetto Oltre la strada nel 1995 ha formulato un primo rapporto diffuso digitalmente nel 2001. Dal 15 febbraio 2008 è stato istituito, inoltre, un numero verde "Antitratta" (800/132293).
Centro Papa Giovanni XXIII
Dal 1991 l'Associazione Giovanni XXIII si occupa di liberare le donne dalla prostituzione. Fondata da don Oreste Benzi, oltre al lavoro delle unità di strada in Italia, l'associazione ha intrapreso con alcuni stati dell'Est programmi di integrazione delle ragazze nel proprio paese di origine. Il lavoro della Giovanni XXIII coinvolge non solo le prostitute. Di fatto, con 186 case famiglie, 32 comunità terapeutiche, 6 centri diurni, decine di volontari prestano il loro tempo e la loro assistenza a disabili, immigrati e tossicodipendenti. L'associazione è presente con le proprie missioni in 33 paesi tra cui Kenya, Tanzania, Venezuela, Bolivia, Cina e India. Dal 1977 viene pubblicato il mensile "Sempre", in cui vengono raccontate esperienze, storie e fatti che in genere non fanno notizia.
Servizio Antitratta
Animatore generale: Roberto Gerali
tel.: 348/248.81.53
e-mail: antitratta@apg23.org
sito web dedicato: www.apg23.org/ambiti-dintervento/antitratta
Casa delle donne
La Casa delle donne che gestisce sin dal 1990 un centro di accoglienza fu contattata, alla fine del 1993 dalla Polizia con la richiesta di ospitare in emergenza ragazze straniere fuggite dagli sfruttatori. Nata come associazione per la tutela delle donne e dei diritti della donna, iniziò dunque nel 1993 con un'esperienza così complessa e fuori dal campo d'intervento ordinario la sua attività a fianco delle ex prostitute. In quest'ambito l'obiettivo prefissato è quello di effettuare con ciascuna un percorso che conseguisse nell'ordine alcuni obiettivi fondamentali per una persona vittima di tratta, ovvero: attivare le risorse necessarie per riallacciare i rapporti con la famiglia d'origine, favorire il rientro in patria con il supporto costante dell'associazione, garantire le condizioni di sicurezza e offrire aiuto specialistico. Da allora la Casa delle donne collabora con la Caritas, l'Associazione Ritorno al futuro e il Comune di Bologna. Tanto che con quest'ultimo, e in collaborazione con altri enti sul territorio, dall'aprile del 1995 fu attivato il progetto "Garantire alle donne il diritto a non prostituirsi" per accogliere donne straniere, clandestine, vittime di tratta e sfruttamento della prostituzione. Lo stesso progetto in seguito ribattezzato in "Oltre la strada".
Segreteria Casa delle donne
tel.: 051/33.31.73
sito web dedicato: Casa delle donne - Oltre la strada
L’Associazione Albero di Cirene di Bologna, tra le varie attività di aiuto sociale, da alcuni anni porta avanti il progetto “Non Sei Sola” teso a creare un dialogo con le ragazze di strada, in particolare con quelle provenienti dall’Africa, in modo da poter offrire aiuto ed assistenza in casi di difficoltà o nel momento in cui maturasse la decisione di uscire dal giro della prostituzione.
Il programma di attività è svolto da circa una trentina di giovani
volontari,
che si suddividono i compiti di gestione del “Gruppo Unità
di Strada”, di una casa di seconda accoglienza che si chiama “Casa
Magdala” e degli incontri di Formazione ed Informazione nei confronti
dei cittadini.
Nel
momento in cui ho pensato a realizzare questo reportage, mi rendevo
conto delle difficoltà che avrei incontrato e per questo cercavo di
programmare in anticipo le foto necessarie per il mio racconto. Poi
quando sono venuto in contatto con L’Albero di Cirene, ed ho seguito
l’attività dei suoi volontari, ho visto situazioni e vissuto momenti
ben difficilmente immaginabili a priori. Ho visto ragazze abbandonare
la strada, salire sui pulmini dei volontari per andare alla Messa delle
Ceneri; ho assistito al canto di gospel e preghiere recitate da giovani
che si tenevano per mano in mezzo alla strada, mentre passavano le auto
di potenziali clienti sbigottiti; ho partecipato alla Festa di una
parrocchia che tra cibi e ritmi africani ha condiviso la gioia e
l’energia di queste giovani donne, che per una sera erano “in famiglia”.
E allora si scatta trascinati dalle emozioni e non si pensa più alla
foto che deve documentare, ma si spera di realizzare delle immagini in
grado di raccontare le sensazioni che stanno dentro quei frammenti di
vita.
Galleria fotografica: "Non Sei Sola"
Foto e commento sono di Vittorio Valentini, fotografo di BandieraGialla.
Le immagini sono diventate parte della mostra del gruppo fotografico di BandieraGialla "Scatti di vita, sette racconti a Bologna"
Una breve sitografia sui progetti e le risorse in Emilia-Romagna e sulle associazioni nel territorio nazionale.
www.emiliaromagnasociale.it/wcm/emiliaromagnasociale/home/prostituzione.htm
Progetto "Oltre la strada" della regione Emilia-Romagna che promuove un sistema integrato di interventi sociali e socio-sanitari nel campo della prostituzione e nel campo della lotta alla tratta e allo sfruttamento di esseri umani.
www.fioridistrada.it/home.htm
Associazione che nasce a Bologna per volontà di un gruppo di volontari, tra cui avvocati, medici, psicologi ed operatori sociali, da anni impegnati in attività sociali. Utilizzando la combinazione delle competenze professionali di ognuno prende vita un progetto atto a contrastare il fenomeno della tratta e dello sfruttamento della prostituzione.
www.alberodicirene.org/index.php?ID_MENU=3
Associazione di volontariato che opera nel territorio di Bologna tramite il progetto "Non sei sola" che si propone di contrastare il fenomeno della prostituzione attraverso l'informazione, l'incontro e l'accoglienza delle donne sfruttate.
www.apg23.org/ambiti-dintervento/antitratta
Le attività dell'associazione "Papa Giovanni XXIII" contro la tratta e lo sfruttamento della prostituzione attraverso un programma di protezione e recupero e l'istituzione di un numero verde attivo 24 ore su 24.
www.gruppoabele.org/Index.aspx?idmenu=208
Attività del gruppo Abele di Torino che affronta il problema prostituzione fornendo dati, notizie e informazioni sui servizi e i centri d'aiuto.
www.comune.bologna.it/percorsiurbani/progetti/artemide.php
Progetto del comune di Bologna che presenta il fenomeno prostituzione nella città mettendo a disposizione l'impianto giuridico nazionale sullo sfruttamento della prostituzione e le risorse e gli strumenti disponibili per contrastare il problema e aiutare le donne coinvolte.
www.lamelarancia.org/
Associazione che opera nel territorio di Bergamo; tra le diverse attività offre anche una mappatura ed un monitoraggio costante dell'andamento del fenomeno di prostituzione di strada a livello territoriale e l'informazione sui servizi per l'assistenza sanitaria garantendo l'accompagnamento alle strutture preposte.
www.caritas.it/15/25/attivita.asp
Area d'attività della Caritas Ambrosiana attraverso l'uso di un forum specifico sulla prostituzione.
www.progettoroxana.it/roxana/content/view/14/33/1/7/
Progetto della provincia di Foggia che si propone di proteggere e sostenere le donne vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale.
Fino a poco tempo fa le statistiche si chiedevano quanti potessero essere i poveri in Italia, per poter eventualmente attuare azioni di welfare. Sempre più di frequente ci si trova invece a domandarsi: "Chi sono i poveri"? Cosa si intende per povertà? E' povero solo chi non ha i mezzi sufficienti per soddisfare i bisogni essenziali o ci sono "nuovi poveri", determinati da condizioni precarie di lavoro, da stipendi bassi, da costi della vita sempre più alti? La cosiddetta nuova povertà è reale o si tratta solo di percezioni di alcune persone in confronto a chi può permettersi più lussi?
Per analizzare questo fenomeno emergente che occupa sempre più spesso le pagine dei quotidiani, gli spazi dei talk show televisivi e le indagini di economia, abbiamo rivolto alcune domande a esperti del settore. Maurizio Bergamaschi, sociologo e ricercatore in "Sociologia dell'ambiente e del territorio" presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Bologna, illustra un quadro d'insieme della composizione della nuova povertà. Maura Fabbri, della Caritas di Bologna, racconta la fatica dei servizi pubblici a gestire il disagio. Infine con Francesco Errani, referente per le politiche sociali del Forum Welfare, si affronta appunto la nascita territoriale di questo Forum, voluto dal Partito Democratico per analizzare da vicino i bisogni sociali locali.
Le interviste sono scaturite da una rassegna stampa approfondita per aree tematiche e realizzata nel corso del 2008.
L'inchiesta è stata realizzata dalla redazione di BandieraGialla per conto di Volabo, il Centro di Servizio di Volontariato della Provincia di Bologna.
L'impoverimento economico ha conseguenze dirette sull'impoverimento sociale e culturale? Quali sono le principali tendenze nella composizione della popolazione "povera" della nostra città e provincia e che caratteristiche ha il profilo delle persone a rischio? Lo abbiamo chiesto a Maurizio Bergamaschi, sociologo e ricercatore in "Sociologia dell'ambiente e del territorio" presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Bologna.
di Luca Stigliani
Quali sono i numeri e le principali tendenze nella composizione della popolazione "povera" della nostra città e provincia e che caratteristiche ha il profilo delle persone a rischio?
Una quantificazione del fenomeno risulta particolarmente problematica nella misura in cui non disponiamo di una definizione puntuale e condivisa della realtà che intendiamo misurare. Relativamente più semplice è l’individuazione delle tendenze emergenti che attraversano la nebulosa della povertà. In generale possiamo affermare, e su questo tutte le ricerche concordano, che accanto alla persistenza di sacche di povertà da tempo conosciute e che nel tempo tendono a riprodursi, da alcuni anni si registrano situazioni di impoverimento che presentano tratti del tutto inediti rispetto al passato. Con riferimento a questa seconda figura della povertà, è in particolare il processo di destabilizzazione degli stabili che caratterizza queste situazioni: biografie che hanno conosciuto un pieno inserimento sociale e una piena integrazione lavorativa che oggi si trovano a confrontarsi con l’incertezza di una condizione che li espone al rischio di un impoverimento più o meno estremo.
Nelle ricorrenti notizie di "crisi" che trascina nuove fasce verso lo stato di impoverimento, o di famiglie che non arrivano alla quarta settimana, ecc.. quando si parla di povertà si fa riferimento esclusivamente a capacità reddituali. Quali sono i parametri in uso nelle statistiche? Quelli economici sono gli unici? Non le sembra una limitazione non prendere in considerazione (almeno nel dibattito pubblico e politico) anche beni di altra natura(relazionali, culturali, ecc…)?
Le statistiche che annualmente vengono elaborate dall'ISTAT utilizzano, per quantificare la diffusione del fenomeno povertà, la soglia di povertà relativa (per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media procapite nel paese. Nel 2007 questa spesa è risultata pari a 986,35 euro mensili). Sia che si assumano i redditi o i consumi (familiari o individuali) per misurare la povertà (e su questo il dibattito è aperto), una sola dimensione viene privilegiata. I limiti di un approccio di questo tipo sono evidenti. Ad esempio, non vengono quantificate le risorse informali di cui una persona o una famiglia può eventualmente disporre, ma anche la presenza di una persona non autosufficiente all’interno di un nucleo familiare non rientra nella valutazione.
Sono aspetti rilevanti la provenienza geografica, l'area di residenza ed il livello culturale?
Le statistiche ufficiali su scala nazionale evidenziano che la provenienza geografica, l'area di residenza ed il livello culturale non sono irrilevanti, ma il dato nuovo sul quale è opportuno riflettere è la generalizzazione del rischio di impoverimento. Se ci sono soggetti maggiormente esposti a questo rischio, è altrettanto evidente che non vi sono percorsi biografici del tutto immuni da questa possibilità.
Vi è qualche analisi sulla percezione soggettiva di povertà rispetto a bisogni classificati come primari che non si riescono più a soddisfare pienamente (es. consumi prima ritenuti irrinunciabili ora vengono messi in stand-by)?
Oltre ai già ricordati rapporti annuali dell'ISTAT sulla povertà relativa in Italia, disponiamo anche di ricerche che misurano la cosiddetta povertà soggettiva, ovvero il sentirsi poveri. Al di là di alcune perplessità metodologiche sulla realizzazione di queste stime, emerge un dato sul quale forse è opportuno riflettere. Se vi sono individui che si percepiscono poveri e il loro reddito è effettivamente al di sotto della soglia di povertà, ve ne sono altri che pur collocandosi al di sopra di questa soglia si percepiscono comunque come poveri, e altri individui ancora che al di sotto della soglia di povertà non si percepiscono come poveri.
L'impoverimento economico ha conseguenze dirette sull'impoverimento sociale e culturale? (vedi contrazione dei consumi culturali). E con quali tempi si possono verificare? Viceversa l'impoverimento economico può forzare la ricerca di reti di sostegno più allargate e quindi produrre un arricchimento relazionale e sociale?
Le varie dimensioni nella biografia di un individuo sono correlate, ma evidentemente non in modo meccanico e deterministico. Ciò che mi sembra meriti attenzione è il vissuto quotidiano della povertà, in particolare in coloro che per la prima volta sono chiamati a confrontarsi con questa condizione. Il silenzio e il ripiegamento nel privato sono le reazioni che sempre più frequentemente si osservano. Questo non solo non favorisce ma ostacola la strutturazione di nuove relazioni a partire da questa condizione. La povertà viene vissuta come una "questione privata", estranea alla sfera pubblica. Riportare al centro della sfera pubblica queste condizioni di deprivazione è la sfida a cui siamo tutti chiamati.
Secondo il rapporto Caritas 2008, il tredici per cento degli italiani vive con meno di 500-600 euro al mese, ed è considerato quindi sotto la soglia di povertà. I nuovi poveri aumentano e i servizi pubblici faticano a gestire il disagio. Ne abbiamo parlato con Maura Fabbri della Caritas di Bologna.
di Luisa Begani
C'è stato un aumento della povertà? In base alla vostra esperienza, chi sono questi nuovi poveri?
Preciso che il nostro Osservatorio si occupa solo di italiani, quindi il quadro che posso fornire è relativo. In effetti c'è stato un progressivo aumento della povertà, delle persone che prima riuscivano a vivere e ora necessitano di aiuto.
Le cause sono principalmente due. Da un lato, l'aumento dei prezzi e delle utenze. Dall'altro, la perdita del lavoro, sia per motivi personali che per motivi indipendenti dalla persona, come la chiusura dell'azienda. Se la persona che perde il lavoro è sola, allora forse riesce a cavarsela. Ma se ha una famiglia, e il reddito che viene a mancare era l'unica entrata, la situazione è molto più grave. In casi del genere non ci vuole molto tempo per finire in strada, bastano cinque e sei mesi.
I soggetti più colpiti da questa crisi sono in particolare le donne sole con figli e le famiglie monoreddito.
I servizi pubblici come stanno gestendo la situazione?
I servizi pubblici sono in crisi e non riescono a fare fronte a quest'emergenza. Hanno una carenza sempre maggiore di risorse, mentre al contrario la domanda continua ad aumentare. Invece sarebbe necessario che, all'aumentare delle richieste, aumentassero anche le risorse.
A Bologna nell'ultimo periodo stiamo assistendo a un preoccupante aumento degli sfratti, addirittura anche delle case Acer (Azienda Casa Emilia-Romagna). C’è un aumento progressivo delle povertà. In ogni caso quelle che riporto sono nostre percezioni, perché noi non facciamo un lavoro statistico di raccolta ed elaborazione dati.
Se i servizi pubblici sono in crisi, il compito di far fronte al disagio ricade su associazionismo, volontariato, enti vari?
Noi cerchiamo il più possibile di fare rete. Rimangono tuttavia diversi buchi. Faccio un esempio. Di recente abbiamo aiutato una signora con due figli a evitare lo sfratto dell'Acer. Per farlo ci siamo uniti: noi, il Quartiere, il Servizio Minori e la parrocchia. Ci sono voluti quattro enti e in ogni caso siamo riusciti a bloccare lo sfratto solo temporaneamente.
C'è un aumento del divario tra i pochi che hanno un alto tenore di vita e i molti che si avvicinano sempre di più o già vivono in condizioni di povertà?
Sì, questa forbice sta effettivamente aumentando. Basti pensare che prima era impensabile parlare di lavoratori poveri, ora invece esistono. Questa è la vera nuova povertà. Recentemente abbiamo organizzato un seminario. Ha partecipato anche il professor Federico Bonadonna, il quale ha sottolineato come gli stessi operatori sociali percepiscono stipendi di 800 euro mensili, insufficienti a coprire tutte le spese. E’ paradossale che chi cura questo disagio lo subisca egli stesso.
Da noi arrivano persone con pacchi di bollette che non riescono a pagare. E’ proprio quella classe sociale intermedia a non farcela più.
Le persone che si trovano in condizione di povertà faticano a soddisfare i beni primari. Ciò incide sulla loro possibilità di accedere a beni di ordine superiore (culturali, affettivi)?
Ovviamente. In particolare dove la situazione familiare è già fragile, l'ulteriore problema economico può far saltare la convivenza. Per non parlare di come incide sulla crescita personale, culturale e sociale delle persone. La negazione di queste possibilità incide pesantemente sul futuro dei più giovani.
Per analizzare da vicino i bisogni sociali del nostro territorio e garantire la reale efficacia delle proprie proposte in materia di servizi, il Partito Democratico ha creato il Forum Welfare.
Abbiamo intervistato Francesco Errani, referente per le Politiche Sociali del Forum, per meglio comprendere la funzione di una tale esperienza di politica partecipata.
di Nadia Luppi
Riguardo al fenomeno specifico delle "nuove povertà", quale importanza si conferisce, nel dibattito interno al Forum, ad aspetti come l'esclusione culturale e sociale?
Il fatto che all'interno del Forum stesso sia stato costituito uno specifico gruppo di lavoro tematico dal titolo "Inclusione sociale e Nuove Povertà" è sintomatico del nostro essere consapevoli della necessità di dover collegare il tema dell’esclusione alle nuove povertà. Inoltre, la presenza di esperti e rappresentanti delle principali realtà che da anni lavorano a Bologna su questi temi offre la possibilità di analizzare in profondità e da più prospettive queste problematiche ricercando soluzioni appropriate.
Dalle vostre indagini quali sono le fasce della popolazione locale più a rischio, e quali gli approcci di intervento più appropriati?
Posto che il Forum non è un istituto di ricerca, il nostro "osservatorio" ha ben presente la condizione di persone, uomini e donne, giovani e meno giovani, a rischio di esclusione per cause fisiche, psichiche o sociali. Quindi vediamo la maggiore facilità con cui migranti in difficoltà, disabili, detenuti, tossicodipendenti, donne che intendono uscire dal circuito della prostituzione, siano a rischio o già si trovino in situazioni di disagio sociale o povertà.
Il problema principale a cui dobbiamo rispondere è il rischio che quell'area di "invisibilità sociale" che racchiude situazioni di difficoltà socio-economiche si espanda. E’ proprio in casi come questi che la mancanza di tutela rischia di portare le persone a essere escluse o ad autoescludersi.
Riteniamo, infine, che questo fenomeno coinvolga maggiormente gli uomini e le donne che non dispongono di servizi capaci di fornire loro quelle garanzie indispensabili a costruire un progetto di vita dignitoso, soprattutto se l'origine culturale, l'età e il genere delle persone vengono ad essere elementi di discriminazione.
Quale deve essere la risposta della politica a queste dinamiche?
Noi del Forum riteniamo che in una situazione così complessa e difficile, sia importante proporre un'alternativa per una società aperta e libera, costruendo sedi di confronto in funzione di una innovazione programmatica.
L'idea di sviluppo deve riportare al centro le persone, la comunità come fondamento della nostra società: solo così si potrà garantire, soprattutto a chi versa in condizioni di difficoltà, di accedere alle opportunità e alle informazioni necessarie a costruire un progetto di vita dignitoso.
Rispondere efficacemente alle nuove domande di Welfare significa partire dal presupposto che le persone sono una risorsa da non "spezzettare" a seconda del bisogno, e che i servizi devono essere predisposti ad una presa in carico complessiva del soggetto, dal punto di vista sociale e sanitario, lavorativo e formativo, ecc.).
Per informazioni ed iscrizioni al Forum Welfare e ai relativi gruppi di lavoro:
tel. 051/419.81.11
e-mail: forumwelfare@pdbologna.org
www.pdbologna.org/Forum/Welfare
Bibliografia
Giovanni Nervo, Il fenomeno della povertà. Aspetti etico-valoriali, Padova, Edizioni Messaggero, 2008.
Saraceno C. (A cura di), Rapporto sulle politiche contro la povertà e l’esclusione sociale 1997/2001, Roma,
Carocci, 2002.
AA. VV., Povertà e vulnerabilità sociale: un percorso di ricerca, in Studi Zancan-Politiche e Servizi alle Persone n. 3/2005.
Camarlinghi R. (a cura di), Lavorare con la marginalità estrema. Come cambiano gli attori, le storie, i servizi. Intervista a Federico Bonadonna, in Animazione Sociale n. 1/2006.
Regione Emilia Romagna, La povertà e l’esclusione sociale in Emilia Romagna. Lettura dei piani sociali di zona, Bologna 2006.
Corbisiero F., Le trame della povertà. L'esperienza del reddito minimo di inserimento nei reticoli d’impoverimento sociale, Milano, Franco Angeli, 2005.
Dal Lago A., Non persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Milano, Feltrinelli, 2004.
Siza R., Precarietà della vita e povertà transitorie, in Animazione Sociale n. 2/2004.
Sitografia
A Bologna chi lavora con...
www.piazzagrande.it/
www.operapadremarella.it/indice.htm
www.bologna.chiesacattolica.it/caritas/
In italia chi lavora con...
www.cnca.it/
Per conoscere...
www.fondazionezancan.it/
www.emiliaromagnasociale.it/wcm/emiliaromagnasociale/home/poverta.htm
Si forniscono di seguito i link (in formato pdf) alla rassegna stampa che è stata effettuata nel corso del 2008 e che è stata divisa per aree tematiche. Olte a una rassegna stampa di articoli di giornali, sono state monitorate le statistiche, le poliche sociali, le esperienze territoriali e di volontariato.
Rassegna stampa – Marzo/Ottobre 2008
Statistiche – I numeri e le caratteristiche dei nuovi poveri
Inchieste – La situazione in contesti specifici (territoriali o tipologici)
Politiche – Cosa propone la amministrazione, la politica, il volontariato
Quotidianità – Esperienze emblematiche
Separare gli alunni stranieri da quelli italiani. E' quanto propone la mozione Cota, già votata a maggioranza alla Camera dei Deputati, che prevede l'istituzione di classi ponte, cioè classi differenziali per un periodo transitorio, in cui gli alunni stranieri che non abbiano superato determinati test di ingresso e di valutazione possano apprendere la lingua italiana, senza incidere sul percorso di apprendimento della classe, diciamo, normale. Ma qual è lo stato attuale dell'integrazione degli alunni stranieri in Italia, e in particolare in Emilia Romagna, dove l'incidenza di bambini immigrati all'interno del sistema scolastico è dell'11,6%? C'è davvero bisogno di classi ponte o, come vengono definite ora, di classi di inserimento propedeutiche?
L'inchiesta di BandieraGialla, che raccoglie più voci e livelli diversi di interpretazione, a partire dalle istituzioni, passando dal personale scolastico e da chi ha rapporti con le famiglie di origine, per terminare con gli stessi alunni stranieri, fa emergere un comune "no" alle classi ponte.
"E' dal 1977 che il nostro Paese ha abolito le classi differenziali", afferma Paola Manzini, assessore regionale alla Scuola. "Da allora la scuola italiana ha operato nell'ottica dell'integrazione e della valorizzazione delle diversità". Al posto delle classi ponte - propone il CDLei di Bologna, Centro di documentazione interculturale - bisognerebbe diffondere le buone prassi della didattica che già vengono attuate in molte scuole: quindi corsi di lingua italiana a più livelli, prescolastici, estivi e durante l'anno di studi, realizzati sia con alfabetizzatrici esterne che con insegnanti in servizio.
Come faranno altrimenti i bambini - si domandano i genitori degli stranieri - ad imparare l'italiano se si troveranno a socializzare solo con alunni che l'italiano non lo conoscono e che magari parlano tutti lingue diverse tra loro? Gli insegnanti che abbiamo intervistato sono concordi nel segnalare che la presenza di alunni stranieri non ha mai rallentato la programmazione condivisa dell'intera classe. Anzi: la loro presenza è un arricchimento e stimola un importante processo di integrazione.
Inoltre, fa notare Raza Asif, presidente del Consiglio degli stranieri, l'identità di un Paese si forma a partire dalla scuola. "E' importante quindi che i bambini stranieri imparino a sentirsi parte dell'Italia e questo non può avvenire se vengono separati dai propri coetanei italiani". Come spiega tra l'altro il pedagogista Antonio Genovese, "per un bambino/a straniero che vive nel nostro Paese, l'italiano non è una lingua straniera, ma una vera e propria lingua 2 (L2), cioè una lingua che si affianca a quella materna e lo rende bilingue. Dunque, è una lingua che veicola emozioni, sentimenti, paure, simpatie, antipatie, conflitti, relazioni, e non solo una lingua di informazioni e di regole".
Ma chi è a favore della mozione Cota, descrive questo provvedimento come una forma di "discriminazione transitoria positiva" per superare lo svantaggio linguistico. Secondo Fabian Lang, mediatore interculturale, una discriminazione positiva avviene invece solo all'interno della classe mista, dando maggiore attenzione agli studenti stranieri, coinvolgendo le famiglie e tenendo conto anche delle differenze culturali nell'organizzazione scolastica dei vari Paesi di provenienza. "Questo provvedimento è stato pensato senza la conoscenza reale della situazione e senza discuterne prima con chi in questa situazione ci lavora e vive". La parola finale quindi ai protagonisti, passivi, della mozione: gli alunni stranieri, con le loro storie di vita, la ricerca di pari opportunità e le amicizie con i ragazzi italiani, attraverso le quali è avvenuto il più rapido apprendimento della lingua.
Paola Manzini è l'assessore alla Scuola, Formazione professionale, Università, Lavoro, Pari opportunità della regione Emilia Romagna.
Lei si è espressa in modo sfavorevole in merito al dibattito sulle classi speciali per i bambini immigrati. Potrebbe spiegarci le ragioni del suo dissenso?
E’ dal 1977 che il nostro Paese ha abolito le classi differenziali, che in quel periodo esistevano per i ragazzi considerati svantaggiati. Da allora la scuola italiana ha operato nell’ottica dell’integrazione e della valorizzazione delle diversità. Credo che ritornare a classi per soli stranieri sia un provvedimento grave, che può comprometterne l’integrazione: separare italiani e stranieri con il pretesto di migliorare l’apprendimento dei bambini italiani rappresenta un’esclusione al limite della discriminazione. Perché non prevedere invece, moduli supplementari di italiano per chi ancora non conosce la nostra lingua? Sarebbe più opportuno aumentare alle scuole le risorse dedicate all’integrazione, e credo tra l’altro che su questa materia non servano provvedimenti calati dall’alto, ma che sia bene lasciare decidere alle scuole come agire, in base al contesto nelle quali operano.
Le scuole dell’Emilia-Romagna sono frequentate da un alto numero di bambini immigrati. Quali sono a suo avviso le azioni da intraprendere per costruire una scuola “interculturale”?
La scuola nella nostra Regione è già di fatto interculturale, il nostro sistema scolastico regionale presenta oggi l’incidenza maggiore in Italia per percentuale di bambini stranieri all’interno delle scuole di ogni ordine e grado (11,6%). Siamo dunque in presenza di nuovi scenari sociali, e dobbiamo saper individuare risposte adeguate per rafforzare la scuola, come luogo in cui i giovani maturino personalità e competenze. Penso che l’integrazione debba rappresentare uno scambio reciproco, e non un mero adattamento gli uni agli altri.
Intercultura vuol dire infatti attraversare culture diverse, capendone i valori nel rispetto reciproco.
Quali sono, nel sistema scolastico regionale, le principali criticità da affrontare e quali gli elementi positivi da prendere a modello?
Le criticità derivano essenzialmente dalla difficoltà di affrontare le nuove problematiche con strumenti spesso obsoleti, con approcci pedagogici di insufficiente impatto nei confronti di bambini e ragazzi che vivono disagi e pressioni fino a ieri sconosciute, da parte di un mondo sociale e familiare la cui decodifica risulta complicata anche da parte degli adulti. A questo va comunque opposta la costante e significativa azione di una scuola che è molto più attenta ad adeguare mezzi e linguaggi a queste necessità, di quanto riportino i media. L’attenzione e la predisposizione al cambiamento, alla propria formazione ed aggiornamento che i docenti dimostrano, l’autonomia delle istituzioni scolastiche messa al servizio anche della ricerca di approcci innovativi per il benessere educativo e formativo dei giovani, costituisce il punto di forza di questa scuola, che non si lascia travolgere né dai giudizi sommari di inadeguatezza, né dall’over dose di riforme di cui è oggetto.
Il suo assessorato sta avviando proprio in queste ultime settimane il progetto “Lingua e cultura”, sugli apprendimenti linguistici. Può parlarci di questo progetto?
Nelle nostre scuole si sono già realizzate numerose iniziative per colmare i deficit linguistici dei giovani immigrati. Questo progetto intende valorizzare queste esperienze, inquadrandole in un’azione comune e ottimizzando le risorse. Agli alunni stranieri sarà offerta la capacità di leggere e interpretare la società attraverso la padronanza della lingua italiana, che verrà insegnata senza togliere nulla alla lingua d’origine. In ogni provincia dell’Emilia-Romagna sarà formato un gruppo di insegnanti: lo scopo non è solo alfabetizzare ma insegnare, attraverso l’apprendimento della lingua, anche le capacità di critica e di pensiero. L’azione formativa partirà dalla ricognizione delle esperienze già in essere, per valorizzarle e ricavarne un modello didattico da sperimentare in aula, finalizzato ad offrire una omogeneità di approccio per i ragazzi stranieri inseriti nei percorsi di istruzione. Un’azione utile soprattutto per i bambini e i ragazzini che hanno ancora una forma mentis legata alla lingua del paese d’origine, perché possano imparare l’italiano come lingua d’uso. Va infatti ricordato come l’apprendimento dell’italiano come L2 permette di utilizzare una lingua maggioritaria senza perdere o svalutare necessariamente l’uso della lingua d’origine. L’obiettivo infatti non è sottrattivo, attraverso la soppressione della prima lingua, ma additivo, intendendo cioè mettere in grado le persone di usare la lingua maggioritaria in modo sufficiente per i loro scopi di istruzione o di lavoro (adulti). Si può conservare la prima lingua per tutte le funzioni, tranne che per quelle che coinvolgono i rapporti con coloro che parlano nella lingua maggioritaria.
Una volta formati gli insegnanti, spetterà poi alle singole scuole scegliere in che forma organizzare le unità di lavoro. Una volta sperimentato il percorso, tutto il materiale sarà messo on line a disposizione degli insegnanti che vogliano seguire il modello intrapreso.
L'intervista che segue è stata rivolta a Miriam Traversi, responsabile del CDLei Bologna. Il CDLei, centro di documentazione per stranieri, da anni si occupa di istruzione e inclusione, due temi cardine in relazione al disegno di legge sulle classi ponte.
Qual è il supporto che il CDLei ha fornito in questi anni al fine di favorire l'inserimento dei ragazzi stranieri a scuola?
Dal 1991, il CDLei, primo Centro pubblico di Documentazione e Laboratorio per un'Educazione Interculturale in Italia, ha supportato gli insegnanti attraverso corsi di formazione, informazioni sulla normativa, anche tradotti in più lingue per le famiglie, consulenza e documentazione sui progetti da avviare e su quelli realizzati dalle scuole. Inoltre offre un servizio di biblioteca multiculturale con la consultazione e il prestito.
Tra gli operatori scolastici, i mediatori culturali e i pedagogisti esiste oggi una preoccupazione condivisa riguardo alle classi ponte, oppure alcuni gruppi di esperti e di operatori scolastici oggi riconoscono comunque a questo disegno di legge una qualche dignità pedagogica?
Purtroppo non mancheranno dirigenti e insegnanti che penseranno alle classi ponte come ad una soluzione e tuttavia oggi la maggioranza degli operatori della scuola e degli esperti non solo esprime preoccupazione, ma spiega anche perché le classi ponte sarebbero discriminatorie e comunque inefficaci da un punto di vista tecnico e linguistico. Infatti la mancanza di comunicazione fra pari renderebbe più difficile imparare la lingua della comunicazione e della socializzazione. La lingua delle discipline richiede anni di apprendimento e non potrebbe certo essere appresa nella fase delle classi ponte.
Una delle argomentazioni ricorrenti nel documento che il CDLei ha prodotto contro il disegno di legge delle classi ponte è pregiudiziale verso criteri che intendano differenziare la partecipazione scolastica dei ragazzi stranieri che non conoscono a sufficienza l'italiano, in questo caso escludendoli dalle classi ordinarie. Ciò significa che l'attuale stato delle cose, per quanto riguarda l'integrazione e il valore della didattica, può ritenersi soddisfacente?
Non del tutto. Occorre soprattutto estendere e diffondere le buone prassi a tutte le scuole. In molte scuole (a Bologna anche grazie al nostro continuo supporto) vengono realizzati corsi di lingua italiana a più livelli, prescolastici, durante tutto l'anno e estivi, sia con alfabetizzatrici esterne sia con insegnanti in servizio, frequentati da allievi/e stranieri neo arrivati o con una conoscenza limitata della lingua seconda. Gli stessi allievi sono regolarmente iscritti nella classe ordinaria e frequentano i corsi o in orario extrascolastico o, inizialmente, escono dalla classe nelle ore di alcune discipline. Questa realtà si può definire "a macchia di leopardo", in quanto , accanto a scuole molto attive e attente, ci sono scuole meno "attrezzate" e questo vale per tutto il territorio nazionale.
Una conoscenza insufficiente della lingua italiana da parte dei bambini stranieri è fonte di rallentamento per l'apprendimento di una intera classe. Inoltre, soltanto attraverso una discriminazione positiva transitoria i bambini stranieri possono ottenere un aiuto mirato per superare lo svantaggio linguistico e tornare a seguire le lezioni con gli altri.
Sono questi i due punti chiave del disegno di legge sulle cosiddette classi ponte. Il legislatore, almeno nelle intenzioni, intende così facilitare il compito dei docenti e degli studenti che oggi scontano - si legge nel testo della Camera - una "oggettiva difficoltà di insegnamento e di apprendimento".
Termini quali 'classi di inserimento' (questa la definizione ufficiale delle classi ponte), 'aiuto mirato' e 'difficoltà di apprendimento/insegnamento' dovrebbero fotografare al meglio quale sia la situazione della scuola primaria e secondaria in Italia. Con ciò, prima di discutere su eventuali soluzioni è legittimo domandarsi se realmente sia questa la situazione. Ad esempio in una regione come l'Emilia Romagna, dove si registra uno dei tassi più alti (circa 12 su 100) di stranieri all'interno delle classi di scuola primaria e secondaria di primo grado, si dovrebbe altresì registrare un gran numero di disagi per i bambini italiani e stranieri i quali pur avendo ottime conoscenze della nostra lingua si troverebbero a subire il ritardo degli altri.
Abbiamo chiesto ad alcuni insegnanti dell'area di Bologna, che ogni giorno affrontano il fenomeno dell'immigrazione dal punto di vista dell'educazione, se gli alunni stranieri rappresentano un ostacolo al regolare apprendimento di una classe.
Laura Dondi, dell'Istituto Guercino di Bologna, dice: "Non mi è mai capitato che gli alunni stranieri abbiano rallentato la programmazione condivisa dall'intera classe. Alcuni è vero, parlando l'italiano solo a scuola e con i loro coetanei, possiedono un patrimonio lessicale un po' più povero ma questo gap linguistico si colma rapidamente quando iniziano a leggere e a scrivere in italiano. Poi nei rarissimi casi di bimbi provenienti dall'estero e inseriti nelle classi senza neppure le conoscenze di base della lingua, l'insegnante struttura un percorso didattico individualizzato che il nuovo alunno segue parallelamente a quello del resto della classe".
Alla domanda se le classi d'inserimento porteranno beneficio nella situazione attuale, unanimemente concordano sul fatto che si tratta di un provvedimento sbagliato, costoso e di difficile realizzazione; Laura Dondi si sofferma in particolare sull'aspetto dell'integrazione: "Le classi ponte sono uno strumento inadeguato in quanto presuppongono che si possano integrare alunni di varie provenienze geografiche attraverso la separazione e la discriminazione".
A ciò si aggiunga il fatto che i genitori degli scolari stranieri esprimono "una viva preoccupazione per questa proposta, che vivono come una discriminazione e pensano che non aiuterà i loro figli a imparare meglio e più in fretta la lingua italiana. Anzi si chiedono come faranno i bambini ad imparare l'italiano se si troveranno a socializzare solo con bambini che l'italiano non lo conoscono e che magari parlano tutti lingue diverse tra loro". E senza dubbio questo è un aspetto cruciale che la riforma, attraverso le sue semplificazioni, sembra aver trascurato.
Infine, anche Paola Galvani, maestra in pensione, smentisce la possibilità che i bimbi stranieri con difficoltà nell'italiano possano costituire fattore di rallentamento per gli altri e anzi rilancia: "la loro presenza è un arricchimento e stimola nel mondo scolastico e fuori un importante processo di integrazione rivolto soprattutto ai bambini italiani".
Fortunatamente, concordano gli insegnanti, i bambini hanno molti meno pregiudizi e sono capaci di crescere insieme indipendentemente dal colore della pelle, imparando reciprocamente gli uni dagli altri.
Di Giovanni Di Giuseppe, Marco Murat, Francesco Sperti
Raza Asif è attualmente il presidente del Consiglio dei cittadini stranieri e apolidi della Provincia di Bologna, eletto per la prima volta il 2 dicembre 2007.
In un documento comune firmato da tutto il Consiglio degli stranieri, viene espresso il totale dissenso nei confronti della mozione avanzata dalla Lega. Quali sono le vostre ragioni?
Credo che oggi la classe dirigente italiana debba cominciare a fare delle politiche serie sull'immigrazione a livello nazionale e locale: basta con le politiche di emergenza come finora è stato fatto. L'immigrazione di massa si è verificata negli anni '90 in Italia, oggi siamo nel 2009: quasi 20 anni, in cui molte cose sono cambiate. Le seconde generazioni, i figli degli immigrati arrivati in questo paese proprio negli anni '90, sono nate e cresciute qui e frequentano le scuole italiane. Nonostante questo, si continua a parlare di classi ponte, di politiche d'emergenza e di breve durata, come se l'immigrazione fosse un fenomeno da combattere. Questa è la linea del governo attuale che non crea niente e produce solo caos sociale, favorendo conflitti sul territorio.
Noi riteniamo che l'identità di un paese si formi a partire dalla scuola, proprio perché lì varie realtà e identità si incontrano, si confrontano e imparano a convivere nella società. E' importante quindi che i bambini stranieri imparino a sentirsi parte dell'Italia e questo non può avvenire se vengono separati dai propri coetanei italiani. Una politica lungimirante, che guarda al futuro di questo paese, multiculturale e multietnico, non può proporre una cosa del genere. Dalla mia esperienza di mediatore interculturale posso dire che il miglior metodo per insegnare la lingua e la cultura italiana ai bambini stranieri e per favorire l'integrazione sia quello delle classi miste non l'isolamento.
All'interno del Consiglio avete avanzato delle soluzioni alternative?
I problemi sorgono quando i ragazzi arrivano in Italia – grazie a un ricongiungimento familiare, ad esempio – e ovviamente non conoscono affatto l'italiano, specialmente se appartengono alle comunità asiatiche che non hanno dimestichezza con le lingue latine. In questo caso bisogna intervenire organizzando corsi intensivi d'italiano e attività nel dopo scuola. Ma si potrebbero anche realizzare progetti di cooperazione internazionale, favorendo la nascita di scuole di cultura italiana e corsi obbligatori d'italiano nei paesi di origine come già succede in altri paesi. Tutte queste proposte potranno essere discusse e realizzate a livello nazionale solo quando i politici decideranno di guardare a ciò che sarà nei prossimi anni il nostro paese e cominceranno ad avanzare proposte innovative, senza farsi influenzare dalle emergenze o dagli allarmismi diffusi spesso dai media.
Spesso non si tratta di un problema di apprendimento della lingua italiana dal momento che i figli degli immigrati sono nati in Italia e parlano perfettamente l'italiano. Anzi può capitare che siano i figli ad assumere il ruolo di mediatore tra genitori e insegnanti.
Il problema è che quando uno straniero arriva in Italia, in base alla legge Bossi Fini, ha solo un obbligo ed è quello di trovare un lavoro. Senza lavoro non si può ottenere il permesso di soggiorno e quindi l'obiettivo primario è quello di cercare un'occupazione non di imparare l'italiano. La vita di molti genitori di bambini stranieri è dura, assillata dal problema del permesso di soggiorno. Inoltre capita spesso che le donne – parlo soprattutto di quelle pachistane – siano già incinte quando arrivano in questo paese o lo diventano dopo poco e questo le costringe a rimanere spesso a casa; non frequentano corsi di lingua e fanno poca vita sociale. A questo proposito un altro problema è rappresentato dai luoghi di socializzazione per gli immigrati: ci sono tanti centri sociali per anziani ma pochi per gli stranieri e per le donne immigrate.
Per affrontare queste criticità i politici, le istituzioni dovrebbero fare lo sforzo di consultare gli stranieri prima di fare una legge sull'immigrazione rendendoli così partecipi della vita sociale; ma soprattutto dovrebbero imparare a conoscere gli immigrati che desiderano le stesse cose di un italiano, hanno le stesse esigenze, hanno bisogno di vivere e di condividere. In Emilia Romagna la situazione è più favorevole: c'è un coinvolgimento forte degli stranieri nella vita della città e la Regione ha tentato – in base alla proprie competenze in materia – di migliorare la legge Bossi-Fini facilitando la vita degli immigrati. E poi c'è questo Consiglio che cerca di dare massima voce agli stranieri: le loro sofferenze, le loro richieste diventano grazie al consiglio un atto pubblico e questo per dimostrare che noi siamo oggi in grado di assumerci le nostre responsabilità.
Fabian Lang, mediatore interculturale, presidente dell'Associazione culturale "Harambe" e dell'Associazione interculturale "Universo". Entrambe si occupano di integrazione, fornendo agli immigrati aiuto e conforto, dai corsi di lingua, a varie iniziative volte a promuovere il tema della conoscenza tra stranieri e cittadini italiani.
Come funziona ad oggi l'integrazione degli studenti stranieri nella scuola italiana? Qual è la legislazione vigente in materia? Cosa manca e cosa bisogna cambiare?
Negli ultimi anni, visto l'aumento dei ragazzi stranieri, si è avuta una maggiore attenzione a riguardo. Sul piano normativo, però, si avverte una certa mancanza, e tutto è stato lasciato al buon senso e all'impegno degli insegnanti. Ci sarebbe sicuramente bisogno di muoversi, ma non nel modo in cui sta facendo l'attuale governo, in quanto io credo che la politica che si sta adottando porti ad aumentare le differenze e non a colmarle.
Perché le cosiddette classi ponte per gli studenti stranieri non sono un provvedimento adeguato a suo parere?
Perché rappresentano un'ulteriore forma di alienazione. Il miglior modo possibile per favorire l'integrazione è vivere a contatto con gli altri, e come gli altri. Vivere all'interno della società ospitante accelera il processo di integrazione, ma formare delle classi in cui gli stranieri vengono di fatto separati dagli altri, crea emarginazione e non è certo di aiuto per nessuno. Le classi miste sono la migliore soluzione, semmai bisognerebbe integrarle con progetti particolari per gli stranieri, di lingua, di accoglienza ecc... Questo provvedimento è stato pensato senza la conoscenza reale della situazione e senza discuterne prima con chi in questa situazione ci lavora e vive.
Oltre alle difficoltà linguistiche quali sono gli altri principali ostacoli che uno studente straniero incontra nel suo percorso di integrazione scolastica? In che modo la figura del mediatore è d'aiuto?
Oltre alla lingua, forti difficoltà si avvertono per quanto riguarda i riferimenti culturali, o meglio, il cambiamento di questi. La scuola africana è molto diversa da quella italiana. La figura dell'insegnante, ad esempio è molto più autorevole ed austera. In Africa viene concessa meno libertà allo studente, ma anche meno responsabilità. In Italia invece, e giustamente, lo studente è il primo responsabile di se stesso nella scuola e rispetto al suo percorso di studi. Il rischio è che lo studente straniero che si trova catapultato in questa visione diversa, possa sentirsi libero di abbandonarsi al lassismo. Può anche accadere che questa maggiore elasticità venga interpretata come un'assenza di regole. Bisogna invece spiegare che, naturalmente, non è così, puntare sulle differenze culturali. Ti assicuro che quando un ragazzo straniero riesce a capire l'importanza di ciò che gli viene offerto, ne fa tesoro. Allo stesso modo bisogna spiegare ai ragazzi italiani che la società italiana è questa e che l'immigrazione è un processo insito nella natura umana e non la si può bloccare, come invece qualcuno crede di poter fare.
Spesso questi ragazzi provengono da una situazione familiare disagiata. Ritiene opportuno l'inserimento delle famiglie all'interno del processo di integrazione? Soprattutto, lo ritiene possibile?
Certo che è possibile, anche se con qualche difficoltà a volte. In generale cerchiamo sempre di coinvolgere le famiglie, anche perché molti ragazzi che vengono a scuola da noi sono spinti a farlo proprio dalla famiglia. Cerchiamo di rendere partecipi i genitori della vita scolastica del figlio. Devo dire che anche da parte loro c'è un buon interesse. Solitamente i ragazzi immigrati provenienti da situazioni familiari disagiate credono che la scuola sia un qualcosa ad appannaggio degli italiani e bisogna invece spiegare loro che hanno pari opportunità.
Chi è a favore di questo provvedimento lo descrive come una forma di "discriminazione transitoria positiva". Che ne pensa?
Non lo è. Una discriminazione positiva avviene all'interno della classe mista. Come? Dando maggiore attenzione agli studenti stranieri, aiutandoli nel loro percorso.
Se voglio fare una forma di discriminazione positiva nei riguardi dei diversamente abili che vogliono andare allo stadio ad esempio, organizzerò la struttura in modo che possa accogliere queste persone. Installerò scivoli, ascensori adatti ecc..., non costruirò uno stadio esclusivamente per loro separandoli dal resto della società.
Antonio Genovese è professore presso l’Università di Bologna, dove insegna Pedagogia interculturale in diversi corsi di laurea. Si è occupato, tra le altre cose, anche dei percorsi di educazione interculturale e interetnica.
Ha letto la mozione della Lega sulle classi separate per bambini immigrati. Qual è la sua valutazione?
La trovo una pessima mozione, carica di valori ideologici separazionisti e discriminatori, mascherati da una finta pedagogia compensativa e umanitaria.
Qual è la legislazione vigente in Italia in materia di inserimento degli allievi stranieri? La ritiene buona?
E’ buona, perché si tratta di indicazioni e norme che si sono accumulate in quindici anni di esperienza e che hanno saputo fare i conti con la specificità dell’immigrazione in Italia.
Nel 2006 è stato istituito l’Osservatorio per l’integrazione degli alunni stranieri e l’educazione interculturale, composto da esperti, associazioni ed enti di ricerca, per individuare soluzioni organizzative efficaci e utili orientamenti per il lavoro delle scuole. L’Osservatorio ha prodotto nel 2007 un ottimo documento orientativo.
La Lega propone una separazione tra gli alunni italiani e quelli stranieri che non superano il test di valutazione. Al contrario, altri soggetti che si occupano di minori e di multiculturalità ritengono che l’inserimento nelle classi ordinarie dei bambini sia il miglior metodo per il loro apprendimento e inserimento. Qual è la sua opinione?
Sono decisamente favorevole all’inserimento degli allievi stranieri nelle classi “normali”, in quanto un buon apprendimento linguistico avviene in situazione di socialità e di pieno uso dei diversi registri linguistici. Invece che di “classi ponte”, si dovrebbe parlare di laboratori linguistici cui si accede periodicamente, dopo il lavoro svolto in classe, per un rinforzo e un affinamento. Per un bambino/a straniero che vive nel nostro paese, l’italiano non è una lingua straniera, ma una vera e propria “lingua 2” (L2), cioè una lingua che si affianca a quella materna e lo rende bilingue. Dunque, è una lingua che veicola emozioni, sentimenti, paure, simpatie, antipatie, conflitti, relazioni, e non solo una lingua di informazioni e di regole.
Secondo la Lega la maggior parte dei paesi europei ha attuato classi separate, con buoni risultati. Altri sostengono invece esattamente il contrario. Qual è la reale situazione nei paesi occidentali? Quali sono gli esempi più efficienti e virtuosi?
A questo proposito la storia dell’immigrazione italiana all’estero insegna. In Germania, i bambini italiani e turchi frequentavano classi speciali proprio a causa della loro scarsa conoscenza linguistica. I risultati erano disastrosi. I giovani finivano per non imparare il tedesco e fare percorsi scolastici di scarsa qualità formativa. Inoltre, poiché a casa, spesso, si parlava il dialetto, i ragazzi italiani non imparavano bene nemmeno la lingua madre.
In genere le esperienze più positive sono quelle in cui, accanto alla lingua e alla cultura italiana, si studiano e valorizzano anche quelle del paese di provenienza.
In che ambito i bambini stranieri trovano maggiori difficoltà?
Personalmente, ritengo che le difficoltà più grosse siano di tipo relazionale: fare amicizie stabili, partecipare attivamente a gruppi amicali non di soli stranieri, non essere soggetti a sguardi “pesanti” e ad atteggiamenti discriminatori per il colore della propria pelle, per la religione professata, per la cultura di cui si è portatori...
In Italia sono presenti diverse comunità. I bambini che hanno più difficoltà a inserirsi da quali paesi provengono generalmente? Qual è il motivo?
Secondo molti insegnanti, anche oggi, come nella prima fase dell’immigrazione (anni ’90), l’apprendimento linguistico varia in base al paese di provenienza. In genere i minori provenienti dall’Est europeo hanno una più rapida acquisizione e padronanza linguistica.
Il problema delle difficoltà linguistiche e relazionali riguarda una parte quantitativamente ridotta dei minori immigrati. In questi casi i veri scogli da superare sono le lungaggini amministrative per rendere effettivo l’ingresso, considerato che molto spesso il minore arriva ad anno scolastico già iniziato. Tuttavia si possono utilizzare altri strumenti al posto delle classi separate: per esempio, da anni le associazioni degli immigrati chiedono di poter programmare in tempo l’arrivo della propria famiglia.
Le cito un passo dalla mozione Cota: "La scuola italiana deve essere in grado di supportare una politica di ‘discriminazione transitoria positiva’, a favore dei minori immigrati, avente come obiettivo la riduzione dei rischi di esclusione”. Può una discriminazione essere definita positiva ed evitare i rischi di esclusione?
Una “discriminazione transitoria e positiva” potrebbero essere considerati i laboratori linguistici “paralleli” all’attività di classe, e le attività di sostegno e recupero, che sono rivolte però sia a italiani che stranieri.
Consiglio di leggere con attenzione il discorso di presentazione della mozione alla Camera dei Deputati della leghista Paola Goisis. In esso appare evidente il significato che la Lega assegna alla categoria “integrazione”: separare per omologare dal punto linguistico, culturale e religioso, per difendere la “nostra” civiltà.
Jialei Huang ha 19 anni ed è in Italia da quando ne aveva tredici: “Nei primi mesi in cui sono arrivata – racconta – sembravo cieca perché non capivo la scrittura; sembravo muta perché non potevo comunicare”. Oggi frequenta il quarto anno all’Istituto Rosa Luxemburg; le piace l'inglese, la matematica, l'educazione artistica e musicale. Poi c'è Kadisha, 18 anni, in Italia dall'età di 11 anni, e Fathima, 16 anni, arrivata all'età di 4 anni; originarie del Marocco, entrambe frequentano un corso di formazione professionale per segretarie all'Enaip di Bologna. Storie differenti per origini ed età che risalgono a prima dell'avvento delle classi ponte, tre percorsi d'inserimento scolastico che ci raccontano pensieri, fatiche e passi in avanti di tre studentesse straniere alle prese con una cultura e una lingua diverse da quella d’origine. Ma è anche un mappa dei passi che il sistema scolastico italiano – spesso senza disporre di risorse economiche sufficienti – ha compiuto, in anni di grandi flussi migratori, per accogliere i bambini stranieri e renderli partecipi della vita di classi, sempre più multiculturali e pluringuistiche.
Il primo passo, ed anche il più complesso, è indubbiamente quello dell'inserimento: bambini di ogni età e di ogni provenienza arrivano nel nostro paese, spesso parlano lingue orientali o arabe, e non conoscono affatto l'alfabeto italiano. Cosa succede quando questi bambini cominciano a frequentare la scuola? Innanzitutto capita spesso che vengano inseriti in classi inferiori rispetto alla loro età: “Avevo 11 anni – spiega Kadisha – e ho frequentato la quinta elementare, quindi ho perso un anno. All'inizio è stato difficile soprattutto perché in quinta c'è anche l'esame finale, tutti i pomeriggi frequentavo un corso di italiano perché conoscevo solo l'arabo”. Anche per Jialei il percorso è stato simile: “Sono arrivata in Italia a 13 anni, ho cominciato il primo anno delle medie e da subito ho frequentato un corso d'italiano per principianti. Erano all'incirca otto ore alla settimana e avevamo un professore che parlava un po' di cinese, per fortuna. Ci dava delle fotocopie su cui erano disegnati alcuni oggetti e i rispettivi nomi e quando abbiamo accumulato più parole siamo partiti dalla grammatica”.
Ma la scuola non è fatta solo di corsi e materie di studio, l'apprendimento avviene, anche e soprattutto, attraverso le relazioni – con insegnanti e compagni – che spesso faticano a crescere per via dell’assenza di una lingua comune. “Con i compagni all'inizio non mi trovavo molto bene – ricorda Fathima – un po' perché non sapevo la lingua e un po' perché ero l'unica ragazza straniera di tutta la classe. E' vero, avevo fatto due anni di materna qui, però a casa continuavo a parlare solo arabo e a scuola non riuscivo a comunicare con i miei compagni. Dopo qualche anno in classe sono arrivati altri ragazzi stranieri e non mi sono più sentita così diversa; col tempo, poi, ho imparato bene anche la lingua grazie all'amicizia con i compagni di scuola”. Diversa l'esperienza di Jialei: “Ho sempre avuto dei rapporti positivi con gli insegnanti e i compagni, nonostante l'ostacolo della lingua: loro hanno avuto quasi sempre la pazienza di ascoltarmi e comunicare con me, e questo per me è stato fondamentale”. “L'amicizia è stata la cosa più importante – confermano Kadisha e Fathima –. Facendo amicizia con ragazzi italiani o provenienti da altri paesi non di lingua araba abbiamo imparato bene la lingua e siamo anche migliorate a scuola. Ora nella nostra compagnia ci sono ragazzi provenienti da tutti i paesi: abbiamo amici filippini, arabi, brasiliani, italiani, un po' da tutti i paesi”.
Il confronto, la possibilità di condividere spazi e opportunità, senza distinzioni o “discriminazioni positive” – come si legge nel testo della mozione avanzata dalla Lega – sono parte integrante delle storie che abbiamo appena raccontato. Storie di integrazione in divenire che tra i banchi di scuola hanno trovato la possibilità di crescere e che adesso sembrano reclamare solo pari diritti e opportunità, come emerge dalle considerazioni finali di Jialei: “In generale l'accoglienza della scuola italiana nei confronti degli studenti stranieri è positiva, ma si potrebbe migliorare garantendo, ad esempio, le stesse possibilità di studio agli studenti stranieri. Quando i ragazzi devono scegliere che istituto superiore frequentare capita che gli insegnanti orientino gli italiani verso i licei – classico o scientifico – e gli stranieri verso i professionali perché pensano che facciano fatica ad andare avanti. Ma anche noi stranieri possiamo raggiungere i livelli più alti, sappiamo che dobbiamo impegnarci perché è l'impegno che conta, non l'origine”.
Di Annalisa Bolognesi e Rossella Vigneri
Considerato da alcuni “un'area estremamente problematica”, da molti semplicemente ignorato, Casteldebole rappresenta certamente un territorio a sé, una sorta di “quartiere nel quartiere”, separato dal resto di Borgo Panigale per questioni di identità storica e discontinuità territoriale.
Una periferia che è stata interessata, negli anni, da un massiccio inurbamento, simboleggiato dai famosi grattacieli, - i gratta, come li definiscono i giovani - nucleo storico dell’edilizia popolare di questo territorio. Una periferia che, pur mantenendo una sua forte peculiarità, sembra soffrire dei mali tipici delle periferie italiane: mancanza di strutture, di servizi, di luoghi di ritrovo. “Vorremmo un centro per ragazzi dove poterci incontrare sempre”, affermano i giovani di Casteldebole; mentre gli educatori lamentano, oltre a una carenza di strutture, la scarsa possibilità da parte di questi ragazzi di utilizzare quelle esistenti. Come il centro polifunzionale Bacchelli, un ampio edificio ormai da anni gestito da associazioni di anziani, che con i giovani sembrano aver un rapporto difficile: “Non c’è dialogo, non c’è partecipazione, ma soprattutto si riscontra una certa diffidenza reciproca”.
Ma quali sono le peculiarità e le criticità di Casteldebole? Quali i problemi e le potenzialità? E soprattutto, cosa significa vivere qui la propria adolescenza?
Abbiamo cercato di rispondere a queste domande ascoltando le voci dei diversi attori di questo territorio: gli educatori delle cooperative sociali C.S.A.P.S.A. e La Carovana, da oltre dieci anni impegnati con i ragazzi di questa zona, gli anziani del centro Bacchelli, gli operatori del Quartiere Borgo Panigale, fino alle parole, spesso inascoltate, dei giovani stessi, veri protagonisti della nostra indagine. Abbiamo infine ripercorso il territorio e i suoi luoghi più rappresentativi per immagini, attraverso le fotografie di Vittorio Valentini.
Quello che sembra emergere un po’ da tutti è la necessità di dar vita a progetti condivisi, soprattutto dai giovani stessi, creare “un sistema di progettazione che sappia raccogliere le esigenze dal basso, mettendo in campo delle persone formate che sappiano costruire relazioni di fiducia, ascoltare gli adolescenti, andare incontro ai loro interessi.”
Una sfida comune, quindi; un obiettivo difficile e complesso, ma che sembra essere necessario realizzare per riqualificare questo territorio e il tempo libero dei ragazzi che lo abitano.
Simona e Mario, educatori del Gruppo Hip Hop, gestito dalla Cooperativa Sociale C.S.A.P.S.A., operano a Casteldebole da oltre un decennio e rappresentano certamente un’importante “memoria storica” dei numerosi cambiamenti socio-territoriali che hanno attraversato quest'area, soprattutto dal punto di vista della realtà giovanile.
Composto da una quindicina di ragazzi di età compresa tra i 13 e i 18 anni, il Gruppo Hip Hop si riunisce tre pomeriggi alla settimana in un Centro Giovanile in via De Nicola - poco lontano dai rinomati grattacieli - dove vengono organizzate diverse attività ricreative e aggregative. Gli educatori, oltre a lavorare sulla relazione e la prevenzione, offrono anche un servizio di supporto all’inserimento lavorativo, orientando i ragazzi alla scelta dopo la terza media, aiutandoli a mandare curriculum e accompagnandoli nei percorsi di avvicinamento al lavoro.
Ma, in un territorio non certo ricco di attrattive giovanili come Castedebole, il centro giovanile rappresenta innanzitutto un punto di riferimento, un posto in cui ritrovarsi anche solo per stare insieme e fare due chiacchiere. “La necessità principale di questi ragazzi è quella di uscire da questo senso di ‘oppressione da periferia’ che qui si respira. – spiega l’educatore Mario – I luoghi di ritrovo nel territorio sono davvero pochi, ed i giovani finiscono per trovarsi davanti alla baracchina dei gelati, alle poste o ai grattacieli; stanno lì per ore e non fanno nulla”.
Al problema della mancanza di attrattive si aggiunge un forte isolamento territoriale: Casteldebole, pur facendo parte del Quartiere Borgo Panigale, ne è separato dall'ampio e difficilmente attraversabile viale Togliatti (il cosiddetto “stradone”), che, tracciando un vero e proprio confine, fa di questo territorio una sorta di quartiere nel quartiere. Il collegamento con il centro della città è invece garantito dall’autobus 19, una linea comoda e piuttosto frequente, che termina tuttavia intorno alla mezzanotte e che quindi non consente ai ragazzi di recarsi di sera nei locali centrali o in discoteca. “Molti di questi giovani hanno qualche difficoltà economica. – prosegue Mario – Il problema è che, quando i soldi sono pochi, non ci si può permettere di far niente e qui a Casteldebole non c’è quasi nulla. Il venerdì e il sabato spesso si organizzano e vanno in discoteca; noi, per aiutarli, abbiamo anche messo a disposizione una linea telefonica che permette loro di organizzarsi con macchine e passaggi e che, nello stesso tempo, consente a noi di monitorarli e di dargli consigli, ad esempio sui danni che possono provocare l’uso e l’abuso di determinate sostanze. Ma durante la settimana la situazione è veramente pesante, proprio perché qui c’è poco e le realtà esistenti non riescono a coinvolgerli”.
Il potenziale infatti ci sarebbe. Casteldebole ospita un centro polifunzionale, il Bacchelli, ed un ampio centro sportivo, ma entrambi gli spazi non sembrano essere sfruttati dai giovani della zona. “Il Bacchelli e il centro sportivo sono utilizzati quasi esclusivamente dagli esterni. – spiega l’educatrice Simona - I ragazzi che abitano qui non riescono a sfruttarli. Quello che manca è proprio la partecipazione dal basso, la possibilità di renderli partecipi”.
Il centro Bacchelli, infatti, ormai da diversi anni, è stato dato in gestione ad un gruppo di anziani. Al di là dei conflitti che sembrano essersi talvolta creati con alcuni ragazzi - al punto che davanti al centro oggi campeggia il cartello “VIETATO GIOCARE A PALLONE” - il problema del Bacchelli sembra essere proprio la mancanza di attività che possano in qualche modo attrarre gli adolescenti di questo territorio. “Le associazioni che operano al Bacchelli, nella maggior parte dei casi, non propongono attività che possano interessare gli adolescenti. – sostiene Mario – Inoltre, laddove le prevedano, si presentano spesso altri limiti, che ne compromettono le possibilità di partecipazione. Ad esempio, un corso di chitarra potrà certamente piacere ai giovani, ma è chiaro che comporta degli oneri economici. E poi, chi è che va al corso di chitarra?! Chi ha il genitore che lo stimola! Gli altri difficilmente lo frequenteranno. Il fatto è che le proposte giovanili devono venire dai giovani stessi, non possono essere calate dall’alto. ”
Quello che sembra quindi mancare, oltre agli spazi fisici, è una progettualità condivisa, che sappia incanalare le risorse esistenti e creare protagonismo giovanile, costruendo aggregazione a partire proprio da quelli che sono gli interessi dei ragazzi stessi. “Occorre un sistema di progettazione che sappia raccogliere le esigenze dal basso, mettendo in campo delle persone formate che sappiano costruire relazioni di fiducia, ascoltare gli adolescenti, andare incontro ai loro interessi.” – concludono Simona e Mario.
Un obiettivo difficile, ma che sembra essere necessario per affrontare al meglio le sfide che questo territorio, da molti ritenuto “critico”, ci propone, e riqualificare, in modo condiviso e partecipato, il tempo libero dei giovani che lo abitano.
Un incontro con i ragazzi del centro aggregativo Hip Hop per capire come vivono i giovani di Casteldebole, per scoprire i loro luoghi d’incontro, i desideri e le loro proposte per migliorare il territorio.
Quando arriviamo al centro Hip Hop, in mezzo al groviglio di case popolari all'ombra di due enormi grattacieli, l'impressione è quella di trovarsi in una delle tante periferie ai margini delle piccole e grandi metropoli di oggi, anonime e silenziose. Sui muri, proprio all'entrata dell'unico centro aggregativo per ragazzi di Casteldebole, sta scritto di non disturbare la quiete dei condomini giocando a palla ma intorno pare non aggirarsi nessuno. All'interno l'ambiente è accogliente: tappeti, cuscini, una tv e soprattutto molto colore, in contrasto netto con le facciate grigie dei vecchi palazzi oscurate da un cielo piovoso. I ragazzi sono sei, sette; vanno dai 13 ai 18 anni e sono il gruppo di Casteldebole - questo ci tengono a sottolinearlo un po' tutti durante l'intervista: sono adolescenti che hanno trascorso l'infanzia in questa saletta che funge da luogo di incontro, rifugio contro la noia e il cattivo tempo, orgogliosi di una comune appartenenza; insieme quando si trova il modo per uscire da Casteldebole, insieme quando non si trova niente da fare e non si sa dove andare.
I ragazzi che intervistiamo non sembrano disprezzare il proprio territorio – questo è bene sottolinearlo: “E' tranquillo, normale – ci dice B., 18 anni - A Casteldebole si sta bene: i negozi ce li abbiamo, il Conad per fare la spesa pure; poi siamo tutti vicini, amici”. E quando si chiede loro se c'è qualcosa che vorrebbero cambiare la risposta non è decisa e immediata. Ma una cosa è certa e condivisa da tutti: “Vorremmo un centro per ragazzi dove poterci incontrare e passare il tempo. Un luogo come Hip Hop però aperto sempre, non solo due giorni a settimana”. “Ci sarebbe anche il Centro Bacchelli, ma è pieno di vecchi…cosa ci andiamo a fare? Una volta lo frequentavamo ma adesso ci è passata la voglia; qualcuno ci va il sabato mattina perché si può usare gratuitamente una postazione internet. Era bello lì se ci davano uno spazio, per fare una volta una festa, festeggiare un compleanno… ”
Per A., invece, la situazione è più complessa: non si tratta soltanto di trovare una stanzetta per fare balotta ma di trovare un modo per guarire Casteldebole dalla sua depressione, generata da un invecchiamento della popolazione che risiede nella zona, un impoverimento generale delle relazioni di buon vicinato e da un decadimento estetico e strutturale. “In questa zona non ci sono scuole – oltre alle elementari – e neanche tanti negozi. Così la gente che circola è poca e anche quelli che abitano nelle case costruite negli ultimi anni frequentano altre zone vedendo che qui non c'è niente da fare”. “Un bel posto, ad esempio, è Casalecchio: ci sono parecchie scuole e quindi anche molti ragazzi della nostra stessa età. E poi è bella anche esteticamente, mentre qui le palazzine sono degli anni '60, vecchie e poco curate. Così quando abbiamo tempo libero e non sappiamo cosa fare prendiamo il treno e stiamo lì in giro”.
Uscire da Casteldebole non è però così semplice, soprattutto il sabato sera, quando i soldi ci sono e si vuole andare a ballare ma mancano i mezzi: “Quando avevo il motorino caricavo gli amici a uno a uno – ci dice uno dei ragazzi più grandi del gruppo – Adesso invece ci muoviamo in autobus. Se la sera usciamo e non c'è il passaggio per tutti con gli scooter rimaniamo qua, stiamo alla Baracchina (l'unica gelateria di Casteldebole, ndr) oppure alle poste o sotto i gratta”. Quando invece ci si organizza le mete preferite rimangono Casalecchio e Santa Viola oppure i centri commerciali, come la Meridiana o l'Esselunga – considerati da molti non luoghi, spazi di passaggio privi di identità ma che per questi ragazzi rappresentano punti importanti di ritrovo dove incontrare altri gruppi, facce nuove.
Il centro della città sembra molto lontano dalla vita e dalle esigenze di questi giovani, provenienti perlopiù da scuole professionali e destinati a una vita di lavoro e divertimento nel fine settimana. C'è chi decide per una passeggiata in via Indipendenza o in piazza Maggiore e c'è chi, invece, in centro non ci va proprio “per la confusione, ma soprattutto perché non è adatto come luogo d'incontro: la gente va lì per fare compere e se non hai i soldi che ci vai a fare?”.
Ma un altro fattore spinge questi ragazzi a mantenersi lontani dal centro, da luoghi come piazza Verdi o via Zamboni, ed è il fattore sicurezza. Uniti da una comune appartenenza territoriale, i ragazzi di Casteldebole si muovono tranquilli nel proprio territorio, accennano a trascorsi problemi di spaccio ma in definitiva si sentono protetti e rispettati. Qualcuno ammette che alcuni problemi di criminalità ci sono e prova a darne una spiegazione: “E’ normale che in una zona depressa come Casteldebole ci siano persone sfiduciate che spesso si lasciano andare a comportamenti criminosi”. I giovani percepiscono invece le zone del centro come pericolose e poco sicure, come ci conferma uno di loro: “In via Zamboni non ci sono mai andato e non ci voglio andare: c'è spaccio e a me non interessano quelle minchiate”.
di Marco Murat e Rossella Vigneri
Michele Zani, della cooperativa La Carovana, da oltre dieci anni lavora a contatto coi ragazzi di Casteldebole organizzando attività per il tempo libero, uscite e sport. Dal suo punto di vista oggi questo lato della periferia di Bologna non sembra più degradato di altri. I problemi esistenti, dice, sono semplicemente frutto della mancanza di una strategia di lungo periodo e di scarsa attenzione per le politiche giovanili.
Da oltre dieci anni la cooperativa La Carovana è presente a Casteldebole. E' cambiato molto il territorio in questo arco di tempo?
Casteldebole era un paese vero e proprio alle porte di Bologna. Questo luogo è stato un nucleo anarchico importante durante la Resistenza e adesso, come zona, conserva una forte identità e una radicata memoria storica. In tempi recenti, però, è stato interessato da una massiccia inurbazione. In altre parole è stato designato per diventare una zona puramente residenziale, perlopiù di case popolari. L'inevitabile conseguenza originata dall'aver costruito case che non fossero accompagnate a servizi sul territorio, quali scuole, parchi e strutture ricreative, si è tradotta in una serie di problemi.
Questi problemi come si manifestano oggi?
Oggi si tende verso due approcci estremi: o si nega il problema, o al contrario si pensa Casteldebole come un territorio estremamente problematico. Banalmente basterebbe essere meno drastici e ragionare sul fatto che tra questi due poli passano molte situazioni intermedie, che meglio descrivono la situazione di qui. I giovani vivono un frangente delicato e difficile a causa del lavoro scarso, della povertà crescente e di tutte le situazioni spiacevoli conseguenti a queste premesse. Perciò il problema non è solo a Casteldebole, possiamo dire invece che nelle periferie come Casteldebole questo problema è più accentuato perché gli adolescenti hanno meno punti di riferimento.
Di cosa si occupa attualmente La Carovana?
La Carovana, come le altre associazioni sul territorio, come ad esempio Hip Hop, si occupa proprio di aiutare i ragazzi attraverso attività formative. Ma certamente questo impegno non basta se non viene supportato da sinergie e da un lavoro congiunto, se non vengono messi a disposizione degli spazi e delle strutture adeguate ai bisogni dei più giovani.
Cooperative sul campo: Hip Hop e La Carovana, c'è una connessione?
In realtà c'è una connessione informale, scaturita dal fatto che da anni noi educatori lavoriamo su tanti territori e finiamo per incontrarci e condividere esperienze e impressioni. Ad esempio per Casteldebole la cooperativa Hip Hop si occupa di orientamento al lavoro e percorsi di formazione, mentre la Carovana punta sulle attività connesse al tempo libero e di aggregazione direttamente in strada. E comunque i ragazzi coi quali veniamo in contatto sono gli stessi e vivono bene pure questa divisione, nel senso che sapendo che ci occupiamo di ambiti diversi chiedono ora all'uno ora all'altro, sfruttando le nostre competenze specifiche.
Come si articola, a livello pratico, l'attività che svolgete sulla strada?
Due giorni la settimana ci incontriamo coi ragazzi e organizziamo uscite, oppure rispondiamo alle loro richieste senza però presentarci come educatori, ma cercando di entrare in sintonia con loro da amici, sebbene adulti. All'atto pratico lo scopo è diventare dei punti di riferimento per loro in un territorio che non gliene offre o nel quale gli esempi di riferimento potrebbero essere negativi.
E quella per il tempo libero?
Per il tempo libero, che è uno dei principali obiettivi del nostro contratto, offriamo attività di free climbing, campeggio, trekking, arrampicata sportiva all'Alpe di Monghidoro ecc. Insomma dipende dalle occasioni. In realtà privilegiamo le uscite, quindi le attività all'aperto, perché è un ambito per forza di cose più coinvolgente rispetto al contesto della routine urbana. Senza trascurare che si tratta di fatto di praticare sport completi dal punto di vista fisico immersi nella natura.
Come cooperativa riuscite ad avere degli spazi dalle istituzioni?
Al momento siamo un po' arrangiati. Proprio l'assenza di spazi non disgiunta dalla nostra esperienza pregressa (La Carovana inizialmente si occupava di turismo sociale ndr) ci ha portato ad organizzare escursioni e uscite piuttosto che restare nel quartiere. A Casteldebole mancherebbero gli spazi per motivare i ragazzi e per condividere esperienze in grado di far leva dal punto di vista educativo, che in sintesi è la missione del nostro lavoro.
Poi, da parte delle istituzioni a dire la verità manca un pensiero strategico; nel senso che dall'alto giungono unicamente provvedimenti spot e ciò comporta un'assenza pressoché totale di percorsi con un punto di inizio ed uno di arrivo, in modo da potersi prefiggere obiettivi raggiungibili anche nel lungo periodo. Questo cozza palesemente con la possibilità di risolvere qualsiasi disagio giovanile o educativo. In ogni caso - è bene sottolinearlo - lavorando anche in altre zone, mi sono reso conto che è un problema comune e non dipende dal quartiere, bensì a risentirne è l'intera città.
Prospettive di miglioramento?
E' difficile dirlo, attualmente prevale l'incertezza. Infatti, istituzionalmente si stanno affrontando questioni di centralizzazione e decentralizzazione dei poteri e quindi è quasi impossibile prevedere quel che accadrà anche di qui a breve. Quel ch'è certo è che a Bologna manca un assessorato alle politiche giovanili e questo dovrebbe dirla lunga...
Qual è la situazione dei ragazzi di Casteldebole, vista da un educatore che lavora a stretto contatto con loro?
In questo momento credo non sia peggiore o migliore di molte altre realtà periferiche italiane. Il problema principale, come ho detto, è la mancanza di servizi di base per i giovani. A causa di alcuni interventi tesi a ridurre il disagio sociale ora sono presenti servizi per situazioni problematiche e tuttavia in quest'area non si trova niente per il tempo libero, oppure per l'aggregazione, l'istruzione, il lavoro ecc.
Era cominciata la sperimentazione del Centro Bacchelli, che poi però fallì e dunque venne riformulata, com'è adesso. Prima ad esempio era un centro dedicato ai ragazzi, di varia età senza distinzioni.
In questo momento come funziona il Centro Bacchelli?
Dopo l'incendio del 1994 è stato ricostruito e dato in gestione agli anziani. Pertanto in questo momento è di fatto un centro anziani. Ciò significa che non è un luogo di aggregazione pensato per il pubblico dei più giovani e non c'è apertura in tal senso da parte di chi lo gestisce. E temo resterà così ancora per molto: neanche una stanzetta per i ragazzi e poche attività didattiche peraltro a pagamento, che di conseguenza escludono i soggetti già in condizione di difficoltà economica e di scarsa inclusione.
La verità è che gli anziani sono la via più semplice e meno dispendiosa, perché offrire lo spazio ai ragazzi determinerebbe dei costi aggiuntivi, in educatori, corsi e attività. Dunque emerge ancora una volta che da parte delle istituzioni si preferisce spendere meno oggi, evitando investimenti di questo tipo, e poi magari si finisce per dover pagare un prezzo più alto a livello sociale ed economico nel momento in cui si creano delle emergenze e si devono varare piani e progetti di risposta, magari retti da ampi stanziamenti di fondi. Quando basterebbe riconoscere che le emergenze derivano dalla mancanza di investimenti iniziali anche minimi e dall'assenza di un piano strategico per le politiche giovanili.
In altre occasioni è emerso che nel territorio di Casteldebole ci sia una netta suddivisione tra la zona ricca delle villette, e quella più povera che vive nelle case popolari. Tu avverti questa distinzione?
Sì, sicuramente ci sono delle divisioni tra i ragazzi, ma io non le avverto perché molto probabilmente ho a che fare soltanto con una parte di essi. Però c'è anche da dire che siamo in un momento in cui queste divisioni tendono a scomparire e vedo che tra i ragazzi la conoscenza diventa trasversale e sono più forti i contatti delle divisioni. Inoltre, data la natura del territorio, essendo soltanto la baracchina dei gelati (vicino alla Torretta ndr) il punto di aggregazione più importante e frequentato, finisce anche per esserci un unico ritrovo e un contatto tra entrambe le parti.
Vuoi e puoi raccontare qualche storia legata ai ragazzi?
In generale occorre dire che questo luogo ha ospitato storie per molti versi differenti e per tanti altri incredibilmente simili. Chi era più vulnerabile a causa della facilità del contatto con le droghe, che qui per ragioni di vicinanza è facile procurarsi, è rimasto coinvolto. In altre occasioni invece la maggior parte dei ragazzi ha condotto vite assolutamente normalissime, se non per il disagio dato dalla mancanza dei servizi che avrebbe permesso loro di vivere una vita qualitativamente migliore.
C'è una parte di comunicazione che un educatore dovrebbe portare dai giovani alle istituzioni?
Credo di sì e noi in passato l'abbiamo fatto attraverso lo strumento video. Per circa dieci anni abbiamo deciso di sfatare alcuni luoghi comuni da parte del mondo adulto filmando la situazione e i ragazzi affinché potessero essere loro stessi a spiegarsi, a individuare e rendere chiare le loro esigenze, i loro disagi, la loro volontà. Il video poi offre un'opportunità rara sul piano del confronto generazionale, essendo uno strumento comprensibile per tutti. Ora, poiché a Casteldebole regna una forte identità comunitaria che altrove mi pare assente, ritengo sarebbe positivo ripartire da questa identità, o dal percorso della memoria storica, ed usare di nuovo il video per innescare questo dialogo interrotto sia tra le generazioni che con le istituzioni.
A Casteldebole non ci sono molti punti d'incontro, l'unico centro di cui dispone questo territorio è il Bacchelli, attualmente gestito da varie associazioni e frequentato prevalentemente dagli anziani.
La nostra redazione ha deciso di andare a vedere come è organizzato il centro per fare qualche domanda alla popolazione della terza età di Casteldebole e discutere con loro dei problemi di questa zona.
Il Bacchelli si presenta come una struttura moderna costruita in mezzo al verde, facilmente raggiungibile con il bus. All'interno dispone di ampi locali, perlopiù inutilizzati: c'è la sala polivalente, generalmente occupata dagli anziani, la biblioteca, una piccola sala computer e uno spazio a disposizione per ogni associazione che fa parte del centro. Teresa qui è l'unica dipendente del Comune e si occupa della biblioteca e delle postazioni internet. Entrambe le sale sono poco frequentate, sia perché la biblioteca effettiva è a Borgo Panigale e per richiedere un libro bisogna farlo arrivare, sia perché alle postazioni internet non possono accedere i minori. Gli unici a frequentare assiduamente il centro sono gli anziani del luogo, così mi rivolgo direttamente a loro.
Subito mi indicano come portavoce Gianfranco Stanghellini, vicepresidente degli “Amici del Bacchelli”, un’associazione che organizza spettacoli, corsi di lettura e di approfondimento, mostre, giochi e diverse iniziative a tutto campo. In seguito, un po' per curiosità, un po' per dire la loro, si aggiungono alla discussione Arrigo Rossi, del Sindacato Pensionati Italiani CGIL, Zini, presidente dell'associazione di formazione musicale e fotografica “Il valore del tempo”, e alcuni esponenti del gruppo degli anziani che frequentano abitualmente il centro.
“La storia del Bacchelli è molto lunga. - racconta Stanghellini – Il centro ha aperto circa nel 1980. Inizialmente era frequentato da gente diversa e, siccome era un po’ decentrato, di notte fu anche saccheggiato, per cui si dovettero interrompere alcune iniziative. Queste problematiche, purtroppo, sono culminate con l'inserimento di persone poco raccomandabili e, in seguito ad altri atti di vandalismo, il Bacchelli, per un periodo, è stato proprio chiuso. Quando è stato riaperto all’interno sono stati inseriti i sindacati, il “Gruppo S. Bernardo”, che si occupa di assistere le persone anziane che hanno subito scippi o rapine, e, infine, le associazioni.”
Precisamente oggi hanno sede al Bacchelli l'associazione “Il valore del tempo”, l'associazione teatrale “I commedianti bolognesi” insieme al gruppo “Teatro dei Mignoli” e l'associazione socioculturale “Amici del Bacchelli”.
Dopo avermi spiegato le attività che si svolgono nel centro Stanghellini racconta delle iniziative che si è tentato di portare avanti in favore dei giovani: “Quest'anno era stato promosso un progetto che si proponeva di mettere a posto una barca. I ragazzi, insieme agli operatori della cooperativa incaricata di seguire l'iniziativa, avrebbero dovuto allestire una baracca per il deposito degli attrezzi, utilizzando il centro Bacchelli per gli apporti logistici; ma c'è stata una riunione dove si è manifestata la paura dei residenti. Così l'iniziativa è stata bloccata e, anche se il Quartiere aveva detto che sarebbe andata avanti comunque, al momento è ancora tutto fermo.”
E come siano sono nati gli scontri e le incomprensioni relativi a questo progetto ce lo spiega il presidente de “Il valore del tempo”: “Quel progetto è partito male perché, ancora prima di fare la presentazione, sono corse delle voci. Si diceva che lì avrebbero costruito un centro per il recupero dei drogati. A causa di queste voci la gente è venuta qui prevenuta. Non si sapeva nulla, chiedevi gli orari e nessuno sapeva rispondere. Si è sbagliato a monte, se il progetto fosse stato presentato in un'altra maniera sicuramente le cose sarebbero andate diversamente.”
Il rapporto con i giovani del territorio appare quindi difficile: non c'è dialogo, non c'è partecipazione e soprattutto si riscontra una certa diffidenza reciproca. Nel tentativo di comprendere meglio il punto di vista degli anziani ho chiesto loro come considerino i giovani di Casteldebole e che cosa si potrebbe fare per migliorare il livello di comunicazione con loro. “I giovani non si vedono qui, pur essendo il centro aperto a tutti. – spiegano gli intervistati - Comunque la non-partecipazione deriva dal fatto che qua non c'è niente che possa interessare loro e, finché non trovano qualcosa che gli interessi effettivamente, non verranno.”
La mancanza di interessi è ciò che viene considerato alla base delle difficoltà dei ragazzi: non fanno niente e non si sa cosa vogliano. “La nostra associazione è aperta ai giovani. - prosegue il vicepresidente degli “Amici del Bacchelli”, Stanghellini – E’ chiaro, però, che la partecipazione alle attività del centro comporta educazione, rispetto delle cose, sia da parte degli uni che degli altri. Se i ragazzi vengono qui, buttano tutto per aria, sporcano, non fanno niente e sono irrispettosi...”
Questo è uno tra i principali problemi che avvertono gli anziani, che sembrano non essere troppo ottimisti riguardo a possibili soluzioni: “Oltre a rendere il centro aperto alle iniziative, chiaramente nell'ambito del rispetto e della socialità, non vedo che altro si possa fare. Se poi loro stessi si autoemarginano, questo non dipende solo da noi.”- spiega uno dei frequentatori del centro.
Sempre sulla delicata questione che separa giovani e anziani cerco di capire quale sia l'opinione degli intervistati su questi ragazzi di oggi, sulle difficoltà che si possono riscontrare nel territorio di Casteldebole e su ciò che si potrebbe fare per loro.“Siamo stati giovani anche noi. Allora le cose andavano diversamente e difficilmente andavamo a mescolarci con altre realtà. - ci dicono gli intervistati - Il problema di questi giovani è che stanno in mezzo alla strada? Ma noi preferivamo stare in mezzo alla strada, all'aria aperta, c'era anche un altro stile di vita, alle due di notte se andavi in piazza Maggiore c'erano tutti i tavolini e le sedie fuori, stavi là tranquillamente senza che nessuno rompesse le scatole.”
Dai loro racconti emerge la differenza socio-culturale in cui sono cresciuti i giovani di allora rispetto alla realtà attuale. È evidente che un tempo si conducesse un altro stile di vita. Oggi c'è la paura che mette uno contro l'altro e rende inaccessibile il dialogo tra generazioni diverse, negando un confronto o un punto di incontro. È quello che viene ribadito anche dal presidente dell'associazione “Il valore del tempo”: “Il discorso è che purtroppo non c'è dialogo. La mancanza di dialogo comporta tutta questa diffidenza. Io sinceramente non conosco i giovani di Casteldebole, a parte quei tre o quattro che abitano lì da me. Mentre quando ero un bambinetto vicino a casa mia c'erano otto-dieci abitazioni in cui abitavano circa dieci famiglie. Alla sera quando faceva caldo ci riunivamo tutti fuori, ognuno si portava il suo mangiare, si stava lì, si parlava e si discuteva tra giovani, anziani, bambini e si stava tutti quanti insieme lì a passare la serata.”
Quello che manca, secondo il punto di vista degli anziani, dovrebbe essere colmato dalle famiglie e dalla scuola. L'educazione che ricevono i ragazzi non prevede più il rispetto delle persone anziane: “Una volta era proprio dalla famiglia che si imparava questo: all'apice c'erano il nonno e la nonna che venivano trattati con i guanti di velluto, poi c'erano il padre e la madre e dopo venivano i figli.”
Purtroppo non possiamo riscontrare una simile stabilità all'interno delle famiglie attuali, sono molto frequenti i casi di figli di genitori separati che non hanno idea di che cosa possa significare l'unità della famiglia. Ma questo è difficile da comprendere se hai già una vita, un'educazione e una cultura differente alle spalle.
Ma proprio giungendo al termine dell'incontro emerge una proposta da parte del vicepresidente degli “Amici del Bacchelli”: “Se c'è qualche ragazzo che vuole essere inserito nella nostra associazione culturale, penso che il Consiglio approverebbe. Noi diamo la nostra disponibilità”.
“L'obiettivo - affermano un po' tutti gli intervistati - è quello di tentare effettivamente un dialogo che possa essere rivolto alle aspettative dei ragazzi, cercando di comprendere i loro sogni e le loro difficoltà, mettendo a disposizione, oltre agli spazi del centro, l'esperienza e gli insegnamenti della vita.”
(di Ileana Coggiola)
Un po’ isolato geograficamente dal resto del quartiere e considerato spesso dall’opinione comune un “territorio depresso”, Casteldebole rappresenta per gli operatori del Quartiere Borgo Panigale un’area con qualche criticità, ma anche di forte interesse, in cui appare più che mai necessario dar vita ad una progettualità di rete condivisa, soprattutto dal punto di vista delle politiche giovanili.
In questa zona oltre alla microcriminalità e ai problemi legati all'uso di sostanze, si registra anche una sorta di difficoltà per i giovani che la abitano, riconducibile a uno “stato di noia”, una sorta di condizione depressiva dovuta a una carenza di attività che vadano incontro ai loro interessi, di stimoli e di luoghi di ritrovo e aggregazione. “In questo territorio mancano i luoghi fisici che facilitano gli incontri informali e le situazioni aggregative. - spiega Marco Gollini, Referente dell’Ufficio Cultura del Quartiere Borgo Panigale – Nel resto del quartiere ad esempio c’è il ‘Villaggio Ina’, l’Ipercoop, varie piazzette, mentre a Casteldebole non ci sono punti di ritrovo identificabili e soprattutto c’è una condizione di isolamento territoriale, anche legata alla mancanza di una linea di autobus che colleghi con l’altra parte del territorio di Borgo Panigale.”
Proprio per far fronte a queste problematiche da qualche mese il Quartiere ha dato il via al progetto di educativa di strada “Fitzcarraldo”, condotto dalla Cooperativa Sociale La Carovana e dalla Cooperativa Eta Beta con l’obiettivo di agganciare e conoscere i giovani della zona, dando vita ad attività educative e di socializzazione che vedano la loro diretta partecipazione progettuale, ma anche fornendo loro, in qualche modo, un nuovo spazio fisico in cui potersi incontrare.
Il progetto prevede infatti la realizzazione di un laboratorio - provvisorio e in legno – che verrà costruito proprio davanti al Centro Polifunzionale Bacchelli, con l’ulteriore obiettivo di creare un contatto tra i giovani di Casteldebole e gli anziani che abitualmente frequentano il Centro. “Il nome Fitzcarraldo deriva dall’idea di costruire una barca, all’interno di questo laboratorio, prevedendo la partecipazione attiva dei giovani attraverso il sostegno di educatori professionali. Il progetto vuole offrire un obiettivo concreto da raggiungere utilizzando e sviluppando dinamiche relazionali positive - prosegue Gollini- Tale proposta tuttavia ha creato alcune preoccupazioni e qualche polemica tra i cittadini di Casteldebole che abitano nella zona. E’ stato manifestato con forza il timore che la creazione di un nuovo punto aggregativo giovanile, frequentato talvolta magari anche da ragazzi con problematiche sociali, possa causare disagi e dinamiche tali da mettere in pericolo i cittadini e la vivibilità della zona”. “Per far fronte a queste difficoltà in gennaio è stato organizzato un incontro con la cittadinanza dove l’amministrazione di Quartiere e gli operatori delle cooperative hanno esposto il progetto in tutta la sua interezza, al fine di tranquillizzare e di sensibilizzare le persone.”
Attualmente il progetto sta operando sul consolidamento della relazione con i ragazzi attraverso delle attività ludico ricreative e, solo successivamente, si dovrebbe passare alla realizzazione del laboratorio ed alle azioni educative e pratiche ad esso connesse. Per il momento, quindi, i contatti tra i ragazzi e le associazioni che frequentano il Bacchelli restano ancora molto scarsi. “La scelta del Quartiere di affidare la gestione del Bacchelli alle associazioni, dettata dalla suddivisione degli spazi interni della sede del centro polifunzionale, comporta certamente alcuni vantaggi: la loro organizzazione e i tempi che sono in grado di mettere a disposizione garantiscono autonomia e un buon presidio della struttura. – spiega la Pedagogista del Quartiere Borgo Panigale, Rosalita Patelli - Chiaramente però, in un territorio che risente così tanto della carenza di luoghi di aggregazione, affidare una struttura ricca di spazi ad associazioni rivolte soprattutto ai cittadini meno giovani, può provocare nei ragazzi una sorta di risentimento”.
“E’ possibile che i ragazzi abbiano ‘timore’ di avvicinarsi al Bacchelli, perché è frequentato da anziani e gestito da associazioni organizzate, per cui pensano di non potere accedervi. – prosegue Gollini – Per favorire questo avvicinamento il Quartiere si propone di dar vita ad attività che possano stimolare l’interesse giovanile: abbiamo aperto una saletta di prestito libri fornita anche di postazione internet ed abbiamo in programma la realizzazione di alcune iniziative culturali e di socializzazione proprio per favorire la fruizione da parte di tutti di un luogo pubblico. È stato avviato un lavoro di investimento da parte del Quartiere rispetto alle politiche giovanili ed i risultati certamente si vedranno col tempo, ma credo che come inizio sia stato molto buono.”
E i tempi potrebbero subire un rallentamento anche nell’attesa che si compia il processo di decentramento e ridefinizione delle attuali deleghe e funzioni dei Quartieri, che andranno gradualmente ad occuparsi direttamente anche dell’attuale “Servizio Minori”, gestito sino ad oggi centralmente dal Comune di Bologna. “Nel frattempo – continua Gollini - credo sia fondamentale sottolineare che, grazie ad un lavoro di rete con associazioni, operatori, cittadini e col valore aggiunto della Consulta del Welfare, nell’ultimo anno siamo riusciti a realizzare alcune iniziative specifiche rivolte ai giovani, quali concerti, laboratori musicali e di graffiti, rassegne cinematografiche e momenti di festa in generale”.
Ma un coinvolgimento reale e concreto dei giovani nelle attività del Bacchelli e dell’intera zona di Casteldebole, non può che venire dal basso: ascoltando le diverse voci degli attori di questo territorio, dei ragazzi stessi, dei loro operatori, degli anziani, fino alle tante realtà associative che vi operano. “Se per quanto riguarda i ragazzi più piccoli, anche per il raccordo che esiste tra le scuole medie del territorio e il coordinamento pedagogico, il lavoro di rete quest’anno ha funzionato bene, grazie ad una programmazione integrata all’interno nel territorio, per quanto riguarda la fascia dei ragazzi più grandi la situazione è caratterizzata da una maggiore complessità - prosegue Rosalita Patelli – Tutti avvertiamo il bisogno che si concretizzi un tavolo di coordinamento, la cui realizzazione è al momento sospesa nell’attesa che avvenga e si concluda il processo di passaggio delle deleghe ai Quartieri. Superata questa fase di transizione e individuate anche le figure professionali coinvolte, il Quartiere potrà investire progettualità e risorse.”
Obiettivi già raggiunti e prospettive per il futuro tracciate dal Tavolo Sociale piazza Verdi
di Giovanni Di Giuseppe, Marco Murat
Piazza Verdi rappresenta, per antonomasia, il teatro del conflitto bolognese. Un conflitto simbolico e politico prima che fisico ed effettivo. Ognuna delle varie giunte, nel corso degli anni, ha fornito una propria ricetta contro il degrado della zona e tuttavia con scarsi risultati: chi ha dato carta bianca alle concessioni ha accresciuto lo scontento degli autoctoni, al contrario chi ha sposato misure repressive ha finito per spostare i problemi altrove trasformando la piazza in un presidio di polizia nel deserto.
Dall'esigenza di capire quali
attività vengono svolte in Piazza Verdi e dintorni dai vari settori
dell'amministrazione comunale e da tutte le altre associazioni che
agiscono sul territorio, all'interno del Quartiere San Vitale è stato
indetto un tavolo sociale per creare una rete fra tutti questi soggetti
e costituire, per la prima volta, un coordinamento che segua obiettivi
comuni attraverso una progettazione condivisa.
I componenti di
questo tavolo sociale di Piazza Verdi sono: la Consulta esclusione
sociale, l'Università di Bologna, l'Istituzione inclusione sociale,
alcuni settori dell'Amministrazione Comunale, la Parrocchia di San
Giacomo, il Comitato Piazza Verdi ed altre associazioni che operano in
quelle zone. A coordinare questo lavoro sono stati scelti Giovanni
Amodio, già coordinatore delle attività rivolte all'adolescenza del
Quartiere San Vitale, e Roberto Merlo, per anni responsabile del
"Bologna Città Sicura", molto attento alle problematiche di Piazza
Verdi ed esperto di problematiche della conflittualità e dell'uso degli
spazi pubblici.
Dal coordinamento del tavolo sociale di Piazza Verdi
è stato prodotto un documento, il "Progetto operativo Piazza Verdi",
che è stato presentato in Giunta ed è stato approvato ufficialmente.
Uno
dei primi obiettivi del coordinamento del tavolo sociale di Piazza
Verdi era quello di far conoscere e confrontare tra loro i vari
soggetti già attivi in Piazza Verdi e cercare di integrare le diverse
progettualità.
Il progetto si divide in tre sistemi di
intervento: la prevenzione attuale punta a presidiare in modo
dissuasivo il territorio, rispetto alla esecuzione di azioni definite
come produttrici di insicurezza; la prevenzione situazionale propone
degli interventi strutturali con l'obiettivo di rendere il contesto
della zona incompatibile col compimento di atti che producono
insicurezza; la riduzione del danno intende migliorare le condizioni di
vita di chi commette, o potrebbe commettere, un reato e ridurre il
danno subito dai cittadini a seguito del reato commesso.
L'idea del
quartiere è dunque quella di sistematizzare i progetti già esistenti,
attivarne dei nuovi e contemporaneamente rivolgersi ad altre
amministrazioni, come ad esempio avviare dei lavori con la Regione e
con la Provincia.
Data la veste simbolica del luogo e alla luce
del fallimento delle politiche amministrative, il documento di sintesi
redatto dal Tavolo Sociale piazza Verdi assume particolare importanza.
Infatti è proprio in tempi come questi, di relativa quiete, che si può
affrontare il caso di piazza Verdi non più sotto i riflettori
dell'emergenza e quindi approcciarlo da un punto di vista sociale,
partendo dal basso e scardinando molti dei preconcetti che fino ad oggi
hanno prevalso.
Un progetto simile - si legge nell'introduzione del
documento - pur non potendo sostituirsi al lavoro svolto dalle forze
dell'ordine, dalla magistratura e dall'istituzione carceraria, si
prefigge di aumentare la percezione della sicurezza in questa zona
calda del centro storico.
A distanza di circa nove mesi, dalla
costituzione di questo Tavolo, è giunto il momento di un primo bilancio
sebbene l'esperienza debba considerarsi tutt'altro che conclusa e nella
prosecuzione del suo iter stia producendo sempre nuovi frutti.
Vi presentiamo sotto una sintesi delle proposte operative tese a "cambiare" piazza Verdi.
Due mediatori di comunità: sono queste le figure chiave previste dal progetto in merito alla prevenzione attuale. Prevenzione attuale la quale consiste nell'attivare tutte quelle azioni che riescono a presidiare in maniera dissuasiva e non repressiva il territorio.
Una progettazione che, ovviamente, deve guardare anche alle richieste mosse dai cittadini e cioè, da un lato, il volere un aumento del numero di azioni visibilmente repressive e dissuasive, ma dall'altro la consapevolezza che la continua presenza di soggetti preposti a queste funzioni aumenta, però, il senso di insicurezza. Richieste, quindi, difficili da equilibrare.
Il coordinamento tavolo sociale Piazza Verdi ha, pertanto, pianificato per la gestione e la risoluzione di questi molteplici aspetti l'impiego di due mediatori di comunità. Operatori di strada attivi sul territorio che sappiano sviluppare un lavoro relazionale e di aggancio per poi realizzare, come obbiettivo secondo e secondario, altre e varie attività d'incontro.
Tutto ciò perchè il problema chiave della zona di Piazza Verdi consiste nella mediazione intergenerazionale tra i bisogni dei giovani e come questi li esplicitano e i bisogni dei cittadini residenti. I mediatori devono, quindi, comprendere perchè le persone si riuscono in un dato luogo partendo, infatti, dalla domanda "perchè lì?". E' proprio, poi, dall'input che viene dai giovani e dagli studenti che essi riescono ad elaborare delle spiegazioni, diventando, così, strumenti di aggancio necessari per una progettazione dal basso. Una metodologia, questa, molto delicata, definita "peer education".
I mediatori di comunità hanno, quindi, il compito di far convivere le diverse istanze, di mediare, appunto, le conflittualità sociali. Figure che, comunque, possono essere inserite anche nel punto di ascolto - previsto nel Chiostro di S.Giacomo - come collegamento fra lo spazio istituzionale e la realtà di strada in modo da avere sempre ben chiara la situazione a cui i vari attori sociali prendono parte in Piazza Verdi e dintorni.
Uno dei street walker ricoprirà, inoltre, il ruolo specifico di coordinatore, un punto di riferimento per l'amministrazione e le altre associazioni.
Nonostante, comunque, quest'incarichi che devono ancora essere assegnati, ci sono, però, già alcuni progetti attivi come "In and Out" che coinvolge quattro operatori di strada, i quali funzionano come il "termometro" della situazione. Questi street walker, infatti, girano di giorno e di sera per le strade e per i locali con l'obbiettivo di comprendere che cosa succede, ma anche l'importante possibilità di intervenire. Hanno, infatti, dei telefoni cellulari collegati con la polizia di Stato e i vigili urbani. Operatori che, comunque, non si occupano di una singola e specifica area, ma si recano, di volta in volta, dove ci sono delle criticità.
Ulteriori attori importanti e già attivi, infine, sono i vigili urbani, i quali sono visti nell'ottica del vigile di quartiere, il vigile di prossimità. Essi sembrano, infatti, essere la risposta più funzionale alle necessità di presidio costante del territorio, di ricostruzione di un rapporto fra cittadini e forme di governo della città, di monitoraggio costante e di informazione e attivazione delle risorse istituzionali.
Mediare tra le varie istanze sociali, mediare tra i bisogni delle varie utenze è l'elemento, quindi, che mediatori, operatori di strada dei vari progetti e vigili urbani devono eleggere ad obbiettivo comune per risollevare le sorti di quella che viene etichettata come "la zona del degrado": Piazza Verdi e dintorni.
All'interno dei progetti di prevenzione, fissati a tavolino dal Quartiere e depositati nero su bianco nel documento con le proposte per piazza Verdi, ve n'è uno che meno degli altri si addice ad una pianificazione minuziosa. Tale progetto è stato per l'appunto classificato sotto il nome di "prevenzione situazionale".
Di chiara impronta sociologica, questo genere di intervento tende a farsi contenitore di proposte dal basso: dai cittadini e dagli studenti, con l'obiettivo di rendere la piazza veramente di tutti, affinché ogni soggetto (sia esso autoctono, studente fuori sede, o semplice turista) possa svolgervi le proprie attività senza perciò escludere nessuno degli altri fruitori.
Prevenzione situazionale, letteralmente, significa indagare a fondo il contesto entro il quale la piazza e i soggetti che vi agiscono sono inseriti, ed elaborare la possibilità di "attivare" per ciascuno di essi un percorso condiviso che giunga dritto all'obiettivo. Nella fattispecie gli obiettivi stabiliti per piazza Verdi restano quelli di sempre: aumentare la percezione di sicurezza e di stabilità collettiva, riuscendo nei limiti del possibile ad evitare l'esclusione di categorie di persone che attualmente la frequentino.
Dunque, la prevenzione situazionale passa anzitutto per una indagine approfondita degli attori che abitualmente vivono la piazza. A questo scopo il coordinamento del Tavolo Sociale piazza Verdi ha già previsto un'area ricettiva, indirizzata ad ogni tipo di utenza e soprattutto finalizzata all'operazione cosiddetta di "aggancio" delle persone. Costoro, dal basso, rivolgendosi alla struttura ricettiva forniranno indicazioni utili a stabilire la natura degli interventi situazionali, quindi come espresso dal nome stesso: strettamente subordinati alla "situazione" o contesto d'azione.
Tra gli interventi orientati alla prevenzione situazionale molti riguarderanno elementi strutturali della piazza: pavimentazione, arredi, illuminazione, pulizia, eccetera; altri invece riguarderanno requisiti funzionali dello spazio: la pedonalizzazione della zona; la piena accessibilità anche a fasce d'utenza disabile e bambini; nuovi interventi tesi a favorire l'incontro tra le persone, quali ad esempio dei laboratori artigianali o di animazione.
La ragione che sottende tali proposte deriva dall'assunto che in un contesto urbano migliorato ed esteticamente piacevole, verrebbe necessariamente meno l'eventuale compiersi di atti vandalici, o contrari all'ordine acquisito. Ciò nondimeno il coinvolgimento di molteplici segmenti di popolazione in comportamenti attivi e costruttivi, aumenterebbe il grado di inclusione dei soggetti rendendoli entità collettiva e non più individui abbandonati alla piazza.
Allo stato attuale, alcune di queste proposte si sono tradotte in fatti; dal primo aprile si darà inizio alla pedonalizzazione di piazza Verdi e di lì a poco lo spazio ricettivo, ubicato in un ampio locale di fresca ristrutturazione all'interno del chiostro di san Giacomo aprirà al pubblico.
Nel frattempo si attendono nuovi sviluppi che, come ogni primavera, portano piazza Verdi a cambiare veste e frequentazione, costringendo la cittadinanza a fare i conti con quei piccoli movimenti umani che da sempre sono sinonimo di fermento e di vitalità.
L’ultima parte del progetto è dedicata alla riduzione del danno, ovvero è mirata da un lato a rendere meno precarie le condizioni di vita di chi commette o potrebbe commettere un reato, e dall’altro a diminuire il danno subito dai cittadini proprio a seguito dei reati commessi.
Le proposte presentate dal coordinamento tavolo sociale Piazza Verdi sono suddivise in due progetti da integrare a ciò che il Comune di Bologna sta già portando avanti nell’area di Piazza Verdi.
Il primo progetto riguarda tutti quei comportamenti percepiti dai cittadini abitanti nella zona di Piazza Verdi come vandalismo, come ad esempio le bottiglie e i resti delle nottate che sommergono la piazza.
Partendo dal presupposto che il proibizionismo è assolutamente inutile se non controproducente, si è cercato di proporre un’azione di educazione invece che di punizione. Il risultato è stato il progetto “cambia – comporta – menti”, che prevede un’attività di animazione da parte di due professionisti del teatro di strada che tre notti alla settimana percorrano Piazza Verdi e dintorni invitando a seguire comportamenti civili.
Il secondo progetto proposto si chiama “bagno teatro”, e parte dall’osservazione che l’area di Piazza Verdi nelle ore serali e notturne non presenta servizi igienici adeguati ad accogliere il grande numero di giovani che girano nella zona. Il problema diventa ancora più importante se si sottolinea il fatto che i giovani spesso non frequentano i locali presenti e utilizzano di conseguenza gli spazi pubblici come servizi.
Sono state quindi previste alcune azioni per la riduzione del danno quali: apertura serale dei servizi igienici pubblici situati in Largo Respighi, chiamati ‘Bagno del Teatro’, prolungando l’orario di apertura dalle ore 19 all’1 di notte, dal lunedì alla domenica; diffusione negli esercizi commerciali della zona di un volantino con l’indicazione degli orari di apertura e dell’ubicazione dei servizi igienici. Si propone inoltre l’affiancamento agli addetti alla gestione dei bagni di persone provenienti da percorsi di vita di strada, tramite l’attivazione di percorsi di borsa lavoro.
Le considerazioni dopo le elezioni del 2 dicembre e i progetti per il fututo degli stranieri eletti nel Consiglio
Il 10 aprile 2008 il Consiglio provinciale degli Stranieri e Apolidi di Bologna ha ufficialmente eletto i suoi rappresentanti e si appresta, di fatto, ad entrare in funzione all'interno delle amministrazioni provinciali.
E' passato ormai quasi un anno dalla delibera (n.39/2007) del 29 maggio scorso. In quella data il Consiglio provinciale istituiva il Consiglio degli Stranieri e Apolidi che sarebbe stato eletto mediante votazione di tutti i cittadini stranieri residenti a Bologna e provincia.
In seguito all'election day del 2 dicembre, 30 consiglieri democraticamente eletti tra 275 candidati di ben 32 liste, sono entrati a far parte del Consiglio provinciale degli Stranieri e Apolidi. Scrivere questa pagina, nell'amministrazione della provincia di Bologna ha avuto un significato importante, come non mancano di ricordare gli eletti. Sia sul piano simbolico che su quello politico, dare una voce e un peso, anche se non decisionale, agli stranieri che abitano, lavorano e allevano i loro figli nella provincia di Bologna, porterà enorme beneficio in quel cammino che la politica deve perseguire per agevolare la convivenza tra culture diverse, pur nel rispetto delle medesime leggi all'interno di un territorio circoscritto.
Da qui, da queste elezioni e con tali premesse, il Consiglio degli Stranieri e Apolidi della provincia di Bologna assume un rilievo particolare a dispetto del fatto che non si tratta di un'esperienza inedita. Infatti pur trattandosi del primo organismo elettivo di rappresentanza a livello provinciale della popolazione straniera di Bologna, questa istituzione ha avuto diversi precedenti in Emilia Romagna. In un'intervista, Raffaele Lelleri, funzionario provinciale, cita ad esempio le esperienze di un Consiglio simile sia nella provincia di Ferrara che in alcuni comuni modenesi quali Nonantola e Sassuolo, oppure per quanto riguarda l'area di Bologna, a Monzuno.
In ciascuna di queste aree il Consiglio ha avuto un ruolo di supporto all'attività d'integrazione degli stranieri. Almeno a livello locale. Su un livello politico, concretamente, il Consiglio ha facoltà ed obbligo di esprimere pareri e proposte su tutte le materie di competenza del Consiglio provinciale: il parere è obbligatorio sulle proposte di bilancio preventivo e sulle spese riguardanti le politiche per gli stranieri. Il valore di questi pareri però sarà soltanto consultivo.
Tuttavia ciò non va a detrimento dell'importanza di una campagna improntata all'accoglienza che la Provincia vuole indirizzare agli stranieri. Questa inchiesta condotta da Bandieragialla.it ha preso il via durante le elezioni del 2 dicembre 2007, ed ha inteso approfondire quanto più possibile le notizie che riguardassero la "macchina" messa in moto da queste elezioni.
Da un progetto in embrione ben sette anni fa, partito attraverso il Forum Metropolitano di cui ci racconta in una breve intervista il suo presidente Raymon Dassi, fino alla campagna di diffusione pubblica curata dalla Provincia in collaborazione con l'Università di Bologna. Campagna che ha avuto un riscontro positivo nonostante i problemi scontati quali, tra tutti, quello di definire un canale per riuscire a comunicare invitando alle urne un pubblico così vasto e culturalmente variegato, come quello dei quasi 50 mila stranieri oggi a Bologna.
Infine, qualche parola da alcuni dei consiglieri eletti, i quali tutti hanno sottolineato il senso di responsabilità di cui il Consiglio degli Stranieri si sente investito. L'obiettivo infatti resta quello di facilitare l'integrazione sociale e in alcuni casi di lottare contro il pregiudizio diffuso.
E comunque, come sottolinea Raymon Dassi, non si può non essere ottimisti sulla direzione intrapresa e sul successo, pure dal punto di vista numerico, di queste elezioni.
Giusto per dare qualche cifra sarà utile ricordare che il Consiglio eletto domenica 2 dicembre 2007 ha portato alle urne oltre 9.200 elettori su circa 43.000 ufficialmente residenti nella provincia di Bologna e iscritti alle liste. Dunque, la partecipazione al voto è corrisposta a poco più del 21% degli aventi diritto, suddivisa tra il 25,2% di votanti uomini e il 17% di donne.
Attese e perplessità intorno al primo progetto di mobilità sostenibile a Bologna
"Sì al servizio pubblico, no al Civis" questo è lo
slogan che campeggia in questi giorni sulle bandiere e i cartelli della
quasi totalità degli esercizi commerciali di via Mazzini e via Emilia
Levante. E a giudicare da quel che sta accadendo la plateale protesta
non accenna a smorzarsi, neppure dopo la recente concessione di un
tavolo di concertazione, istituito per ascoltare le ragioni dei
contrari.
Dunque su una vicenda globalmente complessa quel che
appare manifesto è che sin dal 16 settembre 2007, data di avvio dei
cantieri di San Lazzaro, il Civis è stato accompagnato dalle polemiche
maturate sulle strade e montate sulla carta stampata, e infine sfociate
nell'odierna avversione per un progetto che trova le sue radici nel
febbraio del 2004.
Un'inchiesta di Bandieragialla
ha invece optato per un punto di vista più specifico sul Civis,
approfondendo la questione dei disabili e quella ambientale. Ne è
emerso un quadro assai esplicativo, non privo di qualche
contraddizione, ed ambivalente: vi si intrecciano da un lato il piano
di mobilità sostenibile che tutti idealmente abbracciamo, e dall'altro
un piano più concreto e tangibile influenzato dai disagi dei cantieri e
dalle rinunce che ciascun cittadino è chiamato ad affrontare
quotidianamente.
Il Civis oltre ad essere un filobus ultramoderno è
innanzitutto una grande opera che, con tutti i suoi aspetti positivi e
negativi, sembra destinata a rivoluzionare il futuro della viabilità
bolognese e forse - dicono i più ottimisti - la qualità della vita
urbana. Ora si tratta di capire in quale misura la città potrà
respingere o accogliere queste istanze di rinnovamento.
In
una serie di interviste abbiamo provato a indagare le ragioni dei
commercianti e delle associazioni e a confrontarle con le risposte del
direttore dei lavori di Atc, società appaltante e incaricata della
realizzazione del Civis. Tre opinioni differenti sul medesimo progetto.
Di fatto, dal punto di vista dei cittadini e dei commercianti, Civis
significherà esproprio di parcheggi, niente più spazio per le auto,
nuova congestione del traffico in un'arteria della circolazione tra
Bologna e San Lazzaro. In particolare si insiste sul disagio dei
cantieri aperti che penalizzando le auto causerebbero una diminuzione
del presidio territoriale: una faccenda che - sottolinea Cesare
Remondini, portavoce dei commercianti - ha direttamente a che fare con
la sicurezza.
Per Daniele Corticelli, presidente de Il Metrò che vorrei,
invece occorre guardare alla portata del Civis: un mezzo, a suo parere,
inadeguato ad intercettare i bisogni di mobilità della cittadinanza e
anzi per molti aspetti aggravante dei problemi di viabilità esistenti.
Infine il punto di vista di Fabio Monzali, direttore dei lavori, che
individua l'importanza dell'opera non soltanto in chiave di mobilità,
fruibilità allargata e basso impatto ambientale, quanto nell'ampia
riqualificazione urbana di cui Bologna potrà beneficiare.
Lungo il
percorso di 19 km dal centro di Bologna, alla stazione ferroviaria,
fino al capolinea nel comune di San Lazzaro di Savena, il Civis
determinerà sensibili miglioramenti nella pavimentazione, nella stesura
di manti stradali senza avvallamenti e nella completa informatizzazione
delle centraline semaforiche per monitorare e ridurre il traffico. A
ciò si aggiunga la tecnologia intrinseca di un mezzo per la prima volta
totalmente fruibile da parte delle fasce d'utenza disagiate che fino ad
oggi non hanno potuto servirsi del trasporto pubblico: disabili motori
e visivi e persone con gravi problemi deambulatori.
Si tratterebbe
quindi di una evidente svolta civile nell'abbattimento delle barriere
architettoniche, nell'adozione del sistema Loges (per non vedenti) e in
una partita storicamente difficile, com'è quella dell'inquinamento in
città.
Quali sono le richieste e i bisogni che arrivano dalle associazioni cittadine che si occupano di disabilità? Siamo abituati a leggere queste richieste sui giornali o sentirle alla televisione, in maniera però un po' "manipolata", puntando sempre sul sensazionalismo, sul fatto che la notizia debba impietosire o scandalizzare. Ma chi lavora tutti i giorni e da anni nel settore della disabilità, chi concretamente - à la Marx - "si sporca le mani", ha un quadro chiaro e realistico di quali richieste si possano indirizzare quanto meno al proprio Comune di residenza, per qualificare e attualizzare quelle che vengono definite le politiche per il superamento dell'handicap. A questo scopo si è di recente tenuta a Bologna un'Istruttoria pubblica, dove tutte le associazioni e gli enti che in qualche modo si occupano di disabilità hanno potuto esprimere pubblicamente al Consiglio comunale e ai cittadini i propri punti di criticità e proporre alcune indicazioni per il futuro. L'evento è stato piuttosto rilevante, se si pensa che l'ultima Istruttoria pubblica organizzata dal Comune di Bologna risale a più di dieci anni fa. Cinquanta in totale gli interventi da parte delle associazioni di categoria, suddivisi in due sedute. Tra le tematiche affrontate, ciò che colpisce è l'aderenza al territorio. Non sono stati quindi rivendicati i "soliti" problemi nazionali riguardo per esempio alle pensioni di invalidità o alle agevolazioni fiscali, ma ci si è soffermati sulle specificità dei servizi bolognesi e sulle questioni dove effettivamente ci potrebbe essere un margine di azione di miglioramento da parte del Comune. Molti i temi simili affrontati dalle varie associazioni, e anche questo è un elemento da non sottovalutare. Spesso, e purtroppo, le associazioni portano avanti le loro battaglie in maniera separata, ognuna tiene al proprio punto di vista come se fosse unico. L'Istruttoria ha permesso anche il confronto tra le stesse persone che si occupano di disabilità a Bologna, e ci auguriamo che abbia portato la sensazione che si navighi nella stessa direzione.
Per approfondire l'evento, abbiamo rivolto qualche domanda allo Staff del Consiglio comunale, che ha organizzato e coordinato l'Istruttoria. Inoltre abbiamo sentito qualche commento "a caldo" di quattro partecipanti. Due appartengono ad associazioni storiche bolognesi, l'AIAS e l'ANFFAS; uno appartiene alla CADIAI, una cooperativa sociale che ha in appalto diversi servizi alla persona e che ha dunque, per il proprio ruolo, un punto di vista diverso rispetto alle associazioni; infine il commento di Diverlibero, un'associazione "giovane" e di cui non si era molto sentito parlare prima di questa occasione pubblica.
Le sintesi di tutti gli interventi sono invece leggibili al sito: www.comune.bologna.it/partecipazione/istruttoria-handicap.
(L'inchiesta è realizzata con la collaborazione degli studenti di Scienze della comunicazione: G. Di Giuseppe, M. Murat, A. Santinon, E. Valerio, R. Vigneri)
Il Settore Staff del Consiglio comunale spiega il significato istituzionale di un'Istruttoria pubblica, le ragioni per farla e la differenza tra l'Istruttoria e un altro organismo già esistente e operativo sul territorio, la Consulta per il superamento dell'handicap.
Come mai a distanza di più di dieci anni si è sentita la necessità di un'altra Istruttoria?
Più che un evento particolare, c'è stato nel corso degli anni un progressivo accumularsi di esigenze, positive e negative, che hanno fatto capire che probabilmente era giunto il momento di fermarsi a fare il punto. Si è verificato così che i Presidenti di tutti i Gruppi Consiliari abbiano sottoscritto e presentato al Sindaco e al Presidente del Consiglio comunale la richiesta di indire un'Istruttoria pubblica con l'obiettivo di rilanciare il dibattito politico sulle politiche per il superamento dell'handicap, per ascoltare, comprendere e disegnare una nuova prospettiva per le politiche comunali per la disabilità dei prossimi anni.
Perché non ce ne sono state altre in questo lasso di tempo?
Anche qui, non ci sono ragioni particolari. Semplicemente, lo svolgimento delle attività quotidiane precedentemente decise prevaleva sul desiderio di fermarsi a ridiscutere criteri, metodi, obiettivi.
Qual è la differenza tra la Consulta per il superamento dell'handicap e un'Istruttoria? Che poteri hanno?
Ai sensi dello Statuto comunale, nei procedimenti amministrativi concernenti la formazione di atti normativi o amministrativi di carattere generale l'adozione del provvedimento finale può essere preceduta da Istruttoria pubblica.
La "Consulta per l'integrazione delle persone in situazione di handicap e delle loro famiglie", sempre ai sensi dello Statuto comunale, è un organismo di confronto, di valutazione e impulso delle azioni a favore delle persone con disabilità istituita con lo scopo di promuovere l'integrazione sociale, e la difesa degli interessi e dei diritti delle persone disabili in una logica di rete e di integrazione fra tutti gli operatori della comunità.
Le consulte vengono ascoltate in occasione della predisposizione di atti di indirizzo di particolare interesse sociale o di provvedimenti che riguardino la costituzione di servizi sul territorio.
Come può realmente l'Istruttoria interagire con le decisioni del Consiglio comunale?
L'Istruttoria è uno strumento di partecipazione dei cittadini dal cui esito l'Amministrazione Comunale potrà desumere orientamenti, indirizzi e proposte per le future politiche in favore delle persone con disabilità. E' pertanto un luogo di ascolto e di proposta ampio e generale, che può concludersi con un documento di indirizzo approvato dallo stesso Consiglio.
Come giudicate la partecipazione a questa Istruttoria? Erano presenti molte/poche associazioni? Molti/pochi consiglieri comunali?
Cinquanta organizzazioni hanno offerto il loro contributo e rilevante è stato il numero dei Consiglieri che hanno partecipato alle due sedute, con frequenza maggiore o minore a seconda degli altri loro impegni istituzionali. Va detto comunque, che i lavori sono stati seguiti con molto interesse.
Quali sono i passi futuri?
Nei prossimi giorni sarà pronta la Relazione finale dell'Istruttoria, predisposta dal Presidente del Consiglio, che conterrà la trascrizione integrale degli interventi effettuati nel corso delle sedute e che verrà trasmessa al Consiglio comunale che l'acquisirà come base del dibattito sull'oggetto dell'Istruttoria. La relazione naturalmente verrà data anche ai partecipanti.